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lunedì 26 marzo 2018

Khajuraho, i templi dell’amor profano dell’India


L’amore sacro e l’amore profano saldati insieme, uniti a imperitura memoria. 
A Khajuraho, nell’India più intensa, si fondono i sentimenti, la passione, l’erotismo con la religione, il misticismo e divinità. 
Uno scambio di contrasti apparenti che si basa sulla concezione tantrica del sesso e della vita che ha portato i templi di questo parco di quasi 13 chilometri quadrati ad essere famosi per rappresentare una sorta di Kamasutra in pietra. 
 Niente di pruriginoso o scabroso, anzi. Il sito, tra verde lussureggiante e strutture che appaiono all’improvviso, è già molto ricco di fascino in sé e le rappresentazioni veritiere sono solo una piccola parte della fama del luogo.


In particolare, se prima di affrontare questa passeggiata archeologica nel verde di giardini in stile inglese, il moderno pellegrino decide di assistere allo spettacolo di “suoni e luci” che si svolge la notte proprio ai piedi di un paio di templi: in una cornice estremamente suggestiva, una voce narra la leggenda dalle fondazione del luogo per volere della Dea Luna, che si specchiava nel laghetto adiacente e chiese ai suoi discendenti, che poi divennero il clan Chandela, di costruire in suo onore 85 templi. 

 La storia ha tutto il sapore delle antiche fiabe indiane (Dei, natura, eroi, soldati, tigri, principesse), mentre l’illuminazione sapiente accende nell’oscurità alcune parti delle costruzioni e la musica antica sottolinea le parole.
 Uno show decisamente affascinante che rimane nel cuore, così come la visione alla luce del sole di tutto il sito religioso.




Divisi in due sezioni, sparsi a pochi metri uno dall’altro, tra fiori giganti e lussureggianti piante, alcuni più bassi, altri alti fino ad oltre 110 metri, i 22 templi e qualche rovina sono la testimonianza della gloria della dinastia Chandela, che regnò in questa zona centrale dell’India, e furono eretti tra la metà del IX secolo e l’inizio del XII da centinaia di abili scultori, architetti e operai, il cui nome purtroppo è perso nel dimenticatoio della storia. 
 Furono sicuramente eccezionali come mano d’opera, scolpendo ad una ad una le migliaia di statue a bassorilievo che arricchiscono ogni centimetro di tutti i templi. 
Oltre ai consueti animali della giungla, elefanti, tigri e leoni, oltre ai valorosi soldati che combatterono per la dinastia, oltre alle raffigurazioni dei tanti Dei, a cominciare da Ganesh, oltre alle innumerevoli scene di vita quotidiana, i principali protagonisti di questi decori nella pietra rossa sono uomini e donne in posizioni sensuali.




Per questo Khajuraho è considerato il luogo della rappresentazione del Kamasutra. Anche se le “vignette” erotiche sono soltanto il 15 % delle opere d’arte scolpite nelle pareti. 
I templi sarebbero il centro del misticismo tantrico, dove il sesso è essenziale affinché gli umani tramite esso si avvicinino al divino e all’assoluto.
 Per alcuni studiosi, invece, le raffigurazioni sensuali sarebbero state effettuate per ricordare che si può arrivare al cospetto degli Dei soltanto abbandonando i propri istinti e desideri sessuali.
 Una sorta di purificazione: infatti quel tipo di sculture si trovano nella zona esterna del tempio, che al centro è dedicato ad una delle tante divinità, da Shiva a Vishnu e Brahma, mentre una volta, prima di crolli, saccheggi e attacchi del tempo, ognuno aveva intorno mura, porte e cortili circondati da palme da dattero (Khajur, in indi, significa palma). 
 Quello che è certo è che i bassorilievi sono un esempio di grande manualità artistica degli scultori e anche se potrebbero sembrare una sorta di libro di pietra di figure sessuali, trasmettono sicuramente gioia e positività.




I primi scopritori inglesi, dopo che per secoli i templi furono inghiottiti dalla giungla, nel 1840, in piena epoca puritana dell’Ottocento, rimasero sconvolti e inorriditi davanti a tanta lussuria. 
Oggi invece, abituati come siamo a provocazioni di ogni genere, fanno sorridere.
 Donne prosperose nelle loro curve morbide e sinuose e uomini prestanti in varie posizioni hanno l’espressione del viso felice di chi ha raggiunto l’illuminazione divina.



Fonte: latitudinex.com

giovedì 22 marzo 2018

Nelle spettacolari grotte di ghiaccio dell’Isola degli Apostoli in cui nessuno può più entrare


Un altro inverno senza grotte di ghiaccio. 
L'ultima volta che hanno aperto al pubblico era il 2014. Ma anche quest'anno nessuno potrà godere dell'incredibile spettacolo offerto dalle Mainland Caves di Apostle Island, nel Wisconsin, o anche solo raggiungerle senza camminare sotto le loro stupefacenti arcate di arenaria ricoperte di stalattiti di ghiaccio. 
 A causa dei forti venti e delle temperature miti, lo strato di giacchio che permette di raggiungere queste spettacolari grotte in inverno si è frantumato.
 Accesso vietato, quindi: non sarebbe sicuro avventurarsi in questo angolo dell'Apostle Islands National Lakeshore, dove l'acqua incontra terra e cielo creando spettacolari insenature.


Il ghiaccio delle Mainland Cave appare blu solo quando è sufficientemente consolidato: così denso che le bolle d'aria non permettono il passaggio della luce. 
Man mano che le bolle si disperdono, invece, il giaccio diventa brillante, diamantato, abbagliante. 


Il loro massimo splendore lo hanno vissuto nell'inverno fra il 2013 e il 2014. 
E' stato così freddo che uno spesso strato di ghiaccio si è formato da subito e non si è più sciolto sino a primavera, trasformando le grotte di Apostle Island in un paesaggio incantato che sembrava uscire dalle cronache di Narnia.




Da allora decine di migliaia di visitatori hanno provato a raggiungerle in questi quattro anni, ma hanno trovato sempre la strada chiusa. O meglio, sciolta. 
In questo periodo il ghiaccio non si è mai congelato abbastanza da permettere il passaggio a piedi.
 Il freddo di inizio dicembre aveva fatto ben sperare in una riapertura. Ma il vento ha soffiato via ogni speranza, lasciando a queste foto l'ultimo ricordo.


Siamo lungo la sponda settentrionale del Lago Superiore, il più grande lago d'acqua dolce del pianeta.
 D'estate queste grotte si possono raggiungere facilmente con qualsiasi tipo di imbarcazione.
 D'inverno il piccolo arcipelago si unisce alla terraferma con uno strato di ghiaccio, che solo se supera un certo spessore può essere varcato. 

 Prima del 2014, erano passati cinque anni dall'ultima apertura. Quindi la speranza è che l'anno prossimo il ciclo si ripeta, permettendo a tutti di accedere a questa incredibile meraviglia della natura.
 Ma non tutti sono così ottimisti: «Gli inverni sono sempre più miti e il giaccio non ce la fa a consolidarsi», spiega Julie Van Stappen dell'Apostle Islands National Lakeshore, e «le proiezioni climatiche ci dicono che il raggiungimento dello spessore minimo sarà sempre più raro».

 Un altro, inesorabile e irreversibile, «effetto indesiderato» del cambiamento climatico.



Fonte: lastampa.it

mercoledì 21 marzo 2018

Sakura e Hanami, quando il Giappone diventa magico


Sakura e hanami. Due piccole paroline magiche che aprono le porte ad un mondo incantato, lanciano uno sguardo al Giappone più reale, sospeso tra tradizione e futuro ipertecnologico.
 Sakura e hanami sono la vera essenza del Giappone e lo fanno risplendere nel periodo compreso tra fine marzo e inizio aprile. Legate una all’altra, le due paroline si completano. 
Quando i sakura, ovvero i ciliegi, sono sbocciati è il momento dell’hanami, ovvero ammirare i fiori all’inizio della primavera facendo un pic nic.
 Se uno è fortunato da poter visitare questo Paese così particolare durante questo periodo, avrà realizzato un sogno, avrà la sensazione di vivere in un luogo da fiaba.


Vedere i rami carichi di fiori bianchi gettarsi quasi nel fiume Shirakawa a Kyoto e creare una scenografia di acqua e petali delicati è qualcosa che segna per sempre l’immaginario, soprattutto se si è colpiti dalla Jap-mania.
 Difficile non rimanere coinvolti dalla spasmodica attesa di ogni singolo giapponese davanti ad una pianta in boccio: la studia, la monitora, la coccola. 
 Da Sud, dove sbocciano i primi ciliegi, al Nord, tutto il Giappone va letteralmente in tilt per la fioritura. La sorveglia come noi seguiamo il meteo, anzi, esiste proprio una sistema di bollettini di aggiornamento, previsioni e testimonianze passo passo, da Sud, dall’Okinawa, al Nord, all’Hokkaido, della fioritura, su tutti i media. 


Dalla fine di gennaio, la tensione sale e ogni giapponese attende trepidante il momento di hanami, di poter andare nei parchi cittadini al mattino presto, stendere i teli sull’erba, aspettare di salutare amici e vicini di casa e augurare una festa felice.
 Non solo nei parchi. 
Ogni attimo è buono per hanami, l’importante è che ci sia un albero in fiore per mettersi sotto, anche in piena città, anche con i colleghi di lavoro, e bere qualcosa insieme all’ombra. 
Se poi un petalo di ciliegio cade su una persona, è segno di buona fortuna per l’anno a venire.


Questa tradizione così amata risale al periodo Nara, intorno al VIII secolo.
 La fioritura di sakura coincideva con l’inizio della stagione della semina del riso e il rilancio delle attività agricole: così per propiziare il raccolto venivano fatte offerte alle divinità locali ai piedi dell’albero fiorito e i contadini bevevano sake in onore degli Dei. 

Un secolo più tardi, la corte imperiale di Kyoto riprese e ampliò questa festa, accompagnandola con piatti sofisticati e sake raffinati e legandola alla contemplazione dei fiori e alla scrittura di poesie. In breve tempo, quest’usanza di bere e mangiare sotto gli alberi in fiore fu ripresa dai samurai e in seguito dal popolo, fino a diventare, nel XVII secolo, una tradizione nazionale.


I sakura giapponesi non fruttificano: sono ciliegi particolari, coltivati unicamente per i fiori, sono diventati simbolo di un Paese, si trovano ovunque, nell’arte, nella cucina, con i dolcetti sakura mochi (pasta di fagioli rossi avvolta da riso pestato e tinto di rosa, avvolto da una foglia di ciliegio salata), nella cerimonia del tè, dipinti sulle sete per i kimono, negli inevitabili souvenir, persino ritratti sulla moneta da 100 yen e scolpiti nei tombini delle strade di Osaka. 

 I fiori bianchi tendenti al rosa durano pochi giorni ma bastano per rendere unico il panorama. 
 Inevitabilmente, durando così poco, sono anche il simbolo della bellezza effimera, una metafora della vita, bella e luminosa, ma anche fragile e passeggera, e hanno ispirato poeti, pittori e musicisti, dalle canzoni tradizionali fino a quelle moderne dell’effervescente pop made in Japan. 
 Con i sakura, e poco prima a febbraio con ume, i pruni di un rosa più intenso, inizia la primavera e le città cambiano volto diventando ancora più magiche.
 Soprattutto Kyoto, così meravigliosamente persa nel tempo e nella tradizione: visioni candide di rami e fiori stregano lunga la Passeggiata del Filosofo, incorniciano il Padiglione d’oro che tinge di colore brillante il laghetto davanti, abbelliscono il Palazzo Imperiale e il parco Maruyama, famoso proprio per i ciliegi.


I sakura portano nelle memorie del passato anche a Takayama, circondata dalle montagne e rimasta come nel Seicento, o a Kanazawa con il suo grande Giardino Kenroku-en, tinto dai ciliegi a fine marzo, dagli iris a maggio e dagli aceri rossi in autunno: una visione da sogno in ogni stagione.

 I ciliegi abbelliscono la fervida Tokyo dalle mille luci: la metropoli che non dorme mai, con i suoi quartieri, dal tentacolare Shibuya all’affaristico Ginza, diversi per indole ma tutti sempre in movimento, si ferma in contemplazione del fiore sacro, i suoi abitanti mollano il lavoro e si siedono sotto i rami a fare hanami. Anche i parchi della metropoli diventano luoghi affollati di ammiratori di fiori. 
Ad esempio, Showa Kinen Park, che ospita più di millecinquecento alberi di ciliegio e numerosi altri fiori, tra cui i tulipani, che sbocciano a metà aprile, è il luogo ideale per gli amanti della fotografia; lo Shinjuku Gyoen National Garden, che si trova nel cuore di Tokyo, un parco grandioso dove godere l’hanami in piena serenità e in perfetta armonia con la natura, qui è possibile ammirare la fioritura anche dopo l’alta stagione; al Nakameguro, lungo il fiume Meguro, dove con il calar del sole gli alberi vengono illuminati e i ciliegi creano giochi di luce davvero imperdibili che si riflettono sulle acque del fiume, qui a fine fioritura i petali caduti nell’acqua dipingono il fiume di rosa, uno spettacolo davvero indimenticabile.


Il Yanaka Reien Cemetery, che ospita anche la tomba del 15° shogun Tokugawa, è un luogo tranquillo dove fare una piacevole passeggiata sotto gli alberi in fiore, mentre il Chidori-ga-fuchi è il canale che circonda il palazzo imperiale ed è uno dei luoghi più conosciuti dove celebrare l’hanami, qui si può godere della fioritura sia a terra sia noleggiando una barca.

 Per finire, il Sumida Park, il parco più amato dai giapponesi fin dal periodo Edo, consente di godere particolarmente lo spettacolo dell’hanami. Sempre nella zona del Sumida Park, un altro modo di vivere l’hanami è fare una crociera sul fiume, soprattutto la sera, le luci di TOKYO SKYTREE® e lo yakatabune (tradizionale imbarcazione giapponese) regalano forti emozioni.

 Fra gli eventi suggeriti da Tokyo per non perdere la magia di questo momento vi è anche il Sakura Festival, dedicato all’arte, alla musica e alla tradizionale cultura culinaria giapponese che avrà luogo a Nihombashi dal 16 marzo al 15 aprile.



Fonte: latitudinex.com

lunedì 19 marzo 2018

L'innalzamento dei mari minaccia l'isola di Pasqua


L’aumento del livello del mare minaccia l’integrità delle coste dell’isola di Pasqua, uno dei luoghi più remoti al mondo e famosa per un patrimonio storico-artistico unico nel suo genere. 
Le grandi statue monolitiche con i caratteristici faccioni (moai) e le piattaforme su cui poggiano rischiano di essere raggiunte dall’acqua marina, un serio pericolo per la loro conservazione. 

Secondo i modelli matematici più accreditati sul cambiamento climatico, entro la fine di questo secolo i mari si innalzeranno fino a quasi 2 metri, cambiando la geografia di interi arcipelaghi e la vita delle persone che li popolano. 
Nel caso di Rapa Nui – il nome dell’isola nella lingua nativa –– il danno potrebbe essere enorme non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico.


L’isola di Pasqua si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico meridionale a una distanza di circa 3.600 chilometri dalla costa del Cile, al quale appartiene. 
Con un’estensione massima di appena 24 chilometri, è popolata da circa 6mila persone e ha un traffico di turisti molto alto. 
Solo lo scorso anno in 100mila hanno raggiunto Rapa Nui per visitare le sue statue.
 I turisti sono la principale fonte di ricavo per l’isola, che è costellata di alberghi e locali per ospitarli il cui fatturato annuo è intorno ai 70 milioni di dollari. 
Le statue sono tenute al sicuro entro il perimetro di un grande parco storico, tutelato dall’UNESCO.


Non sappiamo ancora molto sulla storia di Rapa Nui. 
Sulla base delle testimonianze trovate sull’isola, gli storici sono convinti che i primi a raggiungerla furono i polinesiani circa mille anni fa: vi si stabilirono creando una civiltà piuttosto florida. Costruirono oltre 1.100 moai usando tecniche non ancora del tutto chiare, comprese quelle per trasportare i pesanti blocchi di pietra dalle cave ai punti perimetrali dell’isola dove si trovano tuttora. Non sappiamo nemmeno di preciso a che cosa servissero, anche se la teoria più comune è che fossero scolpiti per augurare benessere e prosperità, e per questo sono rivolti verso l’interno dell’isola. 

I moai più piccoli erano invece rappresentazioni dei defunti di un certo rango, come i personaggi più importanti della comunità.
 Non sappiamo di preciso che cosa portò la civiltà dell’isola di Pasqua a scomparire, ma tra i più grandi indiziati ci sono l’eccessivo consumo di risorse e l’arrivo dei colonizzatori europei, che portarono malattie verso cui gli abitanti dell’isola non erano immuni.


Esploratori che misurano le statue sull’isola di Pasqua, circa nel 1790 (Hulton Archive/Getty Images)

Ora, a causa della progressiva erosione delle coste, statue e manufatti rischiano di andare perduti prima che gli storici riescano a risolvere tutti i misteri e ricostruire la storia di questa sperduta isola.

 I cambiamenti sono già evidenti: di solito i turisti iniziano la loro visita da Tongariki, sulla costa sud-est, dove è possibile osservare il Sole che sorge dietro le statue allineate. 
Le visite proseguono lungo l’unica spiaggia sabbiosa e in un’altra area del parco storico, dove si trova la statua attribuita a Hotu Matu, il mitico fondatore dell’isola.
 Tutti e tre questi siti stanno subendo una rapida erosione a causa dell’innalzamento delle acque.
 Altri danni sono giudicati ormai irreversibili nella parte nord-est di Rapa Nui, dove una spiaggia sabbiosa è quasi del tutto sparita, con danni ad alcune antiche tombe ritrovate nella zona.

 Ad Ahu Runga Va’e, lungo la costa sud dell’isola di Pasqua, i ricercatori hanno costruito una piccola diga marittima per ridurre l’impatto delle onde. 
Non è chiaro se questa soluzione possa essere sufficiente per fermare o almeno rallentare i processi di erosione.

 I responsabili del parco storico stanno valutando di spostare le statue più nell’entroterra, ma questo significherebbe modificare la disposizione dei monoliti, decisa secoli fa da chi li portò fino a lì.


Nonostante le difficoltà e le prospettive poco incoraggianti, i residenti di Rapa Nui mantengono un certo ottimismo, come hanno spiegato al New York Times.
 In mille anni di storia, la loro civiltà ha affrontato e superato crisi di ogni tipo, compresa quella che decimò la popolazione dell’isola nel Diciannovesimo secolo.
 Sono convinti che si potrà trovare una soluzione al loro problema, per conservare un posto lontanissimo da tutti e che in un certo senso è sotto la responsabilità di tutti. 


Fonte: ilpost.it

venerdì 16 marzo 2018

A Dubai arriva la motocicletta drone per la polizia


Da oggi pattugliare le strade di Dubai sarà ancora più facile. La polizia della città ha infatti ricevuto in dotazione una hoverbike, una vera e propria motocicletta drone che consentirà agli agenti di volare e atterrare direttamente dal cielo. 
E così dopo la Bugatti Veyron in grado di toccare i 408 chilometri orari, le forze dell’ordine di Dubai guardano ancora più al futuro con una ‘pattuglia volante’ che permetterà loro di spostarsi più rapidamente. 
Del resto le caratteristiche dell’hoverbike parlano chiaro: questo mezzo può raggiungere i cinque metri di altezza, ha un’autonomia di 25 minuti e può sopportare carichi fino a 300 kg.




Un’innovazione tecnologica di tutto rispetto per spostarsi agilmente nel cielo della capitale di uno dei sette emirati degli Emirati Arabi. Da non dimenticare che, oltre all’hoverbike e alla Bugatti Veyron, il parco macchine della polizia di Dubai vanta tra le altre anche un’edizione limitata dell’Aston Martin One-77, una Ferrari FF ed una Lamborghini Aventador.
 Del resto la città è tra le più ricche ed evolute al mondo dal punto di vista tecnologico e questo non rende certo la vita facile ai malviventi che, con la motocicletta drone, avranno serie difficoltà a far perdere le proprie tracce. 


Fonte: scienzenotizie.it

Trieste. Il Castello di Miramare


Progettato dall'architetto viennese Carl Junker e voluto dall'arciduca d'Austria e imperatore del Messico Ferdinando Massimiliano d'Asburgo per risiedervi con la consorte Carlotta del Belgio, il Castello di Miramare, la cui realizzazione cominciò nel 1856, è il risultato della combinazione di diversi stili fusi armoniosamente fra loro, dal gotico al medievale e il rinascimentale. 

 Le sue inconfondibili torri bianche che si specchiano nell'acqua, le mura che hanno ospitato celebri personaggi come Sissi, l'imperatrice d'Austria, e gli arredi originali dell'epoca realizzati dagli artigiani Franz e Julius Hofmann, ne fanno una meta unica ed affascinante.

 Il piano terra, adibito ad appartamenti privati, era meno sontuoso e più intimo, mentre il primo piano, di rappresentanza, era fastosamente ornato con stemmi imperiali e tappezzerie rosse. 
L'ala sinistra di questo piano subirà poi delle modifiche ad opera del duca Amedeo d'Aosta che apporterà funzionali ammodernamenti per stabilirsi qui, dove soggiornerà per circa 7 anni. 

 Il Castello comprende oltre 20 stanze. Le più interessanti sono la Sala Novara, lo studio di Massimiliano d'Asburgo che riproduce una porzione di poppa della Novara, la nave utilizzata dall'arciduca per i suoi spostamenti con la flotta austriaca; la Biblioteca, che comprende oltre 7.000 volumi ottocenteschi di storia, geografia, letteratura, arte e botanica; la Sala della Musica, dove si esercitava Carlotta del Belgio e la Sala Storica, cosiddetta perché affrescata da Cesare Dell'Acqua con episodi della storia di Grignano.






Particolarmente suggestive la Sala delle Udienze, sfarzosamente decorata con un gioco di specchi e ori che, dal soffitto, si riflettono nel pavimento di legno e la Sala del Trono che, dedicata alla celebrazione della dinastia di Massimiliano d'Asburgo, è la stanza più grande del castello, con il soffitto decorato a capriate lignee.




Il vasto Parco che circonda il Castello si estende su una superficie di 22 ettari e comprende pregiate specie botaniche, molte delle quali scelte dallo stesso Massimiliano nei suoi viaggi per il mondo. A sentieri e laghetti si alternano aiuole, serre con vetrate, un giardino all'italiana ed un boschetto.
 Da segnalare le sculture, la "casetta svizzera" nei pressi del Lago dei Cigni, la Cappella di San Canciano con il crocifisso realizzato con il legno della Novara, ed il piazzale con i cannoni, dono di Leopoldo I, re del Belgio.










Il complesso comprende anche le Scuderie, che oggi ospitano esposizioni temporanee ed il Castelletto che si affaccia sul porticciolo di Grignano e che, tra il 1866 e il 1867, ospitò Carlotta del Belgio colpita dai primi segni di squilibrio mentale dopo l'uccisione del marito in Messico.


Il Castelletto riproduce con proporzioni ridotte gli esterni della residenza principale ed è oggi sede della Direzione della Riserva Naturale Marina di Miramare.

 Fonte: italiaparchi.it

giovedì 15 marzo 2018

Snow roller: i curiosi “rulli di neve” comparsi in Scozia


Qualcuno di voi forse le ha già viste in Rete: parliamo delle foto scattate dalla signora Eunice Clarke mentre passeggiava con i suoi cani a Glassford, nel Lanarkhire (Scozia). 
Nelle immagini si vedono rotoli di neve comparsi (a centinaia) nel bel mezzo di campi imbiancati: non balle di fieno "ricoperte", come molti hanno ipotizzato, o persino qualcosa di più misterioso, ma strutture di “neve arrotolata” naturali, rare ed estremamente delicate.


Vengono definiti “snow roller” (rullo di neve) e si formano quando la neve, soffiata dal vento, inizia a muoversi rotolando sul terreno, raccogliendo materiale lungo il cammino (un po' come si fa quando si vogliono costruire palle di neve da usare per un pupazzo di neve).
 Poiché i primi "fogli" che si arrotolano sono molto sottili e delicati, spesso accade che, successivamente, vengano spazzati via dal vento: in questo caso, nella parte centrale del rotolo, si produce un vuoto che dà alla struttura la forma di una grande ciambella.
 Man mano che il rotolo si fa più grande, gli strati di neve si compattano e dunque risulta più difficile distruggerli. 
Ecco perché oltre a snow roller grandi non più di un pugno, è possibile ammirarne qualcuno che raggiunge dimensioni di qualche metro di diametro.


Affinché si formino sono necessarie diverse condizioni: 
1) Deve esserci uno strato superficiale di neve bagnata con una temperatura vicino al punto di fusione;
 2) al di sotto, è necessaria la presenza di ghiaccio o neve polverosa: insomma, neve che non si attacchi con lo strato soprastante; 
3) Un ruolo fondamentale lo gioca il vento: deve avere un'intensità sufficiente da innescare la rotazione della neve, ma non eccessiva da rompere i rulli; 
4) Elemento che favorisce la formazione dei rulli, infine, è la presenza di un pendio. 

 Fonte: www.focus.it

lunedì 12 marzo 2018

Alla scoperta dei tepui, i monti degli dei


La mano dell’uomo ha inciso sulla natura più di quanto avrebbe dovuto nel corso dei secoli. 
Ci sono dei luoghi però, così inaccessibili da rimanere incontaminati e inviolati. Come i tepui, le cosiddette “montagne degli dei” che si trovano soprattutto in Venezuela, e più precisamente nella Gran Sabana: così alte e così impervie da essere state per secoli fonte di leggende e racconti mitologici. 
Luoghi straordinari, che vale la pena conoscere e raccontare.


I tepui sono degli enormi altopiani situati in Venezuela, che si estendono per centinaia di chilometri. 
La loro formazione risale a circa 450milioni di anni or sono, ma si stima che il loro aspetto sia quello che avevano 20 milioni di anni fa.
 Ce ne sono circa 112 tra il Venezuela, il Brasile e la Guyana e la loro altezza va dai mille ai 3mila metri sopra il livello del mare.

 I tepui più famosi sono Neblina, Roraima, Autana, e Auyantepui. Quest’ultimo è il luogo dove sorge la famosa Angel Falls, ossia la cascata più alta del mondo.


I tepui si trovano tra la Guyana occidentale, il Brasile e il Venezuela. 
La maggior parte sono nel Parque Nacional Canaima, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. 
In Brasile, invece, è stato istituito il Parco nazionale del Monte Roraima. 
Scalarli non è semplice, ed è molto difficile che l’uomo possa avventurarsi sulla vetta. 

 Tra un tepui e l’altro c’è una distanza enorme.
 Questo, unito alla loro inaccessibilità, ha fatto sì che ognuno sviluppasse un ecosistema a sé. 
Nessun tepui è uguale all’altro, nessun tepui ha una flora o una fauna anche lontanamente simile a quelle vicine.
 Inoltre, il fatto che l’uomo non abbia potuto mettere mano alla natura di questi altopiani, ha fatto sì che ci siano specie animali e vegetali assolutamente uniche.
 Per anni si è creduto addirittura che, grazie all’ecosistema inalterato, nei tepui fossero sopravvissuti i dinosauri


I tepui si sono formati dai grandi altopiani di arenaria situati tra la foresta amazzonica e il fiume Orinoco.
 Con il passare dei secoli questi furono erosi, e dai monti rimasti si svilupparono i tepui.
 Secondo una teoria presentata nel 2013, questi meravigliosi altopiani sarebbero quello che rimane della parte non erosa dello Scudo della Guyana.


Le meraviglie svelate dai tepui però, non finiscono qui.
 Nel 2014 è stata scoperto nella regione il più lungo sistema di grotte quarzitiche esistente.
 L’interno è composto da sinistre formazioni geologiche di un colore rosatro e c’è la presenza di un rarissimo minereale, la rossiantonite. 
Venti chilometri di tunnel e gallerie, con caratteristiche geologiche che non hanno eguali al mondo.

 Fonte: siviaggia.it
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