martedì 20 novembre 2018
Pompei, straordinaria scoperta "a luci rosse": l'affresco di Leda e il Cigno
Sono rimasti sepolti per millenni sotto una via di Pompei.
Due degli amanti più celebri della storia, Leda e il Cigno, sono riapparsi in una camera da letto di Via del Vesuvio.
Un affresco più unico che raro, che mostra molto chiaramente il sensuale abbraccio tra i due.
Una nuova immagine femminile riaffiora dai nuovi scavi della Regio V, arricchendo le recenti scoperte effettuate a Pompei.
Dopo aver ammirato i raffinati volti di donna dipinti nei medaglioni di alcuni ambienti lungo via del Vesuvio e dopo aver assistito al ritrovamento di un altro affresco, quello di Venere e Adone, oggi è una scena di sesso risalente all'antichità a destare scalpore.
L'affresco, scoperto durante i lavoro di scavo nel cubicolo di una casa lungo via del Vesuvio, racconta e mostra il mito di Leda e del cigno senza troppi preamboli né censure.
Una scena che trasuda sensualità e che con vividi colori, resistiti al tempo, rivela il congiungimento tra Giove, sotto forma di cigno, e Leda, moglie di Tindaro re di Sparta.
Secondo leggenda, Giove si innamora della donna. Così si trasforma in cigno per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
È questa la scena raffigurata dall'affresco.
Nella stessa notte, Leda ha un rapporto anche col marito Tindaro. Da queste unioni, tramite delle uova nacquero i Dioscuri, Castore e Polluce, ma anche Elena, futura moglie di Menelao re di Sparta e causa della guerra di Troia e Clitennestra, che sposerà e ucciderà Agamennone, fratello di Menelao.
"A Pompei l’episodio di Giove e Leda gode di una certa popolarità, poiché è attestato in varie domus, con diverse iconografie (la donna è in genere stante, e non seduta come nel nuovo affresco, e in alcuni casi non è raffigurato il momento del congiungimento carnale)" spiegano gli autori della scoperta.
Francesca Mancuso
lunedì 19 novembre 2018
L'epica città di Tenea esiste davvero
Per la prima volta è stata scavata una parte dell’antica città greca di Tenea, vicino a Corinto.
Gli archeologi hanno trovato i resti di alcune abitazioni e sette nuove tombe datate dal 300 a.C. al 400 d.C., piene di reperti, gioielli e monete ellenistiche e romane.
Gli studiosi conoscono la posizione generale di Tenea almeno dal XIX secolo – vicino all’odierno villaggio di Chiliomodi – ma finora gli scavi avevano interessato solo il cimitero fuori dalla città. La campagna archeologica di quest’anno si è concentrata su due siti principali: un cimitero di epoca ellenistica e romana, e la zona residenziale identificata come l’antica Tenea.
«Tenea è menzionata nei testi di autori antichi come Strabone e Pausania e nei testi di alcuni autori più recenti.
Alcune iscrizioni menzionano gli atleti di Tenea, ma in genere non si sa molto di questa antica città», ha spiegato Elena Korka, direttrice degli scavi, a National Geographic.
Tenea è anche il luogo dove il re di Corinto Polibo crebbe il giovane Edipo, protagonista del celebre mito, prima che questi affrontasse la sfinge e avverasse le profezie dell’oracolo di Delfi.
Lo storico greco Pausania scrisse nel II secolo d.C. che gli abitanti di Tenea si ritenevano discendenti dei Troiani, catturati dai Greci durante la guerra e lì deportati.
La città chiamata Tenea è lontana al più sessanta stadi (da Corinto). Il popolo che l’abita dice essere Troiano di origine, i quali furono fatti prigionieri dai Greci e da Tenedo furono portati là, dove fu loro concesso di restare da Agamennone.
Per questa ragione, tra gli dèi onorano specialmente Apollo.
Pausania, Descrizione della Grecia (2.5.4)
«Siamo sicuri che sia Tenea perché abbiamo trovato i resti di edifici elaborati, estesi e diacronici. Sappiamo che sono abitazioni grazie a un tubo d’argilla che portava l’acqua.
Abbiamo anche trovato sepolture infantili in una stanza (sotto le fondazioni dei muri), un magazzino e oltre 200 monete di periodi diversi», spiega Korka.
Gli scavi hanno scoperto sette nuove tombe (i cui resti scheletrici appartengono a due uomini, cinque donne e due bambini), tre ellenistiche e quattro romane.
Al loro interno vi erano ancora le offerte funebri: vasi, gioielli in osso, in bronzo e in oro, e anche le prime monete della Corinto romana (44-40 a.C.).
Spiccano in particolare una lucerna romana con la rappresentazione di Igea, la dea della salute e dell’igiene, e un anello romano di ferro con l’immagine del dio Serapide seduto su un trono e il cane Cerbero ai suoi piedi.
L’analisi dei resti archeologici suggerisce che Tenea ebbe una crescita economica durante il regno dell’imperatore romano Settimio Severo (193-211 d.C.).
La prosperità di Tenea, tuttavia, durò fino al IV secolo, quando il numero di manufatti sembra diminuire.
Tenea venne colpita dalle incursioni del re dei Visigoti Alarico tra il 396 e il 397 d.C., e durante il VI secolo sembra essere stata abbandonata.
Fonte: ilfattostorico
venerdì 16 novembre 2018
Piove nel deserto di Atacama: mai così tanta acqua da 500 anni
Nel cuore del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra piove come mai era accaduto.
Un nuovo studio ha scoperto che la presenza di precipitazioni mai così abbondanti negli ultimi 500 anni ha alterato le condizioni che hanno permesso ai microbi di vivere nel deserto.
Solitamente si pensa che l'arrivo dell'acqua in un luogo arido porti la vita, ma non sempre è così come rivela la ricerca condotta dal Centro spagnolo per l'astrobiologia (CAB).
La grande quantità di pioggia ha devastato la comunità microbica. La vita sulla Terra non può esistere senza acqua, vero, ma per i microbi che si sono adattati alle condizioni aride, l'improvvisa introduzione di acqua in queste quantità può essere devastante.
Nel suolo erano presenti organismi appartenenti a tutti e tre i domini della vita (batteri, archaea ed eucarioti) che dopo essersi evoluti per milioni di anni, erano riusciti a creare un loro habitat adattandosi alle condizioni estreme.
Ma le recenti piogge, come rivela lo studio, invece di innescare la vita hanno portato la morte, uccidendo le specie microbiche che popolavano l'area da millenni.
Il deserto di Atacama, nel nord del Cile, è il più secco e antico della Terra.
Da almeno 500 anni non c'erano piogge nella parte più arida ma ciò non aveva impedito ai microrganismi di sopravvivere.
Tuttavia, negli ultimi tre anni, è accaduto qualcosa.
La pioggia fin troppo copiosa, essenzialmente legata al clima che cambia, ha creato delle lagune ipersaline durate per mesi.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Scientific Reports, indica che le piogge abbiano causato enormi devastazioni nelle specie microbiche che vivevano in questi luoghi.
Questi microrganismi infatti sono scomparsi a causa dello stress osmotico causato dall'improvvisa abbondanza di acqua in un luogo prima arido.
"Questo nuovo studio serve a stabilire, quindi, un'analogia con ciò che potrebbe accadere su Marte nel momento in cui il suo cambiamento climatico globale ha causato la scomparsa di acqua liquida dalla sua superficie.
Inoltre, aiuta a spiegare il destino di una possibile biosfera primordiale marziana" spiegano gli autori.
Il deserto di Atacama non è stato l'unico ad aver sperimentato piogge abbondanti e anomale.
È successo di recente anche in Arabia Saudita, dove ci sono state scene fuori dal comune, con strade allagate, 30 persone uccise e quasi 4mila evacuate.
Scene surreali, che dimostrano ancora una volta gli effetti dei cambiamenti climatici sulla Terra.
Francesca Mancuso
giovedì 15 novembre 2018
Mummie di gatti e scarabei: nuove sorprendenti scoperte dall’antico Egitto
L’Egitto e la sua antichissima civiltà non finisce mai di stupire.
Anche se è noto da molto tempo che per gli egizi i gatti erano animali sacri, che venivano abitualmente mummificati e addirittura allevati a questo scopo, trovarsi di fronte a dozzine di mummie di gatti, sepolte all’interno di una tomba risalente a 4500 anni fa, deve aver lasciato gli archeologi senza parole.
La tomba, scoperta nel corso di una campagna di scavi iniziati ad aprile di quest’anno, si trova a Saqqara, la necropoli della città di Menfi.
All’interno c’erano, oltre alle mummie, anche un centinaio di gatti in legno dorato, e una statua in bronzo di Bastet, la dea egizia dall’aspetto di gatto.
Non è raro trovare mummie di animali nelle tombe egizie, anzi: era una pratica piuttosto comune quella di portare i propri animali domestici nell’aldilà, tanto comune quanto l’abitudine attuale di accendere una candela in chiesa, secondo l’archeologo Salima Ikram.
È rarissimo però trovare degli scarabei mummificati, come quelli rinvenuti nelle tombe recentemente scoperte a Saqqara.
Due grandi scarabei, avvolti in teli di lino e posti all’interno di un sarcofago di pietra calcarea dal coperchio decorato, sono una scoperta sorprendente, perché, secondo il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziri, “lo scarabeo (mummificato) è qualcosa di davvero unico”.
Oltre al sarcofago di pietra ne è stato trovato uno più piccolo, contenente altri scarabei.
Si tratta di una scoperta rara e preziosa, come afferma sempre Waziri all’agenzia Reuters:
“Un paio di giorni fa, quando abbiamo scoperto quelle bare, erano bare sigillate con disegni di scarabei.
Non ne ho mai sentito parlare prima.”
Oltre ai gatti mummificati e agli scarabei, nelle tombe di Saqqara sono state trovate anche statue di un leone, una mucca, un falco, un cobra e due coccodrilli, e poi centinaia di amuleti in maiolica.
Ma non basta: gli archeologi hanno trovato una tomba, probabilmente risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, apparentemente sigillata, che potrebbe quindi riservare molte sorprese.
Il Ministero delle Antichità egiziano ha dato grande rilevanza alle recenti scoperte, nel tentativo di dare nuovo impulso al turismo, che negli ultimi anni è stato in forte calo.
Fonte: vanillamagazine
mercoledì 14 novembre 2018
Le spettacolari immagini del lago australiano che omaggia Torino
Cosa ci fa un po' di Torino nel deserto australiano?
Stiamo parlando del Lake Amadeus, un enorme lago salato situato nell'angolo sud-occidentale del Northern Territory dell'Australia che dà il nome a un bacino ancora più grande, creato dall'erosione più di 500 milioni di anni fa.
A causa dell'aridità, il lago Amadeus rimane asciutto e ricoperto da una spessa crosta di sale bianco brillante per la maggior parte dell'anno.
Ma nel periodo delle piogge si trasforma, regalando delle incredibile sfumature che s'insinuano nella sabbia rossa.
Il lago Amadeus ha una forma allungata che raggiunge i 180 chilometri di lunghezza per dieci di larghezza e può contiene sino a 600 milioni di tonnellate di sale, che non può essere «raccolto» a causa della remota posizione del bacino.
Insomma, una stazza e una location che rendono le immagini aeree e satellitari l'unico modo per apprezzare questo paesaggio atavico nella sua interezza.
Il lago fu scoperto nel 1872 dall'australiano Ernest Giles: originariamente l'esploratore intendeva onorare il suo benefattore, il barone Ferdinand von Mueller, nominandolo Lago Ferdinando. Tuttavia Mueller prevalse su Giles per omaggiare invece il torinese Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, ovvero re Amedeo I di Spagna, figlio del primo re d'Italia Vittorio Emanuele II, che in precedenza aveva conferito onore a lui.
Un omaggio praticamente sconosciuto che ha portato un pezzetto di Torino nel cuore del deserto australiano.
Fonte: lastampa.it
martedì 13 novembre 2018
Il canguro degli alberi non si è estinto!
Un simpatico marsupiale dalle orecchie appuntite che ama vivere tra gli alberi: il dendrolago di Wondiwoi (Dendrolagus mayri) è un canguro arboricolo raro che tutti pensavano non esistesse più.
E invece, un botanico amatoriale britannico l’ha avvistato e fotografato in una zona montuosa della Nuova Guinea.
È in Indonesia, infatti, che l’inglese Michael Smith, con l’aiuto di quattro assistenti provenienti dalla Papua, di un cacciatore locale che faceva da guida e di Norman Terok, uno studente dell’Università di Papua, si è avventurato nella giunga a luglio scorso facendo questa incredibile scoperta, confermata da un team di esperti mondiali di canguri arboricoli.
Era il lontano 1928 quando questo mammifero fu descritto per la prima volta per opera del biologo evoluzionista Ernst Mayr, che nello stato indonesiano della Papua occidentale, in Nuova Guinea, prelevò un frammento della pelle dell’animale inviandolo al Museo di Storia naturale di Londra, che nel 1933 descrisse a sua volta l’esemplare come una nuova specie: Dendrolagus mayri.
Da allora non è stato più avvistato, tanto che si temeva fosse ormai estinto.
“È uno dei mammiferi meno conosciuti al mondo - afferma Mark Eldridge, biologo dell’Australian Museum di Sydney esperto di marsupiali.
È straordinario poter dimostrare che questo animale esiste ancora. Il luogo esplorato è così remoto e difficile da raggiungere che non ero certo che qualcuno sarebbe mai riuscito ad avvistarlo”.
I canguri arboricoli sono marsupiali tropicali strettamente imparentati con i canguri terricoli e con i wallaby.
Questi marsupiali di medie dimensioni sono dotati di avambracci muscolosi utili per sollevarsi sui tronchi degli alberi e muoversi tra i rami, in un'insolita alternanza fra salti e arrampicate.
Si tratta di un gruppo molto vario, comprendente 17 fra specie e sottospecie: due vivono nell'estremo nord dell'Australia, le altre nella grande isola della Nuova Guinea.
La specie è classificata in pericolo critico dalla Lista rossa della Iucn e secondo gli scienziati ci sarebbe una popolazione estremamente ridotta.
Molti canguri arboricoli della Nuova Guinea stanno in effetti scomparendo a causa della caccia, del disboscamento, delle piantagioni di olio di palma e dell'attività mineraria.
E allora la base dalla quale ripartire rimane che “se permettiamo a questi animali di vivere nel loro habitat senza che le attività umane interferiscano, non saranno più a rischio estinzione”, come conclude Roger Martin dell'Università australiana James Cook, nel Queensland.
Germana Carillo
Foto di Micheal Smith
lunedì 12 novembre 2018
La foresta fossile di Dunarobba
La Foresta Fossile di Dunarobba, nei pressi di Avigliano, è uno dei più antichi boschi esistenti al mondo.
Già dal 1600, per opera del Principe Federico Cesi, si era a conoscenza di ritrovamenti di legni fossili nelle campagne di Avigliano Umbro.
Dunarobba, il cui nome deriva probabilmente dal latino Gens Dunnia, fece parte di quel vasto territorio che Ottone I re d’Italia donò il 13 febbraio 962 ad Arnolfo, capostipite degli Arnolfi, una delle più importanti famiglie del Medioevo.
Tra il 1282 e il 1284 questa località fu depredata dai Narnesi che effettuavano improvvise scorrerie, poi sconfitti e dispersi dalla cavalleria Todina.
Come tutti i castelli del tempo, anche Dunarobba doveva risolvere problemi di difesa: a tal proposito si legge nelle “riformanze” che nel 1591 il Comune di Todi dette licenza, tramite i Massari, di costruire una porta con ponte levatoio.
Particolarmente curiosa è una storia che racconta che nel 1605 a Dunarobba viveva una certa donna Ursina, figlia di un tal Gregorio, la quale con parole segrete ed attraverso l’uso di medicinali, sciroppi e pozioni da lei preparati riusciva a curare mali ritenuti incurabili dai medici del tempo.
Da questa attività Ursina trasse una certa ricchezza per sé e la sua famiglia, attirandosi però addosso i sospetti di essere una strega.
Dunarobba rimase sotto la giurisdizione del Comune di Todi fino al 1816 quando sotto il nuovo Comune di Montecastrilli, col quale restò fino al 1975, anno in cui si costituì il Comune di Avigliano Umbro.
Una importante miniera dì lignite ha determinato l’economia di Dunarobba e dei centri vicini fino agli anni ’50.
La Foresta Fossile di Dunarobba fu rinvenuta nei primi anni Settanta durante gli scavi effettuati nella cava d’argilla che serviva ad alimentare una fornace di laterizi.
La Foresta di Dunarobba è vissuta 3 milioni di anni fa, alla fine del Cenozoico e precisamente nel Pliocene superiore, quando fra i Monti Amerini ed i Martani si estendeva un vasto specchio lacustre cui è stato dato il nome di Lago Tiberino.
Sulle sponde di questo immenso lago, che solcava tutta l’Umbria, si sviluppava una rigogliosa foresta di clima temperato-caldo-umido, dove vivevano mammuth ed altri animali preistorici.
La specie arborea dominante era rappresentata da una grande conifera.
Si trattava di alberi imponenti che superavano i 30 m di altezza; l’ambiente preferito era quello degli acquitrini, di estesi pantani posti ai margini del lago vero e proprio, più profondo.
I tronchi sono ancora formati dal loro legno originario che ha permesso, tramite studi sia istologici sia dei pollini, dei frutti e delle impronte delle foglie, di poter dire con certezza che si tratta di un bosco di conifere del genere Taxodion, probabilmente una forma estinta di Sequoia molto simile all’attuale Sequoia sempervirens. Il paesaggio della Foresta di Dunarobba è stranamente “lunare”: gli enormi tronchi grigi misurano oltre un metro e mezzo di diametro, per più di otto metri di lunghezza.
Le maestose piante furono probabilmente sopraffatte da un avvenimento catastrofico quando avevano ormai raggiunto un’età da misurarsi in millenni.
Verso la fine del Pliocene, poco dopo i due milioni d’anni fa, un raffreddamento globale del clima, accompagnato da un abbassamento del livello marino e dal sollevamento del territorio, ha innescato un consistente processo d’erosione sui versanti montani, fino a produrre l’apertura di un varco nei Monti Amerini, attraverso il quale sono defluite a mare le acque del Lago Tiberino che, alla fine, s’è svuotato ed ha lasciato il suo spazio ad un fiume che sfociava in mare in corrispondenza del Passo di San Pellegrino (sulla Strada Amerina in territorio di Narni).
Questa crisi climatica e lo svuotamento del lago, con i conseguenti mutamenti dell’ambiente e del paesaggio, hanno determinato l’estinzione della Foresta di Dunarobba: con essa sono scomparse definitivamente le grandi conifere dallo scenario europeo.
L’eccezionalità del ritrovamento è dovuta al fatto che i tronchi della foresta fossile mantengono la posizione eretta e sono a struttura lignea non pietrificata; non sono “pietrificati”, ossia la loro sostanza originale non è stata sostituita o mineralizzata da altri composti chimici.
Inglobati dalle argille, tali reperti hanno subito un processo di fossilizzazione che gli ha consentito di mantenere pressoché inalterata la struttura lignea; si tratta di una fossilizzazione avvenuta per un processo di mummificazione, in altre parole per una disidratazione del legno.
La particolarità della Foresta di Dunarobba è che gli alberi si sono fossilizzati in posizione verticale e non orizzontale come nelle altre foreste fossili, già di per se molto rare, giunte fino a noi.
Questo alimenta la teoria che un’inondazione abbia sommerso gli alberi in vita, conservandoli fino a nostri giorni nelle condizioni reali del tempo.
Cinzia D’Antonio
venerdì 9 novembre 2018
Nel catrame il segreto del successo dei Vichinghi
A lanciare i Vichinghi alla conquista dell'Europa fu - anche - una svolta nella produzione di catrame, sostanza indispensabile per l'impermeabilizzazione delle navi: è la tesi sostenuta in uno studio dell'Università di Uppsala (Svezia) pubblicato sulla rivista di archeologia Antiquity, che indaga le origini del successo di questo popolo di navigatori guerrieri.
L'utilizzo di catrame o pece nera, un liquido viscoso ottenuto dalla decomposizione, per combustione, di sostanze vegetali come il legno di pino, era conosciuto, in Scandinavia, già nella preistoria. Ma a partire dall'ottavo secolo d.C., la produzione di questa sostanza subì una profonda trasformazione, passando da una dimensione domestica a una scala industriale.
Il numero di pozze di catrame aumentò e la loro posizione si spinse sempre più vicino alle foreste di pini attorno ai villaggi, che divennero così più strettamente connesse ai centri abitati.
Tutto ciò avvenne contemporaneamente all'espansione vichinga in Europa: a bordo delle invincibili drakkar, le piccole e agili navi da guerra di questi popoli, dalla fine del '700 all'XI secolo i navigatori scandinavi arrivarono a conquistare vaste porzioni di Inghilterra, Islanda e Groenlandia, spingendosi fino alle coste del Nord America e a sud fino a quelle del Nord Africa.
La crescente domanda di catrame per rifinire le navi spinse a costruire pozze di catrame sempre più vicino alla materia prima: le foreste di pini.
Ampie buche venivano riempite di legname e torba (un tipo di suolo poco decomposto) e incendiate per ricavare il liquido appiccicoso.
Andreas Hennius, autore dello studio, ha documentato la transizione dalle pozze di catrame domestiche vicino ai centri abitati (100-400 d.C.) a quelle più larghe e adiacenti alle foreste (680-900 d.C.) analizzando una serie di strutture a forma di imbuto individuate nel sottosuolo.
Ciascuna di esse poteva dare origine anche a 300 litri di catrame in un singolo ciclo produttivo, sufficienti a rendere impermeabile un gran numero di navi.
La produzione di catrame è l'ultimo fattore in ordine di tempo chiamato in causa per giustificare il successo vichingo.
In passato sono stati citati un'espansione delle attività agricole dovuta a un clima particolarmente favorevole, e la competizione tra re vichinghi rivali, che sarebbero ricorsi a saccheggi e scorribande per consolidare ricchezze e potere davanti agli avversari.
Fonte: focus.it
giovedì 8 novembre 2018
Scoperto in Messico un passaggio per l'Aldilà sotto la Piramide della Luna
Il tunnel era già sta individuato lo scorso anno. Ma solo ora si sa dove porta.
Gli esperti dell'Instituto Nacional de Antropología e Historia del Messico hanno scoperto una camera segreta nel cuore della Piramide della Luna, nel complesso rituale di Teotihuacan.
La Piramide della Luna, conosciuta anche come Meztli Itzacual, è la seconda struttura più grande di Teotihuacan, città precolombiana situata a circa 40 chilometri dall'attuale Città del Messico.
E' stata oggetto di varie esplorazioni a partire dal diciassettesimo secolo. Ma per 1700 anni è riuscita a custodire questo segreto: una stanza sotterranea circolare, con un diametro di 15 metri, raggiungibile con un tunnel celato dietro ad un muro, a otto metri di profondità.
La scoperta è stata fatta grazie a un recente «sondaggio» condotto da un gruppo di ricercatori dell'Inah in collaborazione con l'Istituto di Geofisica dell'Unam, secondo cui la stanza sarebbe uno «spazio per rituali».
Per individuarla, i ricercatori hanno scandagliato la piramide con una tomografia elettrica multielettrodo, in grado di restituire una immagine tridimensionale.
Sopra la Piramide della Luna si tenevano cerimonie dedicate alla divinità della pioggia, della terra, della fertilità e della creazione stessa. E la stanza segreta potrebbe rappresentare un passaggio simbolico verso l'Aldilà: un luogo altamente simbolico dove venivano celebrati riti funebri e sacrifici per gli Dei.
Fonte: lastampa
mercoledì 7 novembre 2018
Tapputi Belatekallim: il 1° chimico della storia fu una donna dell’antica Babilonia
E’ lunga la lista di scienziate che, con il loro talento e la loro genialità, hanno influito in modo decisivo sul corso della storia. Una fra le più antiche di tutte risale a un’epoca davvero remota, ai tempi dell’antica Mesopotamia, e il suo nome è Tapputi, nota anche come “Belatekallim”, un titolo che significava “sovrintendente donna di palazzo”.
Tapputi visse attorno al 1.200 avanti Cristo durante il periodo medio-babilonese, e lasciò tracce di sé e della sua aiutante, nota soltanto per la parte finale del nome “-ninu”, su di una tavoletta cuneiforme scoperta fra le rovine di Babilonia.
Scritta in caratteri cuneiformi e incisa sull’argilla, la tavoletta parla di Tapputi Belatekallim e -ninu, creatrici di profumi alla corte del Re, e cita per la prima volta uno strumento molto particolare: l’Alambicco.
Alambicco di Pyrgos 1800 a.C.
Nell’età del bronzo dell’antica Mesopotamia, il profumo era un prodotto ampiamente utilizzato dalle classi sociali più abbienti, e richiedeva abilità particolari per la sua distillazione.
I profumi venivano utilizzati durante le cerimonie religiose, e avevano un forte significato simbolico.
Il profumo e l’incenso erano considerati un ponte tra gli dei e gli uomini, e offrivano la possibilità di comunicare con le divinità.
Si pensava inoltre che i profumi dolci fossero graditi agli dei, e quindi i morti venivano trattati con una grande varietà di fragranze per renderne più gradevole il passaggio alla vita eterna.
Realizzare dei profumi in quell’epoca non era semplice, e il lavoro richiedeva una grande abilità e conoscenza delle materie prime da trattare.
Oltre al talento, erano fondamentali anche le capacità tecniche nella distillazione delle materie, oltre un attento uso dei componenti, costituiti da oli appositamente preparati, mirra, fiori, resine naturali e altri ingredienti minori, pressati, manipolati e combinati in modo da creare profumi “degni degli dei”.
La creatrice di Profumi del pittore Franco-Austriaco Rudolf Ernst
La tavoletta babilonese fa riferimento a un trattato scritto da Tapputi, la prima opera dell’uomo riguardante la preparazione di fragranze e il primo lavoro sulla chimica nella storia.
Il trattato non è pervenuto a noi moderni, ma i produttori di profumo fecero certamente riferimento alle ricette di Tapputi e -ninu.
Fra queste, una è attribuita all’antichissima chimica: Un balsamo per il re fatto di fiori, olio e calamo, una canna usata spesso per trattare i problemi di stomaco
Tapputi rivoluzionò la preparazione dei profumi, usando i primi solventi in grado di rendere le fragranze più durature e dolci.
Il suo ruolo nella storia non fu solo quello di creatrice di profumi, ma fu anche supervisore di palazzo e membro della ristretta corte attorno al Re di Babilonia, una “conferma” all’importanza che le era attribuita dal sovrano in persona.
Fonte: vanillamagazine
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