martedì 13 febbraio 2018
Una tigre dentro il pacco postale: l'orrore del traffico illecito di animali
Chiuso in un contenitore di plastica e spedito dentro un pacco postale come se fosse un oggetto qualsiasi.
Parliamo di un tigrotto del Bengala salvato da una morte certa soltanto grazie al fiuto di un cane poliziotto.
Una scena incredibile e surreale quella che si sono trovati davanti gli ispettori doganali della polizia messicana di Jalisco che hanno trovato un tigrotto all’interno di un pacco postale.
Poco più di due mesi, sedato, l’animale viaggiava in un contenitore di plastica che sarebbe dovuto arrivare a una cittadina dello stato centrale di Queretaro.
Ma fortunatamente il suo viaggio si è fermato alla dogana grazie al fiuto di un cane poliziotto che ha insospettito gli agenti a tal punto da aprire il pacco postale.
Il tigrotto del Bengala, completamente disidratato, ma nel complesso in buone condizioni è stato affidato alle cure dei veterinari del centro di animali esotici della zona.
Il pacco era stato spedito il 7 febbraio e avrebbe dovuto affrontare 350 chilometri di tragitto, la tigre era avvolta in un sacchetto di plastica e non si riesce a capire come sia riuscita a non soffocare.
L’agenzia di controllo sta adesso analizzando i documenti trovati accanto al cucciolo, così da poter risalire al fautore di questo gesto scellerato, per lui l’accusa sarà quella di maltrattamento di animali.
Le foto sono state pubblicate dall’account Twitter della Polizia federale del Messico, che sta ancora indagando sul caso, ma purtroppo come sappiamo il traffico illegale di animali non è una novità. 19 miliardi di euro l’anno è il giro d'affari che ruota attorno al commercio illegale di animali che continua a crescere nonostante gli sforzi congiunti da parte della comunità internazionale, dei governi e della società civile.
Dominella Trunfio
Il paradiso surrealista di Edward James
Fu il culmine di un sogno cominciato in Scozia e materializzatosi in Messico.
Considerato uno dei capolavori del surrealismo, Las Pozas di Xilitla è un intreccio di 36 sculture ispirate alle orchidee e alle forme egizie (ponti, scale, porte) che si fondono con un bosco di piscine naturali (pozze) a nord di San Luis Potosí.
Quest’area di quasi 40 ettari rimase abbandonata per anni, con il muschio e la pioggia che, nel frattempo, divoravano le figure esoteriche progettate dal poeta e scultore scozzese Edward James.
Il suo nome è scolpito tra i grandi del surrealismo, movimento artistico nato tra le due guerre mondiali, assieme a quello di Salvador Dalí o del pittore belga René Magritte, a cui James fece da mecenate.
Dal 2007 il Fondo Xilitla è la fondazione che vigila sulla sua preservazione e diffusione, anche se raggiungere la foresta continua a essere un’impresa piuttosto avventurosa. Dalla capitale dello stato sono necessarie quattro ore di auto. Fu scoperto da James negli anni quaranta, grazie a Plutarco Gastélum, un giovane di origine yaqui che diventerà il suo braccio destro e di cui si nnamorò. O almeno secondo quanto afferma Irene Hernes nel suo libro “Edward James y Plutarco Gastélum en Xilitla. El regreso de Robinson” (Edward James e Plutarco Gastélum. Il ritorno di Robinson”.
Doppiamente ereditiero e figlio di un re Edward James ereditò due delle più grandi fortune del Regno Unito, quella di suo padre William James e di suo nonno, il commerciante statunitense Daniel James.
Sul suo conto si narrava anche la leggenda, da lui stesso alimentata, che il suo vero padre fosse in realtà il re Edoardo VII.
Dopo aver appoggiato il movimento surrealista, si recò a Los Angeles con l’idea di costruire un luogo che aveva sognato: Il Giardino dell’Eden.
Bridget Bate Tichenor, sua cugina nonché pittrice, lo convinse a cercare il luogo ideale al di sotto dei confini della California, nella foresta vergine del Messico.
Nel suo viaggio verso sud conobbe Gastélum, un incontro quasi predestinato che unirà i due fino alla morte.
Dopo varie esplorazioni, nel 1947 i due uomini si trovarono immersi nella fitta vegetazione della Sierra Huasteca.
Per dieci anni, James riempì il luogo scelto con orchidee e animali esotici e allo stesso tempo ricevette artisti in pellegrinaggio, a supporto della sua iniziativa.
Visse tra il verde di Xilitla e l’Europa, tra poemi e viaggi astrali.
All’inizio degli anni sessanta, una gelata uccise le orchidee e fu allora che decise di costruire il giardino, un progetto che lo tenne impegnato per quasi venti anni.
Vi investì cinque milioni di dollari, denaro che ottenne vendendo una parte della sua collezione personale di dipinti surrealisti.
“Ho costruito questo santuario affinché fosse abitato dalle mie idee e dalle mie chimere”, confessò.
Nel giardino si trovano strutture di cemento, come scheletri preistorici, che uniscono le cascate ai laghetti.
“La scala per il cielo”, “la casa su tre piani che potrebbero essere cinque” o “il cinematografo”, uno spazio dove il mecenate proiettava pellicole ai contadini della zona, sono solo alcune delle sue opere.
“Ho visto tanta bellezza, come forse nessun altro uomo.
Sarò quindi grato di morire in questa piccola stanza, circondato dalla foresta, grande oscurità verde, solo dalla mia oscurità di alberi, e dal suono, il suono del verde “, scriverà il poeta nella piccola stanza da cui osservava la sua opera, il suo eden.
Fonte: passenger6a.
lunedì 12 febbraio 2018
In Finlandia c’è un’isola per sole donne in cui gli uomini non possono entrare
Vietato l’ingresso agli uomini.
Da giugno, un’isoletta finlandese dell’arcipelago di Helsinki sarà accessibile solo ed esclusivamente alle donne.
Un rifugio tutto al femminile, dove vivere appieno le gioie della natura, gestito da donne per le donne.
SuperShe Island vuole essere questo. Un luogo di vacanza, ma anche un’oasi di equilibrio psico-fisico, dove ogni donna può uscire dalle convenzioni imposte dalla società, per ricaricare le batterie anche attraverso lezioni di yoga, attività di fitness per il corpo e per la mente, corsi di cucina e di musica.
L’isola dedicata alle donne misura 8,4 acri e sarà accessibile esclusivamente alle iscritte alla comunità SuperShe fondata dall’americana Kristina Roth.
L’ex ad di un’azienda di consulenza si è avvicinata all’idea di progettare un’isola per sole donne dopo esser stata a un ritiro olistica misto in cui «gli uomini rappresentavano una distrazione».
Per realizzare il suo sogno aveva già acquistato un terreno ai Caraibi, sull’isola di Turks e Caicos. Ma è stato il cuore alla fine a decidere per lei: si è innamorata di un finlandese. Ha cambiato così destinazione ai suoi sogni, ma non i presupposti.
«L’idea è quella di concentrarsi su se stesse, senza pensare agli ormoni o alle apparenze». E, guardando altre iniziative simili solo per donne che ha già proposto in giro per il mondo, pare che proprio che funzioni.
«Io amo gli uomini, sia chiaro!», insiste, ma senza è meglio. Almeno per qualche settimana l’anno.
Fonte: lastampa.it
giovedì 8 febbraio 2018
Scoperti i resti di un'antica città Maya in cui vivevano 10 milioni di persone
Nella giungla del Guatemala esisteva un'enorme città abitata da 10 milioni di persone.
A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori.
Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi 150 anni riguardanti questo affascinante popolo dell'America centrale.
Grazie a una tecnologia di mappatura aerea chiamata LiDAR, gli scienziati hanno individuato qualcosa come 60 mila rovine della civiltà Maya in mezzo alle foreste del Guatemala.
L'immagine digitale 3D fornita dalla Mayan Heritage and Nature Foundation di Guatemala mostra una rappresentazione del sito archeologico Maya di Tikal.
È stata mappata un'area di circa 2.100 kmq nella regione di Peten. Sono state trovate decine di migliaia di case Maya, edifici, opere di difesa e piramidi in precedenza sconosciute, suggerendo che milioni di persone vivessero lì.
La scoperta, che comprendeva anche campi agricoli e canali di irrigazione, è stata annunciate giovedì da archeologi statunitensi, europei e guatemaltechi che lavorano con la Mayan Heritage and Nature Foundation.
Lo studio stima che circa 10 milioni di persone potrebbero aver vissuto all'interno del sito Maya, a giudicare anche dall'enorme produzione di cibo rilevata esaminando campi e canali agricoli.
La loro cui cultura fiorì tra il 1.000 aC e il 900 d.C. "Si tratta di due o tre volte più [abitanti] di quanto si pensasse", ha detto Marcello A Canuto, professore di antropologia all'Università di Tulane.
I ricercatori hanno utilizzato il Lidar, grazie al quale la luce laser pulsata "rimbalza" rivelando ciò che è nascosto dalla fitta vegetazione.
Sarebbe stato molto più difficile addentrarsi nella foresta del Guatemala per individuare queste tracce.
Le immagini hanno svelato che i Maya modificarono il paesaggio in un modo molto più ampio di quanto si pensasse in precedenza; in alcune zone è stato coltivato addirittura il 95% delle terre disponibili.
"La loro agricoltura è molto più intensiva ma anche sostenibile di quanto pensassimo, e coltivavano ogni centimetro della terra", ha detto Francisco Estrada-Belli, ricercatore della Università di Tulane.
Le ampie recinzioni difensive, i sistemi di fossati e rampe e i canali di irrigazione lasciano pensare a una forza lavoro altamente organizzata.
Sicuramente dietro a tutta questa organizzazione, c'era la mano dello stato.
A stupire gli scienziati sono stati soprattutto i canali di grandi dimensioni che avevano riorientato i flussi naturali d'acqua. Secondo gli scienziati, la giungla, che li ha ostacolati nei nostri sforzi di ricerca, in realtà ha funzionato come strumento di conservazione dell'impatto che la cultura Maya aveva avuto sul paesaggio.
Un popolo che non finirà mai di stupirci.
Francesca Mancuso
mercoledì 7 febbraio 2018
Egitto. Riportata alla luce la tomba della sacerdotessa di Hathor, la dea dell'amore
Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza.
Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque.
Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren.
Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.
In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass.
Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico, realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango.
Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.
Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro.
Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta.
Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.
Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora.
Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet.
Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.
Fonte: archeologiavocidalpassato
martedì 6 febbraio 2018
C’era una volta Sintra
Sovrani, milionari stravaganti, monaci e poeti dallo spirito dandy, fanno tutti parte della cittadina più romantica del Portogallo, immersa tra storia e folti boschi.
Gli abitanti di Sintra hanno fama di ritenersi molto importanti, e non hanno affatto torto.
Ogni suo centimetro è protetto dall’Unesco ed è stata interamente dichiarata patrimonio culturale.
Strade ripide e serpeggianti che conducono da un giardino all’altro e scogliere a picco sull’oceano s’incontrano, in una delle città più misteriose e stravaganti del Portogallo.
Le sue colline sono i primi elementi con i quali si scontra l’umidità dell’Atlantico sulla terra, a questo si devono la nebbia costante e il microclima particolare.
È stato proprio per il clima con temperature miti in estate e la vicinanza con Lisbona che la corte e la nobiltà portoghesi la scelsero come meta di villeggiatura, stabilendo qui residenze e palazzi, durante il XIX secolo.
In pieno romanticismo, scoppiò la passione per lo stile medievale, l’eccessivo e l’esotico.
L’atmosfera di Sintra attirò anche giovani artisti benestanti che viaggiavano per l’Europa e divenne rifugio di scrittori come Hans Christian Andersen e il poeta Lord Byron, il quale descrisse la città come “glorioso paradiso”.
Dalla vetta più alta della sierra di Sintra, che sorveglia tutta la valle, nasce lo spettacolare e colorato Palazzo de Pena, massimo esempio della stravaganza della città.
Questo edificio fu costruito come residenza estiva di Fendinando II, il “re artista”, a metà del XIX secolo, incorporando un convento del XVI secolo.
La sua mescolanza di stili è un excursus storico con influenze del gotico, manuelino, islamico e dell’architettura rinascimentale. Inoltre, ogni stile è caratterizzato da un colore, viola, bordeaux e senape, che fanno pensare a un castello Disney in versione psichedelica.
Dalla muraglia del Castelo dos Mouros, costruito dagli arabi tra l’VIII e IX secolo come luogo di difesa, è possibile contemplare gli eclettici edifici che scendono dalla sierra fino ad arrivare al centro della città.
Da lì saltano all’occhio, tra i tetti, le ciminiere bianche del Palazzo Nazionale di Sintra, due enormi coni gemelli di 33 metri di altezza che coronano questa millenaria costruzione, risalente all’XI secolo. Al palazzo furono aggiunti nuovi corpi architettonici nel corso dei diversi regni e conserva il suo aspetto attuale dal XVI secolo.
Al suo interno spiccano rivestimenti con motivi geometrici di una delle migliori collezioni di piastrelle mudejar del mondo.
Vicino al centro di Sintra si trova il Palazzo di Monserrate, uno dei migliori esempio di architettura romantica insieme al Palazzo de Pena.
Alle sue decorazioni esotiche e decadenti con influenze gotiche, indiane e mudejar si ispirò Lord Byron, durante la sua permanenza nella tenuta nel 1809, per scrivere la sua poesia “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo”.
Nel giardino, uno dei più interessanti del Portogallo, convivono manioche del Messico con felci giganti della Nuova Zelanda e bambù del Giappone.
Oltre 3.500 specie botaniche furono portate qui da tutto il mondo, a metà del XIX secolo, dal ricco proprietario, l’inglese Francis Cook.
Uno degli angoli più stupefacenti di Sintra è la Quinta da Regaleira, una villa neogotica progettata dall’architetto italiano Luigi Manini.
La fantasia e il mistero s’impossessano di questo posto pieno di simboli e rompicapi legati all’alchiimia, la massoneria e i templari. Tra laghi, grotte, cascate, porte finte e tunnel segreti, risalta il “pozzo iniziatico” conosciuto per la sua forma di torre al contrario, dalla quale si scende tramite una scala a chiocciola ispirata alla Divina Commedia.
Prima di far riposare l’immaginazione da tutta questa fantasia, è imprescindibile salire su una carrozza di cavalli e girare per le strade di pietra di Sintra.
È la cosa più vicina alla realtà che possono fare i comuni mortali.
Fonte: passenger6a.it
lunedì 5 febbraio 2018
Siria, distrutto l’antico tempio ittita di Ain Dara da un attacco aereo turco.
Il sito archeologico del tempio di Ain Dara, importante luogo di culto, attivo dal 1300 a.C. fino 740 a.C., è stato colpito nel corso di un raid dell’aviazione turca contro le postazioni curde.
Quel che restava del tempio di Ain Dara, un sito antico di 3.000 anni che conserva al suo interno misteriose impronte giganti e una struttura che ricorda quella del tempio di Salomone a Gerusalemme , è andato distrutto nel corso di un attacco dell’aviazione turca in Siria.
Il tempio, una delle più grandi e antiche costruzioni presenti nel paese, è famoso per le sue sculture di leoni e sfingi in pietra, complesse e misteriose.
I suoi resti costituiscono una testimonianza fondamentale dell’architettura religiosa risalente alla fine del regno Ittita.
Stando a quanto riferito dal ministero siriano per la Cultura e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la distruzione è avvenuta venerdì.
Le foto e i video mostrate dall’Osservatorio e da Hawar News confermano che metà del tempio ora non esiste più, comprese molte delle statue attorno al sito.
Gli archeologi ritengono che le impronte, tre volte più grandi di un piede umano, possano aver voluto rappresentare il passaggio di un dio o di una dea. “Sono uniche nell’architettura religiosa della regione“, spiega Darren Ashby, analista di questioni siriane e irachene dell’ASOR .
Un’altra incisione all’interno del tempio ritrae Ishtar, dea della fertilità , portando alcuni a pensare che il tempio fu costruito in suo onore e che le impronte servissero a illustrare il suo ingresso nel tempio.
Alcuni ricercatori ritengono tuttavia che l’immagine della dea possa essere stata aggiunta dai conquistatori Assiri nei secoli successivi alla costruzione del tempio, lasciando avvolto nel mistero il motivo della rappresentazione delle impronte.
Dallo scoppio della guerra civile in Siria (2011) i combattenti dello Stato islamico hanno deliberatamente distrutto diversi siti archeologici nel paese, tra cui il celebre sito di Palmira.
I siti del patrimonio culturale del paese sono bersagli sia per i ribelli siriani, interni al Paese, che per le forze turche.
In quanto sito patrimonio culturale UNESCO, il tempio di Ain Dara e i villaggi vicini sono protetti dal diritto internazionale, ma questo non è servito a salvare il tempo della distruzione.
Fonte: http://www.artslife.com
venerdì 2 febbraio 2018
Che cos'è il Giorno della marmotta
Altro che previsioni meteo: negli Stati Uniti e in Canada è la marmotta a dire se l'inverno sta per finire o se il freddo è destinato a perdurare.
Il 2 febbraio di ogni anno si celebra infatti il Giorno della marmotta (Groundhog Day), una festa che affonda le proprie radici nelle tradizioni locali che risalgono ai primi coloni di origine tedesca emigrati in Pennsylvania nell'800.
Per sapere cosa ci si deve aspettare, meteorologicamente parlando, in questo giorno particolare si deve osservare il rifugio di una marmotta: se quando l'animale emerge dalla tana non riesce a vedere la propria ombra perchè il cielo è nuvoloso, allora l'inverno finirà presto; ma se invece l'ombra è ben visibile perchè il cielo è limpido e brilla il sole, la marmotta si spaventerà rientrando subito nella sua tana.
In tal caso l'inverno è destinato a durare per altre 6 settimane.
È quanto succede in particolare a Punxsutawney, in Pennsylvania, dove una marmotta in particolare (Phil) viene osservata da appassionati, curiosi e turisti.
Quest'anno la sua "previsione" è che l'inverno durerà ancora 6 settimane.
La tradizione è stata resa famosa anche in Italia e in tutto il mondo grazie al film Ricomincio da capo (Groundhog Day) del 1993.
Ma al di là dei festeggiamenti e degli aspetti folcloristici, cosa c'è di vero in questa usanza tutta americana?
Se lo sono chiesti in molti e le risposte non sono coincidenti.
Se per gli organizzatori dei festeggiamenti del Groundhdog Day il roditore fornirebbe previsioni accurate in oltre il 75% dei casi, uno studio canadese che ha preso in considerazione 13 città nei passati 30 anni ritiene che la marmotta non ci azzecchi poi molto, solo nel 37% dei casi.
Fonte: focus.it
giovedì 1 febbraio 2018
Ragni con le spine: la migliore arma rimane la difesa
I ragni non amano morderci, mettiamocelo bene in testa.
Il morso del ragno serve per cacciare piccole prede ed è usato come ultima arma di difesa contro grandi predatori.
Questo ragno Micrathena schreibersi ha, però, un altro sistema per difendersi dai grandi predatori come uccelli o rettili: il suo addome è dotato di poderose spine.
Questi prolungamenti sono davvero coriacei e renderebbero il lavoro di cattura e inghiottimento davvero laborioso anche per chi, come gli uccelli, è dotato di un becco anti-puntura.
C’è anche chi sostiene che le spine servirebbero anche per “rompere” la figura del ragno e renderlo meno visibile agli uccelli. I ragni spinosi sono anche particolarmente colorati e secondo alcuni studi, in parte ancora da verificare, pare che questo non sia tanto un avvertimento di pericolosità, quanto un modo per attirare nella tela più insetti possibile, attraendoli così come fanno i fiori.
La scienza che studia il mimetismo è, però, ancora poco convinta di queste spiegazioni e il mistero evolutivo dietro alle spine e ai colori di questi animali è ancora in gran parte da svelare.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
In Costa Rica c’è un azzurrissimo lago in grado di uccidere
Bello quanto letale.
Questo azzurrissimo lago non è nient'altro che il cratere del vulcano Poas, in Costa Rica: una delle pozze d'acqua più acide al mondo, ben superiore ad una batteria per auto, tanto che anche solo avvicinarsi potrebbe costarvi la vita.
Con l'ultima eruzione dell'aprile dello scorso anno, il vulcano e il parco circostante sono stati chiusi a tempo indeterminato, con un perimetro di sicurezza di 2,5 chilometri attorno alla bellissima Laguna Caliente.
Il vulcano Poas è uno stratovulcano attivo alto 2.788 metri e dal 1828 ad oggi è «scoppiato» 40 volte.
Sulla sua sommità ci sono due laghi: il Botos riempie un cratere inattivo e la sua acqua è fredda e limpida; Laguna Caliente, invece, è un vero scherzo della natura.
Il cratere del lago è largo 300 metri e profondo 30: il suo ph raggiunge addirittura lo zero mentre il fondo è ricoperto da uno strato di zolfo liquido, rendendolo inadatto alla vita.
I gas acidi, evaporando, creano a loro volta piogge e nebbia acide, causando gravi danni agli ecosistemi circostanti oltre che irritazione agli occhi e ai polmoni anche a chi preferisce star ben lontano dalla sua riva.
Questo vulcano costaricano è attivo quasi continuamente: ecco perché dalla Laguna Caliente spesso si alzano non solo nuvole di fumo ma veri e proprio geyser che sparano la sua acqua letale a centinaia di metri d'altezza.
Sono queste condizioni ad aver reso arida la vetta della montagna, ricoperta in alcuni punti solo da una foresta quasi rachitica in cui riescono a sopravvivere solo piante e animali rari, dalle forme quasi impressionanti, che si sono adattate a quest'insolito, ed estremo, habitat.
Fonte: .lastampa.it
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