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giovedì 15 novembre 2018

Mummie di gatti e scarabei: nuove sorprendenti scoperte dall’antico Egitto


L’Egitto e la sua antichissima civiltà non finisce mai di stupire. 


Anche se è noto da molto tempo che per gli egizi i gatti erano animali sacri, che venivano abitualmente mummificati e addirittura allevati a questo scopo, trovarsi di fronte a dozzine di mummie di gatti, sepolte all’interno di una tomba risalente a 4500 anni fa, deve aver lasciato gli archeologi senza parole.


La tomba, scoperta nel corso di una campagna di scavi iniziati ad aprile di quest’anno, si trova a Saqqara, la necropoli della città di Menfi.
 All’interno c’erano, oltre alle mummie, anche un centinaio di gatti in legno dorato, e una statua in bronzo di Bastet, la dea egizia dall’aspetto di gatto.


Non è raro trovare mummie di animali nelle tombe egizie, anzi: era una pratica piuttosto comune quella di portare i propri animali domestici nell’aldilà, tanto comune quanto l’abitudine attuale di accendere una candela in chiesa, secondo l’archeologo Salima Ikram.
 È rarissimo però trovare degli scarabei mummificati, come quelli rinvenuti nelle tombe recentemente scoperte a Saqqara.


Due grandi scarabei, avvolti in teli di lino e posti all’interno di un sarcofago di pietra calcarea dal coperchio decorato, sono una scoperta sorprendente, perché, secondo il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziri, “lo scarabeo (mummificato) è qualcosa di davvero unico”. 
Oltre al sarcofago di pietra ne è stato trovato uno più piccolo, contenente altri scarabei.


Si tratta di una scoperta rara e preziosa, come afferma sempre Waziri all’agenzia Reuters: 
“Un paio di giorni fa, quando abbiamo scoperto quelle bare, erano bare sigillate con disegni di scarabei. 
Non ne ho mai sentito parlare prima.”


Oltre ai gatti mummificati e agli scarabei, nelle tombe di Saqqara sono state trovate anche statue di un leone, una mucca, un falco, un cobra e due coccodrilli, e poi centinaia di amuleti in maiolica. 
 Ma non basta: gli archeologi hanno trovato una tomba, probabilmente risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, apparentemente sigillata, che potrebbe quindi riservare molte sorprese. 

 Il Ministero delle Antichità egiziano ha dato grande rilevanza alle recenti scoperte, nel tentativo di dare nuovo impulso al turismo, che negli ultimi anni è stato in forte calo. 

 Fonte: vanillamagazine

mercoledì 14 novembre 2018

Le spettacolari immagini del lago australiano che omaggia Torino


Cosa ci fa un po' di Torino nel deserto australiano? 
Stiamo parlando del Lake Amadeus, un enorme lago salato situato nell'angolo sud-occidentale del Northern Territory dell'Australia che dà il nome a un bacino ancora più grande, creato dall'erosione più di 500 milioni di anni fa. 

 A causa dell'aridità, il lago Amadeus rimane asciutto e ricoperto da una spessa crosta di sale bianco brillante per la maggior parte dell'anno. 
Ma nel periodo delle piogge si trasforma, regalando delle incredibile sfumature che s'insinuano nella sabbia rossa.




Il lago Amadeus ha una forma allungata che raggiunge i 180 chilometri di lunghezza per dieci di larghezza e può contiene sino a 600 milioni di tonnellate di sale, che non può essere «raccolto» a causa della remota posizione del bacino.
 Insomma, una stazza e una location che rendono le immagini aeree e satellitari l'unico modo per apprezzare questo paesaggio atavico nella sua interezza.


Il lago fu scoperto nel 1872 dall'australiano Ernest Giles: originariamente l'esploratore intendeva onorare il suo benefattore, il barone Ferdinand von Mueller, nominandolo Lago Ferdinando. Tuttavia Mueller prevalse su Giles per omaggiare invece il torinese Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, ovvero re Amedeo I di Spagna, figlio del primo re d'Italia Vittorio Emanuele II, che in precedenza aveva conferito onore a lui.

 Un omaggio praticamente sconosciuto che ha portato un pezzetto di Torino nel cuore del deserto australiano. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 13 novembre 2018

Il canguro degli alberi non si è estinto!


Un simpatico marsupiale dalle orecchie appuntite che ama vivere tra gli alberi: il dendrolago di Wondiwoi (Dendrolagus mayri) è un canguro arboricolo raro che tutti pensavano non esistesse più. 
E invece, un botanico amatoriale britannico l’ha avvistato e fotografato in una zona montuosa della Nuova Guinea. 
 È in Indonesia, infatti, che l’inglese Michael Smith, con l’aiuto di quattro assistenti provenienti dalla Papua, di un cacciatore locale che faceva da guida e di Norman Terok, uno studente dell’Università di Papua, si è avventurato nella giunga a luglio scorso facendo questa incredibile scoperta, confermata da un team di esperti mondiali di canguri arboricoli.


Era il lontano 1928 quando questo mammifero fu descritto per la prima volta per opera del biologo evoluzionista Ernst Mayr, che nello stato indonesiano della Papua occidentale, in Nuova Guinea, prelevò un frammento della pelle dell’animale inviandolo al Museo di Storia naturale di Londra, che nel 1933 descrisse a sua volta l’esemplare come una nuova specie: Dendrolagus mayri.

 Da allora non è stato più avvistato, tanto che si temeva fosse ormai estinto.


“È uno dei mammiferi meno conosciuti al mondo - afferma Mark Eldridge, biologo dell’Australian Museum di Sydney esperto di marsupiali.
 È straordinario poter dimostrare che questo animale esiste ancora. Il luogo esplorato è così remoto e difficile da raggiungere che non ero certo che qualcuno sarebbe mai riuscito ad avvistarlo”.

 I canguri arboricoli sono marsupiali tropicali strettamente imparentati con i canguri terricoli e con i wallaby.
 Questi marsupiali di medie dimensioni sono dotati di avambracci muscolosi utili per sollevarsi sui tronchi degli alberi e muoversi tra i rami, in un'insolita alternanza fra salti e arrampicate. 

 Si tratta di un gruppo molto vario, comprendente 17 fra specie e sottospecie: due vivono nell'estremo nord dell'Australia, le altre nella grande isola della Nuova Guinea.

La specie è classificata in pericolo critico dalla Lista rossa della Iucn e secondo gli scienziati ci sarebbe una popolazione estremamente ridotta.

 Molti canguri arboricoli della Nuova Guinea stanno in effetti scomparendo a causa della caccia, del disboscamento, delle piantagioni di olio di palma e dell'attività mineraria.

 E allora la base dalla quale ripartire rimane che “se permettiamo a questi animali di vivere nel loro habitat senza che le attività umane interferiscano, non saranno più a rischio estinzione”, come conclude Roger Martin dell'Università australiana James Cook, nel Queensland. 


 Germana Carillo
 Foto di Micheal Smith

lunedì 12 novembre 2018

La foresta fossile di Dunarobba


La Foresta Fossile di Dunarobba, nei pressi di Avigliano, è uno dei più antichi boschi esistenti al mondo.
 Già dal 1600, per opera del Principe Federico Cesi, si era a conoscenza di ritrovamenti di legni fossili nelle campagne di Avigliano Umbro.


 Dunarobba, il cui nome deriva probabilmente dal latino Gens Dunnia, fece parte di quel vasto territorio che Ottone I re d’Italia donò il 13 febbraio 962 ad Arnolfo, capostipite degli Arnolfi, una delle più importanti famiglie del Medioevo. 

Tra il 1282 e il 1284 questa località fu depredata dai Narnesi che effettuavano improvvise scorrerie, poi sconfitti e dispersi dalla cavalleria Todina. 
Come tutti i castelli del tempo, anche Dunarobba doveva risolvere problemi di difesa: a tal proposito si legge nelle “riformanze” che nel 1591 il Comune di Todi dette licenza, tramite i Massari, di costruire una porta con ponte levatoio. 


Particolarmente curiosa è una storia che racconta che nel 1605 a Dunarobba viveva una certa donna Ursina, figlia di un tal Gregorio, la quale con parole segrete ed attraverso l’uso di medicinali, sciroppi e pozioni da lei preparati riusciva a curare mali ritenuti incurabili dai medici del tempo. 
 Da questa attività Ursina trasse una certa ricchezza per sé e la sua famiglia, attirandosi però addosso i sospetti di essere una strega. 


Dunarobba rimase sotto la giurisdizione del Comune di Todi fino al 1816 quando sotto il nuovo Comune di Montecastrilli, col quale restò fino al 1975, anno in cui si costituì il Comune di Avigliano Umbro.
 Una importante miniera dì lignite ha determinato l’economia di Dunarobba e dei centri vicini fino agli anni ’50.


 La Foresta Fossile di Dunarobba fu rinvenuta nei primi anni Settanta durante gli scavi effettuati nella cava d’argilla che serviva ad alimentare una fornace di laterizi.


La Foresta di Dunarobba è vissuta 3 milioni di anni fa, alla fine del Cenozoico e precisamente nel Pliocene superiore, quando fra i Monti Amerini ed i Martani si estendeva un vasto specchio lacustre cui è stato dato il nome di Lago Tiberino.
 Sulle sponde di questo immenso lago, che solcava tutta l’Umbria, si sviluppava una rigogliosa foresta di clima temperato-caldo-umido, dove vivevano mammuth ed altri animali preistorici. 
La specie arborea dominante era rappresentata da una grande conifera. 
 Si trattava di alberi imponenti che superavano i 30 m di altezza; l’ambiente preferito era quello degli acquitrini, di estesi pantani posti ai margini del lago vero e proprio, più profondo. 


I tronchi sono ancora formati dal loro legno originario che ha permesso, tramite studi sia istologici sia dei pollini, dei frutti e delle impronte delle foglie, di poter dire con certezza che si tratta di un bosco di conifere del genere Taxodion, probabilmente una forma estinta di Sequoia molto simile all’attuale Sequoia sempervirens. Il paesaggio della Foresta di Dunarobba è stranamente “lunare”: gli enormi tronchi grigi misurano oltre un metro e mezzo di diametro, per più di otto metri di lunghezza. 

 Le maestose piante furono probabilmente sopraffatte da un avvenimento catastrofico quando avevano ormai raggiunto un’età da misurarsi in millenni. 

Verso la fine del Pliocene, poco dopo i due milioni d’anni fa, un raffreddamento globale del clima, accompagnato da un abbassamento del livello marino e dal sollevamento del territorio, ha innescato un consistente processo d’erosione sui versanti montani, fino a produrre l’apertura di un varco nei Monti Amerini, attraverso il quale sono defluite a mare le acque del Lago Tiberino che, alla fine, s’è svuotato ed ha lasciato il suo spazio ad un fiume che sfociava in mare in corrispondenza del Passo di San Pellegrino (sulla Strada Amerina in territorio di Narni).
 Questa crisi climatica e lo svuotamento del lago, con i conseguenti mutamenti dell’ambiente e del paesaggio, hanno determinato l’estinzione della Foresta di Dunarobba: con essa sono scomparse definitivamente le grandi conifere dallo scenario europeo. 


L’eccezionalità del ritrovamento è dovuta al fatto che i tronchi della foresta fossile mantengono la posizione eretta e sono a struttura lignea non pietrificata; non sono “pietrificati”, ossia la loro sostanza originale non è stata sostituita o mineralizzata da altri composti chimici.






Inglobati dalle argille, tali reperti hanno subito un processo di fossilizzazione che gli ha consentito di mantenere pressoché inalterata la struttura lignea; si tratta di una fossilizzazione avvenuta per un processo di mummificazione, in altre parole per una disidratazione del legno.

 La particolarità della Foresta di Dunarobba è che gli alberi si sono fossilizzati in posizione verticale e non orizzontale come nelle altre foreste fossili, già di per se molto rare, giunte fino a noi.
 Questo alimenta la teoria che un’inondazione abbia sommerso gli alberi in vita, conservandoli fino a nostri giorni nelle condizioni reali del tempo.



Cinzia D’Antonio

venerdì 9 novembre 2018

Nel catrame il segreto del successo dei Vichinghi


A lanciare i Vichinghi alla conquista dell'Europa fu - anche - una svolta nella produzione di catrame, sostanza indispensabile per l'impermeabilizzazione delle navi: è la tesi sostenuta in uno studio dell'Università di Uppsala (Svezia) pubblicato sulla rivista di archeologia Antiquity, che indaga le origini del successo di questo popolo di navigatori guerrieri. 

 L'utilizzo di catrame o pece nera, un liquido viscoso ottenuto dalla decomposizione, per combustione, di sostanze vegetali come il legno di pino, era conosciuto, in Scandinavia, già nella preistoria. Ma a partire dall'ottavo secolo d.C., la produzione di questa sostanza subì una profonda trasformazione, passando da una dimensione domestica a una scala industriale.
 Il numero di pozze di catrame aumentò e la loro posizione si spinse sempre più vicino alle foreste di pini attorno ai villaggi, che divennero così più strettamente connesse ai centri abitati. 

 Tutto ciò avvenne contemporaneamente all'espansione vichinga in Europa: a bordo delle invincibili drakkar, le piccole e agili navi da guerra di questi popoli, dalla fine del '700 all'XI secolo i navigatori scandinavi arrivarono a conquistare vaste porzioni di Inghilterra, Islanda e Groenlandia, spingendosi fino alle coste del Nord America e a sud fino a quelle del Nord Africa.


La crescente domanda di catrame per rifinire le navi spinse a costruire pozze di catrame sempre più vicino alla materia prima: le foreste di pini. 
Ampie buche venivano riempite di legname e torba (un tipo di suolo poco decomposto) e incendiate per ricavare il liquido appiccicoso.

 Andreas Hennius, autore dello studio, ha documentato la transizione dalle pozze di catrame domestiche vicino ai centri abitati (100-400 d.C.) a quelle più larghe e adiacenti alle foreste (680-900 d.C.) analizzando una serie di strutture a forma di imbuto individuate nel sottosuolo. 
Ciascuna di esse poteva dare origine anche a 300 litri di catrame in un singolo ciclo produttivo, sufficienti a rendere impermeabile un gran numero di navi.

 La produzione di catrame è l'ultimo fattore in ordine di tempo chiamato in causa per giustificare il successo vichingo.
 In passato sono stati citati un'espansione delle attività agricole dovuta a un clima particolarmente favorevole, e la competizione tra re vichinghi rivali, che sarebbero ricorsi a saccheggi e scorribande per consolidare ricchezze e potere davanti agli avversari.


 Fonte: focus.it

giovedì 8 novembre 2018

Scoperto in Messico un passaggio per l'Aldilà sotto la Piramide della Luna


Il tunnel era già sta individuato lo scorso anno. Ma solo ora si sa dove porta. 

Gli esperti dell'Instituto Nacional de Antropología e Historia del Messico hanno scoperto una camera segreta nel cuore della Piramide della Luna, nel complesso rituale di Teotihuacan.

 La Piramide della Luna, conosciuta anche come Meztli Itzacual, è la seconda struttura più grande di Teotihuacan, città precolombiana situata a circa 40 chilometri dall'attuale Città del Messico. 
E' stata oggetto di varie esplorazioni a partire dal diciassettesimo secolo. Ma per 1700 anni è riuscita a custodire questo segreto: una stanza sotterranea circolare, con un diametro di 15 metri, raggiungibile con un tunnel celato dietro ad un muro, a otto metri di profondità.


La scoperta è stata fatta grazie a un recente «sondaggio» condotto da un gruppo di ricercatori dell'Inah in collaborazione con l'Istituto di Geofisica dell'Unam, secondo cui la stanza sarebbe uno «spazio per rituali».
 Per individuarla, i ricercatori hanno scandagliato la piramide con una tomografia elettrica multielettrodo, in grado di restituire una immagine tridimensionale.

La struttura, alta 43 metri, è stato un importantissimo centro religioso per le civiltà che hanno preceduto gli aztechi. 

Sopra la Piramide della Luna si tenevano cerimonie dedicate alla divinità della pioggia, della terra, della fertilità e della creazione stessa. E la stanza segreta potrebbe rappresentare un passaggio simbolico verso l'Aldilà: un luogo altamente simbolico dove venivano celebrati riti funebri e sacrifici per gli Dei.

 Fonte: lastampa

mercoledì 7 novembre 2018

Tapputi Belatekallim: il 1° chimico della storia fu una donna dell’antica Babilonia


E’ lunga la lista di scienziate che, con il loro talento e la loro genialità, hanno influito in modo decisivo sul corso della storia. Una fra le più antiche di tutte risale a un’epoca davvero remota, ai tempi dell’antica Mesopotamia, e il suo nome è Tapputi, nota anche come “Belatekallim”, un titolo che significava “sovrintendente donna di palazzo”. 

Tapputi visse attorno al 1.200 avanti Cristo durante il periodo medio-babilonese, e lasciò tracce di sé e della sua aiutante, nota soltanto per la parte finale del nome “-ninu”, su di una tavoletta cuneiforme scoperta fra le rovine di Babilonia.


Scritta in caratteri cuneiformi e incisa sull’argilla, la tavoletta parla di Tapputi Belatekallim e -ninu, creatrici di profumi alla corte del Re, e cita per la prima volta uno strumento molto particolare: l’Alambicco.


Alambicco di Pyrgos 1800 a.C. 

 Nell’età del bronzo dell’antica Mesopotamia, il profumo era un prodotto ampiamente utilizzato dalle classi sociali più abbienti, e richiedeva abilità particolari per la sua distillazione. 
I profumi venivano utilizzati durante le cerimonie religiose, e avevano un forte significato simbolico. 

 Il profumo e l’incenso erano considerati un ponte tra gli dei e gli uomini, e offrivano la possibilità di comunicare con le divinità.
 Si pensava inoltre che i profumi dolci fossero graditi agli dei, e quindi i morti venivano trattati con una grande varietà di fragranze per renderne più gradevole il passaggio alla vita eterna.

 Realizzare dei profumi in quell’epoca non era semplice, e il lavoro richiedeva una grande abilità e conoscenza delle materie prime da trattare. 
Oltre al talento, erano fondamentali anche le capacità tecniche nella distillazione delle materie, oltre un attento uso dei componenti, costituiti da oli appositamente preparati, mirra, fiori, resine naturali e altri ingredienti minori, pressati, manipolati e combinati in modo da creare profumi “degni degli dei”.


La creatrice di Profumi del pittore Franco-Austriaco Rudolf Ernst 


 La tavoletta babilonese fa riferimento a un trattato scritto da Tapputi, la prima opera dell’uomo riguardante la preparazione di fragranze e il primo lavoro sulla chimica nella storia. 
Il trattato non è pervenuto a noi moderni, ma i produttori di profumo fecero certamente riferimento alle ricette di Tapputi e -ninu. 
Fra queste, una è attribuita all’antichissima chimica: Un balsamo per il re fatto di fiori, olio e calamo, una canna usata spesso per trattare i problemi di stomaco


Tapputi rivoluzionò la preparazione dei profumi, usando i primi solventi in grado di rendere le fragranze più durature e dolci. 

Il suo ruolo nella storia non fu solo quello di creatrice di profumi, ma fu anche supervisore di palazzo e membro della ristretta corte attorno al Re di Babilonia, una “conferma” all’importanza che le era attribuita dal sovrano in persona. 

 Fonte: vanillamagazine

Le scritte oscene nei bagni sono più antiche di quello che pensi


I bagni possono nascondere dei segreti inaspettati. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di trovare delle «barzellette sporche» raccontate con dei mosaici nelle latrine degli antichi romani. 

Siamo nel sito archeologico di Antiochia e Cragum, in quella che oggi è la provincia di Antalya, in Turchia. E l'ultima scoperta ha fatto arrossire gli archeologi, che mai si sarebbero aspettati di leggere delle «scritte oscene» in un bagno di 1800 anni fa.

 I mosaici risalgono al secondo secolo dopo Cristo e giocano sul mito di Narciso e Ganimede. 

«Siamo rimasti sbalorditi da quello che stavamo guardando», ha detto Michael Hoff, archeologo dell'Università del Nebraska-Lincoln a Live Science.
 «Devi conoscere le storie dei protagonisti per capire questo mosaico, ma ora abbiamo la certezza che l'umorismo da bagno è più universale di quanto si potesse pensare». 

 Del mosaico di Antiochia a Cragum si conserva solo metà della scena ma, secondo Hoff, «è la metà buona».
 Narciso è stato rappresentato con un naso insolitamente lungo, che sarebbe stato considerato brutto per gli standard di bellezza del tempo. E al posto di ammirare il suo viso allo specchio, come racconta il mito, fissa il riflesso del suo organo riproduttivo. Ganimede, invece, tiene in mano una spugna solitamente usata per pulire le toilette, mentre un airone - rappresentante ironicamente Zeus - lo pulisce utilizzando il suo lungo becco.


Per preservare l'opera e proseguire gli studi, il team di ricercatori ha deciso di coprire il mosaico. Ma entro l'estate la latrina sarà aperta al pubblico, come già lo è tutto il sito archeologico di Antiochia ad Cragum.

 L'area non è recintata e le visite turistiche sono libere e gratuite: non ci sono percorsi o pannelli informativi chiaramente segnalati e bisogna preparasi ad affrontare una zona umida fatta di fitti cespugli e rocce scoscese.
 Ma la latrina rappresenta un vero tesoro, unico nel suo genere. 
Un bagno pubblico di cui non si hanno molti altri esempi al mondo, a cui si aggiunge la preziosità di un mosaico così originale: ad Antiochia ad Cragum esiste solo un'altra decorazione in pietra accanto alla piscina dell'hammam, ma vanta solo motivi geometrici e nessun'altra storiella epica.

 Fonte: msn.com

martedì 6 novembre 2018

Questo animale esiste davvero: non è un coniglio, né un ragno ma somiglia a entrambi!


Così buffo da sembrare finto, c’è chi dice che assomigli a un Pokemon chi a un coniglietto nero con le orecchie lunghe o addirittura a un cane lupo.

 Il web è già impazzito per lui: il suo nome scientifico è Metagryne bicolumnata ed è stato fotografato dallo scienziato naturale Andreas Kay nella foresta pluviale amazzonica dell'Ecuador lo scorso anno. 
 Non c’è nessuna manipolazione nell’immagine che vedere e se fate una facile ricerca su internet scoprirete che per quanto strano, questo animaletto esiste davvero e appartiene agli Opilionidi, un ordine di Aracnidi, ma in realtà non è un ragno(un altro ordine, Araneae), nonostante l’aspetto molto simile.


La loro caratteristica sono queste zampe lunghissime e la loro particolarità è che il loro corpo è ovale e sembra quasi staccato dalla parte inferiore. 

La natura ci regala sempre grandi emozioni, per questo lo scienziato Andreas Kay l’ha visto per la prima volta, non ha potuto non strabuzzare gli occhi.
 Minuscolo come vediamo in questa foto dove c’è un dito vicino, il coniglietto nero è proprio singolare.


"Contrariamente a quanto si crede, non ha ghiandole velenifere e la specie è assolutamente innocua. Questi animali sono in circolazione da almeno 400 milioni di anni e vivevano ancora prima dei dinosauri", spiega Ray. 

 Questa specie è stata scoperta nel 1959 dallo specialista di aracnidi tedesco Carl Friedrich Roewer e da tempo si studia la forma del suo corpo, ma ancora non si è arrivati a un’unica ipotesi.
 Secondo alcuni gli occhi gialli non sarebbero ‘quelli veri’ che invece starebbero più giù. 
 Forse le macchie dell'occhio e le protuberanze simili alle orecchie sono pensate per ingannare i predatori e fare sembrare l’animale un po’ più grande.

 Insomma di misteri ce ne sono tanti, quel che certo è che questo piccolo aracnide ci fa già tanta simpatia!


 Dominella Trunfio

Il Congresso degli Arguti, le statue parlanti di Roma


Tutto ebbe inizio nel XVI secolo, in una Roma rinascimentale dove il potere e la ricchezza dei cardinali aumentano a dismisura, senza contare dello scempio cui sono soggetti i vecchi edifici romani denudati dei loro marmi per andare ad arricchire le case dei curiali che dovevano dare bella mostra delle loro ricchezze.
 Il popolo romano deluso e disilluso utilizza le Statue Parlanti come arma ironica, soprattutto, e dissacratoria, contro il potere teocratico dei papi, il governo e i personaggi più in vista.

 La satira latina rivisse per bocca delle statue parlanti, alle quali si affiggevano le anonime denunce politiche e di costume, scritte in versi ed in latino, che presero il nome di pasquinate, dal più illustre di questi personaggi in pietra Pasquino.

 Le epigrafi in calce alle statue parlanti, antesignane della libertà di stampa, sono l’unico mezzo disponibile per un popolo che, ancora non si può considerare rivoluzionario in quanto impossibilitato o diremo timoroso ad agire, manifesta verbalmente in piazza, luogo pubblico per eccellenza, le angherie e le miserie a cui è sottoposto. 

Il più “loquace” tra tutte le Statue Parlanti di Roma è Pasquino, numerose raccolte di scritti ed iscrizioni ne hanno tramandato gli acuti epigrammi. 
Una delle più celebri “pasquinate” è quella diretta al papa Urbano VIII, della famiglia Barberini, che fece togliere al Bernini le parti bronzee del Pantheon per la realizzazione del baldacchino di S. Pietro (1633): quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini.


Dal 1501 Pasquino si trova ad un angolo di palazzo Braschi, alle spalle di Piazza Navona, si tratta di un torso di figura maschile, la copia di un originale bronzeo risalente al III secolo a.c., facente parte di un antico gruppo statuario ellenistico, raffigurante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo.
 Ma è così male conservato che dire con certezza chi rappresenti è impossibile, forse un re o un eroe dell’antica Grecia. 
Non si può dire con sicurezza quale sia l’origine del suo nome, forse il nome di un sarto, di un barbiere o semplicemente di un professore della zona.


Un interlocutore di Pasquino è Marforio poiché in alcune delle satire le statue dialogavano tra di loro. 

Anche in questo caso si tratta di una statua antica.
 La colossale statua barbuta distesa su un fianco, oggi in piazza del Campidoglio, un tempo era ai piedi del colle Capitolino, raffigura l’Oceano, il Tevere oppure il fiume Nera. 

Il marmo, risalente al I secolo a.C. fu ritrovato nel Foro Romano vicino ad una conca di granito nei pressi dell’Arco di Settimio Severo. Sulla conca vi era scritto “mare in foro”: dalla deformazione di questa iscrizione, per alcuni, deriverebbe il nome di Marforio. 
Per altri l’etimologia di questo nome deriverebbe dalla famiglia Marioli, che nel XIV secolo risiedeva nei pressi del Carcere Mamertino, oppure trae origine dal Foro di Marte (Mars Fori).


Tra le Statue Parlanti minori troviamo Madama Lucrezia, una giunonica figura, proveniente da un tempio dedicato a Iside, raffigurante forse una sacerdotessa di questo culto o forse la stessa Iside.
 Situata in un angolo di Piazza San Marco adiacente Piazza Venezia. 
Il nome gli deriva da una nobile dama, che visse nel XV secolo, molto conosciuta al suo tempo. 
Si era innamorata del re di Napoli, il quale era già sposato; per questo motivo Lucrezia venne a Roma per cercare di ottenere dal papa la concessione del divorzio per il sovrano, ma il tentativo fallì. L’anno seguente il re morì; l’ostilità del suo successore costrinse la dama a tornare a Roma, dove abitò appunto presso la suddetta piazza. 


Altre figure che riuscirono a colpire l’immaginario popolare per il loro aspetto sono: Abate Luigi, Facchino e Babuino. 

 “FUI DELL’ANTICA ROMA UN CITTADINO/ ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA/ CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO/ NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA/ EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA/ MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA”.


Questo è il breve epitaffio, del Tomassetti, sul basamento che sorregge l’Abate Luigi, in piazza Vidoni, non lontano da piazza Navona, sul muro sinistro della chiesa di Sant’Andrea della Valle. 

La statua raffigura un uomo con una toga di foggia tardo-romana; il soprannome fu probabilmente ispirato dal sacrestano della vicina chiesa del Sudario, il quale – secondo la tradizione popolare – rassomigliava molto alla figura scolpita. 

 Ogni tanto la statua “perdeva la testa” ed infatti, nel 1966, rivolgendosi all’ignoto vandalo che, per l’ennesima volta, le aveva sottratto il capo, la statua così sentenziò (tramite cartelli che le venivano appesi): 
“O tu che m’arrubasti la capoccia vedi d’ariportalla immantinente sinnò, vôi véde? come fusse gnente me manneno ar Governo. E ciò me scoccia”.


Parliamo quindi ora della Statua parlante del Facchino.

 Anche se è una piccola fontana che si conserva solo in parte, racchiude in sé curiose leggende.
 Rappresenta una figura maschile nell’atto di versare acqua da una botte; l’abito indossato dalla figura è il costume tipico della corporazione dei facchini, da cui il nome del personaggio. 

Si trova in Via Lata, sul fianco sinistro del palazzo De Carolis (oggi noto come palazzo del Banco di Roma). 
Risale alla seconda metà del XVI secolo, e secondo una tradizione popolare fu ispirata dalla figura di un acquarolo, colui che raccoglieva acqua dalle fontane pubbliche per rivenderla porta a porta, a modico prezzo. 
 Nessuno sa chi fosse l’autore della fontana, trattandosi di un’opera pregiata fu attribuita erroneamente a Michelangelo. 

Si dice che il facchino raffigurato fosse un tal Abbondio Rizio, un robusto e alto facchino che portava il vino nelle case della zona. Arricchitosi per un colpo di fortuna, l’uomo avrebbe voluto far costruire una fontana che lo raffigurasse nel momento del lavoro che egli aveva umilmente compiuto per tanti anni. 

 Un’altra leggenda narra invece che il personaggio scolpito fosse un oste della zona, che per guadagnare di più mescolava il vino che offriva ai suoi avventori con abbondante acqua. 
Quando morì vide le porte del Paradiso sbarrarsi al suo passo.
 San Pietro gli disse che la disonestà di cui si era macchiato in vita era un reato gravissimo che avrebbe potuto portarlo perfino all’Inferno.
 Il taverniere promise di espiare la sua colpa riversando gratuitamente tutta l’acqua che aveva venduto con la truffa.
 

Stando alla leggenda, dopo 400 anni egli deve ancora terminare di pagare il suo debito. 

Un altro protagonista del “congresso degli arguti” è la Statua Parlante del Babuino, situata a ridosso della facciata della Chiesa di Sant’Anastasio dei Greci in Via del Babuino. 

È un’antica statua di sileno adagiata su una vasca di marmo, entrambi di epoca romana.
 Data la bruttezza della statua, dovuta al ghigno del sileno, il popolo romano la chiamò il Babuino e tale epiteto divenne talmente celebre che determinò il mutamento del toponimo della strada da Via Paolina in Via del Babuino. 


 Le Statue Parlanti, quelle che un tempo erano portavoce del popolo romano, oggi hanno perso la parola e ridotte al silenzio osservano mute lo scorrere del tempo.
 Solo Pasquino si mantiene fedele alla 
tradizione: la sua base è sempre ricoperta di graffianti satire in versi rivolte a chi detiene il potere. 


Fonte: mitiemisteri.it
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