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lunedì 19 marzo 2018

L'innalzamento dei mari minaccia l'isola di Pasqua


L’aumento del livello del mare minaccia l’integrità delle coste dell’isola di Pasqua, uno dei luoghi più remoti al mondo e famosa per un patrimonio storico-artistico unico nel suo genere. 
Le grandi statue monolitiche con i caratteristici faccioni (moai) e le piattaforme su cui poggiano rischiano di essere raggiunte dall’acqua marina, un serio pericolo per la loro conservazione. 

Secondo i modelli matematici più accreditati sul cambiamento climatico, entro la fine di questo secolo i mari si innalzeranno fino a quasi 2 metri, cambiando la geografia di interi arcipelaghi e la vita delle persone che li popolano. 
Nel caso di Rapa Nui – il nome dell’isola nella lingua nativa –– il danno potrebbe essere enorme non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico.


L’isola di Pasqua si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico meridionale a una distanza di circa 3.600 chilometri dalla costa del Cile, al quale appartiene. 
Con un’estensione massima di appena 24 chilometri, è popolata da circa 6mila persone e ha un traffico di turisti molto alto. 
Solo lo scorso anno in 100mila hanno raggiunto Rapa Nui per visitare le sue statue.
 I turisti sono la principale fonte di ricavo per l’isola, che è costellata di alberghi e locali per ospitarli il cui fatturato annuo è intorno ai 70 milioni di dollari. 
Le statue sono tenute al sicuro entro il perimetro di un grande parco storico, tutelato dall’UNESCO.


Non sappiamo ancora molto sulla storia di Rapa Nui. 
Sulla base delle testimonianze trovate sull’isola, gli storici sono convinti che i primi a raggiungerla furono i polinesiani circa mille anni fa: vi si stabilirono creando una civiltà piuttosto florida. Costruirono oltre 1.100 moai usando tecniche non ancora del tutto chiare, comprese quelle per trasportare i pesanti blocchi di pietra dalle cave ai punti perimetrali dell’isola dove si trovano tuttora. Non sappiamo nemmeno di preciso a che cosa servissero, anche se la teoria più comune è che fossero scolpiti per augurare benessere e prosperità, e per questo sono rivolti verso l’interno dell’isola. 

I moai più piccoli erano invece rappresentazioni dei defunti di un certo rango, come i personaggi più importanti della comunità.
 Non sappiamo di preciso che cosa portò la civiltà dell’isola di Pasqua a scomparire, ma tra i più grandi indiziati ci sono l’eccessivo consumo di risorse e l’arrivo dei colonizzatori europei, che portarono malattie verso cui gli abitanti dell’isola non erano immuni.


Esploratori che misurano le statue sull’isola di Pasqua, circa nel 1790 (Hulton Archive/Getty Images)

Ora, a causa della progressiva erosione delle coste, statue e manufatti rischiano di andare perduti prima che gli storici riescano a risolvere tutti i misteri e ricostruire la storia di questa sperduta isola.

 I cambiamenti sono già evidenti: di solito i turisti iniziano la loro visita da Tongariki, sulla costa sud-est, dove è possibile osservare il Sole che sorge dietro le statue allineate. 
Le visite proseguono lungo l’unica spiaggia sabbiosa e in un’altra area del parco storico, dove si trova la statua attribuita a Hotu Matu, il mitico fondatore dell’isola.
 Tutti e tre questi siti stanno subendo una rapida erosione a causa dell’innalzamento delle acque.
 Altri danni sono giudicati ormai irreversibili nella parte nord-est di Rapa Nui, dove una spiaggia sabbiosa è quasi del tutto sparita, con danni ad alcune antiche tombe ritrovate nella zona.

 Ad Ahu Runga Va’e, lungo la costa sud dell’isola di Pasqua, i ricercatori hanno costruito una piccola diga marittima per ridurre l’impatto delle onde. 
Non è chiaro se questa soluzione possa essere sufficiente per fermare o almeno rallentare i processi di erosione.

 I responsabili del parco storico stanno valutando di spostare le statue più nell’entroterra, ma questo significherebbe modificare la disposizione dei monoliti, decisa secoli fa da chi li portò fino a lì.


Nonostante le difficoltà e le prospettive poco incoraggianti, i residenti di Rapa Nui mantengono un certo ottimismo, come hanno spiegato al New York Times.
 In mille anni di storia, la loro civiltà ha affrontato e superato crisi di ogni tipo, compresa quella che decimò la popolazione dell’isola nel Diciannovesimo secolo.
 Sono convinti che si potrà trovare una soluzione al loro problema, per conservare un posto lontanissimo da tutti e che in un certo senso è sotto la responsabilità di tutti. 


Fonte: ilpost.it

venerdì 16 marzo 2018

A Dubai arriva la motocicletta drone per la polizia


Da oggi pattugliare le strade di Dubai sarà ancora più facile. La polizia della città ha infatti ricevuto in dotazione una hoverbike, una vera e propria motocicletta drone che consentirà agli agenti di volare e atterrare direttamente dal cielo. 
E così dopo la Bugatti Veyron in grado di toccare i 408 chilometri orari, le forze dell’ordine di Dubai guardano ancora più al futuro con una ‘pattuglia volante’ che permetterà loro di spostarsi più rapidamente. 
Del resto le caratteristiche dell’hoverbike parlano chiaro: questo mezzo può raggiungere i cinque metri di altezza, ha un’autonomia di 25 minuti e può sopportare carichi fino a 300 kg.




Un’innovazione tecnologica di tutto rispetto per spostarsi agilmente nel cielo della capitale di uno dei sette emirati degli Emirati Arabi. Da non dimenticare che, oltre all’hoverbike e alla Bugatti Veyron, il parco macchine della polizia di Dubai vanta tra le altre anche un’edizione limitata dell’Aston Martin One-77, una Ferrari FF ed una Lamborghini Aventador.
 Del resto la città è tra le più ricche ed evolute al mondo dal punto di vista tecnologico e questo non rende certo la vita facile ai malviventi che, con la motocicletta drone, avranno serie difficoltà a far perdere le proprie tracce. 


Fonte: scienzenotizie.it

Trieste. Il Castello di Miramare


Progettato dall'architetto viennese Carl Junker e voluto dall'arciduca d'Austria e imperatore del Messico Ferdinando Massimiliano d'Asburgo per risiedervi con la consorte Carlotta del Belgio, il Castello di Miramare, la cui realizzazione cominciò nel 1856, è il risultato della combinazione di diversi stili fusi armoniosamente fra loro, dal gotico al medievale e il rinascimentale. 

 Le sue inconfondibili torri bianche che si specchiano nell'acqua, le mura che hanno ospitato celebri personaggi come Sissi, l'imperatrice d'Austria, e gli arredi originali dell'epoca realizzati dagli artigiani Franz e Julius Hofmann, ne fanno una meta unica ed affascinante.

 Il piano terra, adibito ad appartamenti privati, era meno sontuoso e più intimo, mentre il primo piano, di rappresentanza, era fastosamente ornato con stemmi imperiali e tappezzerie rosse. 
L'ala sinistra di questo piano subirà poi delle modifiche ad opera del duca Amedeo d'Aosta che apporterà funzionali ammodernamenti per stabilirsi qui, dove soggiornerà per circa 7 anni. 

 Il Castello comprende oltre 20 stanze. Le più interessanti sono la Sala Novara, lo studio di Massimiliano d'Asburgo che riproduce una porzione di poppa della Novara, la nave utilizzata dall'arciduca per i suoi spostamenti con la flotta austriaca; la Biblioteca, che comprende oltre 7.000 volumi ottocenteschi di storia, geografia, letteratura, arte e botanica; la Sala della Musica, dove si esercitava Carlotta del Belgio e la Sala Storica, cosiddetta perché affrescata da Cesare Dell'Acqua con episodi della storia di Grignano.






Particolarmente suggestive la Sala delle Udienze, sfarzosamente decorata con un gioco di specchi e ori che, dal soffitto, si riflettono nel pavimento di legno e la Sala del Trono che, dedicata alla celebrazione della dinastia di Massimiliano d'Asburgo, è la stanza più grande del castello, con il soffitto decorato a capriate lignee.




Il vasto Parco che circonda il Castello si estende su una superficie di 22 ettari e comprende pregiate specie botaniche, molte delle quali scelte dallo stesso Massimiliano nei suoi viaggi per il mondo. A sentieri e laghetti si alternano aiuole, serre con vetrate, un giardino all'italiana ed un boschetto.
 Da segnalare le sculture, la "casetta svizzera" nei pressi del Lago dei Cigni, la Cappella di San Canciano con il crocifisso realizzato con il legno della Novara, ed il piazzale con i cannoni, dono di Leopoldo I, re del Belgio.










Il complesso comprende anche le Scuderie, che oggi ospitano esposizioni temporanee ed il Castelletto che si affaccia sul porticciolo di Grignano e che, tra il 1866 e il 1867, ospitò Carlotta del Belgio colpita dai primi segni di squilibrio mentale dopo l'uccisione del marito in Messico.


Il Castelletto riproduce con proporzioni ridotte gli esterni della residenza principale ed è oggi sede della Direzione della Riserva Naturale Marina di Miramare.

 Fonte: italiaparchi.it

giovedì 15 marzo 2018

Snow roller: i curiosi “rulli di neve” comparsi in Scozia


Qualcuno di voi forse le ha già viste in Rete: parliamo delle foto scattate dalla signora Eunice Clarke mentre passeggiava con i suoi cani a Glassford, nel Lanarkhire (Scozia). 
Nelle immagini si vedono rotoli di neve comparsi (a centinaia) nel bel mezzo di campi imbiancati: non balle di fieno "ricoperte", come molti hanno ipotizzato, o persino qualcosa di più misterioso, ma strutture di “neve arrotolata” naturali, rare ed estremamente delicate.


Vengono definiti “snow roller” (rullo di neve) e si formano quando la neve, soffiata dal vento, inizia a muoversi rotolando sul terreno, raccogliendo materiale lungo il cammino (un po' come si fa quando si vogliono costruire palle di neve da usare per un pupazzo di neve).
 Poiché i primi "fogli" che si arrotolano sono molto sottili e delicati, spesso accade che, successivamente, vengano spazzati via dal vento: in questo caso, nella parte centrale del rotolo, si produce un vuoto che dà alla struttura la forma di una grande ciambella.
 Man mano che il rotolo si fa più grande, gli strati di neve si compattano e dunque risulta più difficile distruggerli. 
Ecco perché oltre a snow roller grandi non più di un pugno, è possibile ammirarne qualcuno che raggiunge dimensioni di qualche metro di diametro.


Affinché si formino sono necessarie diverse condizioni: 
1) Deve esserci uno strato superficiale di neve bagnata con una temperatura vicino al punto di fusione;
 2) al di sotto, è necessaria la presenza di ghiaccio o neve polverosa: insomma, neve che non si attacchi con lo strato soprastante; 
3) Un ruolo fondamentale lo gioca il vento: deve avere un'intensità sufficiente da innescare la rotazione della neve, ma non eccessiva da rompere i rulli; 
4) Elemento che favorisce la formazione dei rulli, infine, è la presenza di un pendio. 

 Fonte: www.focus.it

lunedì 12 marzo 2018

Alla scoperta dei tepui, i monti degli dei


La mano dell’uomo ha inciso sulla natura più di quanto avrebbe dovuto nel corso dei secoli. 
Ci sono dei luoghi però, così inaccessibili da rimanere incontaminati e inviolati. Come i tepui, le cosiddette “montagne degli dei” che si trovano soprattutto in Venezuela, e più precisamente nella Gran Sabana: così alte e così impervie da essere state per secoli fonte di leggende e racconti mitologici. 
Luoghi straordinari, che vale la pena conoscere e raccontare.


I tepui sono degli enormi altopiani situati in Venezuela, che si estendono per centinaia di chilometri. 
La loro formazione risale a circa 450milioni di anni or sono, ma si stima che il loro aspetto sia quello che avevano 20 milioni di anni fa.
 Ce ne sono circa 112 tra il Venezuela, il Brasile e la Guyana e la loro altezza va dai mille ai 3mila metri sopra il livello del mare.

 I tepui più famosi sono Neblina, Roraima, Autana, e Auyantepui. Quest’ultimo è il luogo dove sorge la famosa Angel Falls, ossia la cascata più alta del mondo.


I tepui si trovano tra la Guyana occidentale, il Brasile e il Venezuela. 
La maggior parte sono nel Parque Nacional Canaima, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. 
In Brasile, invece, è stato istituito il Parco nazionale del Monte Roraima. 
Scalarli non è semplice, ed è molto difficile che l’uomo possa avventurarsi sulla vetta. 

 Tra un tepui e l’altro c’è una distanza enorme.
 Questo, unito alla loro inaccessibilità, ha fatto sì che ognuno sviluppasse un ecosistema a sé. 
Nessun tepui è uguale all’altro, nessun tepui ha una flora o una fauna anche lontanamente simile a quelle vicine.
 Inoltre, il fatto che l’uomo non abbia potuto mettere mano alla natura di questi altopiani, ha fatto sì che ci siano specie animali e vegetali assolutamente uniche.
 Per anni si è creduto addirittura che, grazie all’ecosistema inalterato, nei tepui fossero sopravvissuti i dinosauri


I tepui si sono formati dai grandi altopiani di arenaria situati tra la foresta amazzonica e il fiume Orinoco.
 Con il passare dei secoli questi furono erosi, e dai monti rimasti si svilupparono i tepui.
 Secondo una teoria presentata nel 2013, questi meravigliosi altopiani sarebbero quello che rimane della parte non erosa dello Scudo della Guyana.


Le meraviglie svelate dai tepui però, non finiscono qui.
 Nel 2014 è stata scoperto nella regione il più lungo sistema di grotte quarzitiche esistente.
 L’interno è composto da sinistre formazioni geologiche di un colore rosatro e c’è la presenza di un rarissimo minereale, la rossiantonite. 
Venti chilometri di tunnel e gallerie, con caratteristiche geologiche che non hanno eguali al mondo.

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 8 marzo 2018

Fasmidi, i piccoli fantasmi notturni


Nella notte si possono osservare “foglie”, “steli d’erba” e “rametti” che si muovono piano piano tra i cespugli nonostante non ci sia un alito di vento… Si tratta, in realtà, dei Fasmidi, meglio noti come insetti stecco che, misteriosi e silenziosi, vagano alla ricerca di cibo e sicuri nascondigli.

 Il loro nome deriva dal greco Phasmatodea, cioè fantasma, per via della loro incredibile capacità di mimetizzarsi nel proprio habitat. Morfologicamente indistinguibili da un filo d’erba o da una foglia, sono praticamente invisibili all’occhio umano e a quello dei predatori.
 Sono due le specie di Fasmidi diffuse in Italia che possiamo trovare anche nei nostri giardini, prati e boschi: il Bacillus rossius e la Clonopsis gallica, distinguibili tra di loro per la lunghezza delle antenne, maggiore nel primo.




Gli insetti stecco rimangono quasi completamente immobili nelle ore diurne mentre si attivano di notte per cibarsi di foglie, eseguendo minimi movimenti oscillanti che richiamano alla mente un ramoscello spostato dal vento; per essere invisibili alcune specie presentano piccoli uncini sulle zampe al fine di apparire dotati di spine come il ramo stesso, altre sono in grado di cambiare colore e adattarsi all’ambiente in modo repentino oppure lentamente. 

 Le specie italiane sono innocue per l’uomo e le tecniche di camuffamento adottate in situazioni di pericolo per difendersi dai numerosi predatori – uccelli, rettili, mammiferi… – sono davvero efficaci. 
Si va dalla tanatosi, cioè l’improvviso irrigidimento dei muscoli che simula la morte, alla perdita volontaria di un arto, che alle mute successive ricresce, fino alla “posizione dello scorpione” ossia l’insetto stecco ripiega in su la parte posteriore del corpo facendo finta di essere uno scorpione per apparire pericoloso agli occhi dei predatori.


I Fasmidi sono attualmente oggetto di molte ricerche di biologia e genetica che basano il proprio interesse sulla grande variabilità delle modalità di riproduzione possibili messe in atto da questi insetti. 
Alcune specie possono optare per la riproduzione anfigonica – cioè la riproduzione sessuata con formazione del nuovo individuo a partire dall’unione di due gameti provenienti dai genitori – oppure, al contrario, per la partenogenesi, obbligatoria o facoltativa, in cui l’uovo viene attivato in modo autonomo da un solo individuo, senza che vi sia fecondazione; altre si ibridano dando origine a una discendenza fertile di sole femmine oppure scelgono la riproduzione per androgenesi, che avviene quando un uovo fecondato dallo spermatozoo si sviluppa senza la partecipazione del nucleo femminile.

 I fasmidi sono insetti di rara bellezza, dal delicato incedere, le cui forme e colori costituiscono un quadro tanto perfetto quanto fragile nella natura in cui vivono. 
Non si può che rimanere affascinati dall’incontro con questi fantasmi del bosco dalle graziose movenze che ci confermano quanto la vita si manifesti in infinite e invisibili forme.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

mercoledì 7 marzo 2018

La casa del comandante: dagli scavi della metro di Roma riemerge un'antica domus


Gli scavi per la realizzazione della metro C a Roma continuano a portare alla luce un mondo sotterraneo. 
Accanto a diversi mosaici, è stata ritrovata la ‘casa del comandante’, composta da 14 ambienti disposti attorno a un cortile centrale. 

 La scoperta è stata fatta durante i lavori alla stazione Amba Aradan, dove a 12 metri sottoterra è emersa una domus collegata ai dormitori della caserma di impianto traianeo e poi modificata da Adriano, scoperti nel 2016.
 Adesso la domus verrà smontata, spostata in container riscaldati per continuare gli scavi e probabilmente rimontata nella futura stazione della metropolitana. 

 "Una scoperta eccezionale perché a Roma non è mai stata individuata né scavata archeologicamente una caserma e mai trovata una domus collegata alla caserma stessa", ha commentato Rossella Rea, responsabile dello scavo.

 La casa del comandante è composta da 14 stanze incorniciate da un cortile di fontane e vasche.
 I pavimenti sono di mosaico bianco e ardesia grigia con elementi geometrici e figurativi.
 La pavimentazione risale a diverse epoche storiche, c’è quella adrianea, antoniniana, severiana.






"Abbiamo dedotto che dovesse essere la casa di un comandante perché nessun civile avrebbe potuto costruire la propria dimora accanto a una caserma, tranne il comandante", ha continuato Rea. Secondo la Soprintendenza guidata da Francesco Prosperetti, il ritrovamento è necessariamente parte integrante di un complesso militare perché è collegato ai dormitori.

 Un edificio di 300 metri quadrati con un tripudio di mosaici, quelli dell'amorino e del satiro, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi.


C’era poi una scala per il piano superiore e un’area di servizio. Ancora sono stati ritrovati oggetti di uso comune, anelli d'oro, un manico d'avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi. 

 Fonte: greenme.it

martedì 6 marzo 2018

Rinvenuta “per sbaglio” la preziosa armatura di un antico samurai sotto un cantiere giapponese


Una tomba di 1.500 anni fa contenente resti umani, armature e corredo funebre è stata trovata in condizioni sorprendentemente buone nella città di Shibushi, sull’isola giapponese di Kyushu. 

 Un ritrovamento del tutto casuale, avvenuta «per sbaglio» hanno detto i suoi «scopritori», durante un cantiere stradale.
 Secondo quanto riportato dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun, si può dire che gli operai ci siano letteralmente inciampati sopra, portando così alla luce un tesoro di inestimabile valore storico-culturale. 
 La scoperta è stata fatta a dicembre, ma è stata annunciata solo ora, dopo che la Shibushi City Education Board ha stabilito la datazione del sito e l’apparteneza dei «resti» al periodo Kofun.


«Probabilmente la tomba è stata costruita da un potente leader della regione locale, che era direttamente collegato con la corte imperiale di Yamato», spiega l’archeologo Tatsuya Hashimoto del Kagoshima University Museum.
 I ricercatori hanno anche stabilito che i resti appartenevano a un maschio adulto e che la sua è una delle più grandi tombe mai trovate in quella zona. 

La pratica di seppellire dei tesori insieme ai morti è iniziata nel terzo secolo dopo Cristo, ma divenne molto popolare solo nel quarto e quinto secolo. E in questa tomba custodiva oltre venti preziosi oggetti che componevano il corredo funebre del morto, oltre a delle armi (punte di frecce, una lancia e un’ascia in ferro) e a un rarissimo tanko, una antica armatura giapponese in ferro dell’antenato di un samurai, in condizioni perfette.

 Il periodo Kofun, a cui risale l’armatura, è antecedente al periodo feudale, in cui i samurai fecero la loro comparsa.
 È per questo che questo genere di reperti, decisamente rari, vengono attribuiti a dei «pre-samurai».


 Fonte: lastampa.it

lunedì 5 marzo 2018

La leggenda dell'Holi Festival, la bellissima festa dei colori indiana


E’ la festa dei colori, una delle più antiche celebrazioni indù, ormai conosciuta in tutto il mondo. 
Parliamo dell’Holi Festival in corso in India, ma anche nel Nepal e in Pakistan e non solo.
 Dietro questo bellissimo evento è racchiusa una leggenda.

 L’Holi Festival è la festa della gioia, non a caso è la manifestazione più attesa di tutto l’anno che viene celebrata nel mese indù di Phalguna durante il giorno della luna piena, tra la fine di febbraio e all'inizio di marzo.
 In questa giornata oltre a divertirsi, si abbandonano i vecchi rancori perché in pieno spirito indù il bene vince sul male e ci si manifesta amore attraverso baci e abbracci. 
Tutti si riuniscono in strada e ci si lancia polveri colorate e secchiate d’acqua.
 Proprio attraverso i colori si dà il benvenuto alla primavera, festeggiando i primi raccolti dopo l’inverno. 

Ogni anno l’Holi Festival avviene nel giorno della luna piena, ma i preparativi cominciano molto prima.
 Le polveri sono realizzate essiccando fiori e verdure al sole che poi schiacciati e mescolati a grano, acqua e amido di mais diventano dei veri e propri colori.


Tutte le strade si animano di nuove cromie, ma come dicevamo non succede solo in India, ma in molti paesi dove sono presenti le comunità induiste, infatti non è raro vedere lo stesso spettacolo anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.


Le tradizioni devono essere rispettate alla lettera. 
Quaranta giorni prima del Festival nella piazza principale viene messo un tronco, poi da lì c’è la raccolta dei rami secchi che poi saranno bruciati in un grande falò.
 Al centro c’è la statua di Holika e mentre la legna arde, il mantra intona canti tipici indiani e tutti danzano intorno.

 Il giorno della festa è il Dhuletti, proprio quello in cui c’è la battaglia dei colori con le holi gulal, ovvero le polveri che mischiate con l’acqua poi diventano rang. 
Ogni colore ha un suo significato, ad esempio l’arancione è l’ottimismo, il blu la vitalità, il verde l’armonia, il rosso l’amore. Durante l’Holi Festival si abbattono tutte le differenze e tutti sono uguali.


Secondo la mitologia induista, l’Holi Festival deriva da una leggenda in particolare. 
Il dio Krishna, dalla pelle scura voleva fare uno scherzo a Radha, la sua sposa dalla pelle chiara e le dipinse il volto con dei colori.
 Per questo motivo, durante l’Holi Festival gli innamorati si dipingono la faccia a vicenda in segno di amore. 

 C’è poi un’altra leggenda quella del re Hiranyakasipu che essendo un despota, pretendeva che tutti i suoi sudditi si inginocchiassero ai suoi piedi. Ma il re ricevette il rifiuto proprio da suo figlio Prahlad che preferiva il dio Vishnull. 
 Un affronto che il re non potette sopportare e per questo più volte cercò di uccidere il figlio.
 Non riuscendoci, chiese aiuto alla sorella Holika che aveva il dono di non temere il fuoco.
 Re Hiranyakasipu sfidò suo figlio a sdraiarsi sulle fiamme con la zia Holika e lui accettò la sfida. 
 Così mentre Holika venne punita per la sua vanità, Prahlad fu premiato per il suo coraggio e la sua lealtà.
I falò che vengono accesi alla vigilia dell’Holi Festival, simboleggiano quindi la cremazione di Holika e il trionfo del bene sul male.


 Dominella Trunfio

giovedì 1 marzo 2018

In Norvegia alla scoperta delle Stavkirke, le suggestive chiese di legno medievali


Le Stavkirke norvegesi sono una delle attrazioni più belle del paese. 
Risalgono al Medioevo: costruite interamente in legno, con le mura a palizzate, ne sono rimaste solo ventinove esemplari al mondo.

 Le Stavkirke sono state una delle prime tipologie di chiesa mai costruite in Scandinavia, e ogni anno attraggono migliaia di turisti. Non solo perché sono degli esemplari unici del loro genere, ma anche per il fatto di essere immerse in panorami meravigliosi e incantevoli.

 C’è la Stavkirke di Hopperstad, che si scaglia nera tra il verde del paesaggio che la circonda. 
Realizzata interamente in legno, come la sorella a Borgund ha un piccolo cimitero che la circonda.
 La più antica tra tutte è la chiesa di Urnes: costruita nel 1130, è incredibile che sia sopravvissuta fino a oggi preservandosi così bene. 
La più grande è quella di Reddal, con i tetti spioventi e i muri in legno chiaro.










Tutte queste Stavkirke si distinguono dalle chiese costruite in periodi successivi per la loro semplicità e grandezza.
 La maggior parte è stata realizzata di dimensioni molto ridotte, in stile gotico e con rimandi alla cultura pagana.
 Anche se il cristianesimo stava iniziando a diffondersi, il Medioevo si caratterizza come un periodo in cui i vecchi riti e culti legati alle pratiche magiche erano ancora molto radicati nella popolazione. 
Per questo, anche le prime chiese nate in Scandinavia non potevano non essere influenzate da quel tipo di storia. 

 C’è chi sostiene che le Stavkirke non siano state le prime chiese della Scandinavia: queste sarebbero state le Stopelkirke, che in realtà sono molto simili alle prime. 

 Secondo i miti della tradizione popolare, le Stavkirke sarebbero state costruite su terreni sacri per la religione pagana norvegese. Alcune chiese, infatti, sono nate su resti di antichi edifici dedicati al culto degli dei: come la chiesa di Maere, in Norvegia, o quella di Urnes. 

 Fonte: siviaggia.it
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