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venerdì 24 novembre 2017

La porta alchemica di Roma


Nel colorato e multietnico quartiere Esquilino, c’è la Porta Alchemica, simbolo dell’alchimia occidentale e unica superstite tra le cinque porte di Villa Palombara.
 Essa viene considerata come la più alta testimonianza della tradizione magico-alchemica europea e si dice che conservi il segreto della pietra filosofale.

 Detta anche Porta Magica, Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è una struttura in pietra con diverse iscrizioni di carattere esoterico ed iniziatico ed è l’unico resto dell’antica villa Palombara edificata nella seconda metà del ’600 dal Marchese di Pietraforte, Massimiliano Palombara (1614 -1680), appassionato d’esoterismo ed alchimia e frequentatore della corte di Cristina di Svezia.


Il monumento originariamente era una dei 5 ingressi esterni della villa, che il marchese aveva fatto incidere con simboli alchemici al fine di attirare l’attenzione di chi potesse decifrarne i segreti. 

Attualmente il portale che è murato e circondato da una recinzione ha due serie di tre simboli planetari, ciascuno associato ad un metallo e ad un criptico motto.
 In alto, invece, c’è un disegno con due triangoli sovrapposti, che vanno a formare una stella di Davide unita ad ulteriori simboli. 
Alla base c’è una parola palindroma Si Sedes Non Is (se siedi non vai) che al contrario si trasforma invece in Si Non Sedes Is (se non siedi vai).




Si dice che nella realizzazione di questa porta fu importante la presenza della Regina Cristina di Svezia, personaggio controverso e continua fonte di scandalo nella Roma secentesca.
 Costretta ad abdicare al trono a causa della sua conversione al cattolicesimo, trascorse gli anni dell’esilio fino alla morte a Roma dove fondò l’Accademia dell’Arcadia e si circondò di intellettuali e uomini di scienza. 

 Tra questi personaggi illustri c’era anche il medico esoterista Giuseppe Francesco Borri, che fu ospite per diversi anni alla villa durante un periodo di semilibertà dalla prigionia a Castel Sant’Angelo.
 La tradizione identifica addirittura il Borri anche con il protagonista della versione leggendaria della storia della porta, narrata nel 1802 da Francesco Girolamo Cancellieri.

 Si dice poi che le iscrizioni siano state ispirate da un pellegrino trovato una mattina nel giardino della villa mentre cercava una pianta capace di produrre l’oro. 
Capendo le sue doti da alchimista il marchese di Palombara lo aveva invitato nel suo laboratorio.

 La mattina seguente, però il misterioso pellegrino, era scomparso lasciando alle sue spalle dell’oro purissimo ed una serie di appunti pieni di quei simboli ermetici poi scolpiti nella villa.

 L’attuale posizione della Porta Alchemica non è comunque quella originale, dato che la Villa Palombara sorgeva poco più in là, tra la Via Gregoriana (oggi Merulana) e il lungo rettilineo di quella che era la Via Felice, la strada voluta da Sisto V che congiungeva Santa Croce in Gerusalemme con Trinità dei Monti. 

 Dominella Trunfio

giovedì 23 novembre 2017

Ascolta la lira d’argento sumera


Nel 1929, un gruppo di archeologi guidati da Sir Leonard Woolley scoprì cinque lire di legno vecchie di 5.000 anni sepolte in una tomba reale della città sumera di Ur.
 Gli strumenti erano stati riposti con ben poca cura all’interno della sepoltura e ogni resto organico si era ormai deteriorato a tal punto da essere irriconoscibile, ma due degli strumenti erano stati ricoperti da uno strato d’argento spesso quasi due millimetri e avevano mantenuto parte della forma originale, permettendo una ricostruzione abbastanza accurata della struttura di questi strumenti musicali.


Peter Pringle, musicista ed esperto di strumenti musicali tradizionali e antichi, ha ricostruito fedelmente una di queste antiche lire sumere utilizzando legno di quercia e una copertura di acciaio per simulare le proprietà acustiche e la rigidità dell’argento (ed evitare una spesa di migliaia di dollari per procurarsi l’argento necessario). 
Lo strumento ricostruito da Pringle è dotato di una camera di risonanza a cui sono collegate 11 corde di seta, mentre in antichità erano probabilmente utilizzate corde in budello (che producono suoni molto simili a quelli della seta).

 

 Fonte: vitantica.net

mercoledì 22 novembre 2017

Gli otri ingrassa-ghiri della Roma antica


Il ghiro è un roditore della famiglia dei Gliridae noto per i suoi lunghi periodi di ibernazione. 
Nell’ Antica Roma una particolare specie di ghiro chiamata “ghiro commestibile” (Glis glis o Myoxus glis) era considerata una prelibatezza culinaria destinata all’aristocrazia e veniva fatta ingrassare come qualunque altro animale da carne.

 La pratica di far ingrassare i ghiri commestibili sembra risalire a prima del II° secolo a.C. ed era considerata del tutto normale tra Romani, Galli ed Etruschi, alla stregua di allevare maiali per produrre carne. I ghiri commestibili, noti come glires in latino, dopo la cattura venivano ingabbiati in vasi di terracotta (chiamati glirarium o vivarium in doliis) e alimentati a noci, castagne e ghiande con il preciso scopo di farli ingrassare oltre i limiti del loro naturale aumento di peso per l’inverno.

 Il ghiro commestibile è considerato da millenni una delizia per il palato, tanto da costringere Roma ad emanare una legge nel II° secolo a.C. che prevedeva l’esplicito divieto di servire questo roditore ai banchetti (lo stesso valeva per molluschi rari e uccelli esotici). 
Col tempo nacquero vere e proprie fattorie di ghiri su piccola o larga scala, dove questi animali venivano allevati e fatti riprodurre allo scopo di avere una fornitura costante di ghiri senza doverli catturare in natura come la “povera gente” era costretta a fare ogni anno.


Il ghiro commestibile non è un grosso roditore, anche se è una delle specie di ghiro più grandi: può raggiungere i 20 centimetri di lunghezza (coda esclusa) e pesa mediamente 150 grammi, ma raddoppia il suo peso in prossimità della stagione invernale accumulando grasso per sopravvivere all’ ibernazione. 

Il ghiro è un erbivoro e si nutre di bacche, noci e frutta, ma si adatta a mangiare qualunque cosa in periodi di difficoltà compresi fiori, piccoli invertebrati e uova d’uccello. 
 Le abitudini del ghiro sono principalmente notturne e l’animale spende la maggior parte delle ore di luce rinchiuso nella sua tana, di solito un tronco d’albero cavo o un nido sottratto a qualche uccello. 

Sfruttando queste loro abitudini, i Romani idearono un sistema per ingrassare i ghiri che simulava una tana e rendeva relativamente semplice farli crescere fino a raggiungere un peso adatto alla vendita.

 I ghiri non allevati erano catturati durante l’autunno, periodo in cui aumentano enormemente di peso in vista della stagione fredda. Trovare e catturare vivo un ghiro non era affatto semplice: tendono a rimanere nascosti nella boscaglia, sono discreti arrampicatori d’alberi ed evitano aree prive di copertura o zone di transizione per rimanere nascosti il più possibile dai loro predatori naturali. 

Dopo la cattura, il ghiro veniva immediatamente intrappolato in un vaso di terracotta chiamato glirarium e specificamente progettato per ospitare questo roditore.


I gliraria erano vasi esternamente simili a quelli impiegati per la conservazione del cibo ma erano realizzati in modo tale da rendere l’interno del contenitore una tana ideale per un ghiro: i vasai praticavano fori per la ventilazione e creavano una piccola apertura per rifornire di cibo l’animale intrappolato senza dover aprire il vaso.
 Una serie di ripiani lungo il perimetro interno consentivano al ghiro di muoversi nella gabbia (una versione primitiva della “ruota per criceti”) mentre un coperchio li teneva quasi costantemente al buio. 

 Quando il ghiro raggiungeva il peso desiderato poteva essere estratto dalla gabbia, ucciso e cucinato.

 Il ghiro commestibile diventò una prelibatezza tra gli strati sociali più alti: alcuni proprietari terrieri dedicavano parte dei loro possedimenti all’allevamento di questi animali e li vendevano a caro prezzo ai cuochi dell’aristocrazia, che li preparavano come portata separata dal resto della selvaggina.
 Un ghiro ben pasciuto servito a tavola rappresentava spesso la portata più importante del banchetto ed era un chiaro indizio sulla ricchezza del padrone di casa.

 Non abbiamo dettagli su come i Romani catturassero i ghiri senza ucciderli; siamo però a conoscenza dei principali metodi di caccia utilizzati in Europa a partire dal XV° secolo, specialmente in zone come Slovenia e Ucraina.
 I metodi di cattura erano principalmente due: trappola a laccio e trappola a caduta.
 Le trappole a laccio venivano posizionate in prossimità di un vecchio albero cavo e lasciate attive fino al mattino successivo; le trappole a caduta potevano invece essere collocate lungo la pista abituale dell’animale nella speranza che, durante la notte, il ghiro restasse vittima dell’agguato. 

 Fonte: vitantica.net

martedì 21 novembre 2017

Scoperta in Arabia la prima raffigurazione di un cane; ha 8000 anni


Tredici cani ed un cacciatore intento a scoccare una freccia sono stati scoperti, in un’incisione, su una roccia in Arabia Saudita. 
Si tratta della prima raffigurazione di un cane e risale ad ottomila anni fa. 

La scoperta è stata realizzata da un team di ricercatori dell’Istituto tedesco Max Planck e pubblicata sulla rivista Journal of Anthropological Archaeology e su Science.

 Il rinvenimento ha un’importanza storica perché conferma come l’uomo abbia imparato ad addestrare i cani in epoca remota (due dei cani raffigurati erano legati ad un guinzaglio).


In realtà la datazione è tutt’altro che sicura, ma basata essenzialmente sullo stile della rappresentazione e dal tipo di usura dell’incisione. 

La raffigurazione dei cani conferma come la regione della Shuwaymis, in Arabia, fosse migliaia di anni fa fosse un luogo accogliente con piogge stagionali che alimentavano corsi d’acque ed una rigogliosa vegetazione.
 L’incisione, inoltre, sembra raffigurare una particolare razza, quella di Canaan, originaria dalle regioni del Medio Oriente.



Fonte: .scienzenotizie.it

Un accordo prematrimoniale di 4.000 anni fa


Argomenti come infertilità e maternità surrogata possono sembrare questioni moderne, ma sono forse sempre stati tema di discussione. Se ne trovano tracce persino su una tavoletta di argilla di 4.000 anni fa rinvenuta nel sito, protetto dall'Unesco, di Kültepe-Kanesh, nella provincia di Kayseri (Turchia centrale). 

  Kültepe ospitò un insediamento assiro tra il XXI e il XVIII secolo a.C.: da quando sono iniziati gli scavi moderni, nel 1948, vi sono state rinvenute oltre 25.000 tavolette cuneiformi. Questa, che ai caratteri accompagna piccole illustrazioni, è una sorta di accordo prematrimoniale tra un uomo e una donna, Laqipum e Hatala, che si giurano amore eterno condito da una buona dose di senso pratico. 

  Il contenuto della tavoletta, conservata presso il Museo archeologico di Istanbul, è descritto sulla rivista Gynecological Endocrinology.
 Come parte dell'accordo tra i due partner, il contratto cita la possibilità, per Laqipum, di ricorrere a una madre surrogata per i suoi eredi nel caso in cui la coppia non riesca a concepire un figlio entro i due anni dalle nozze. 
 In particolare si fa riferimento alle ierodule, le giovani schiave che amministravano il culto sacro nei templi, e che in alcune occasioni esercitavano una forma di "sacra prostituzione" (sacra perché in un contesto rituale) all'interno, o nei pressi, del tempio stesso. 
Per la schiava era prevista la possibilità di guadagnare la libertà, una volta donato alla coppia il primo, atteso figlio maschio.

 Nella cultura assira, tradizionalmente monogama, l'infertilità non era considerata una valida giustificazione al divorzio, e la possibilità di ricorrere a un'altra donna per concepire un figlio era considerata un modo per mantenere il legame matrimoniale anche in caso di difficoltà. 

Il testo infatti prosegue stabilendo per entrambi i contraenti, in caso di richiesta di divorzio, un'ammenda da corrispondere al coniuge: «Se Laqipum scegliesse di divorziare, dovrà pagarle 5 mine di argento, e se Hatala scegliesse di divorziare, dovrà pagare a lui 5 mine di argento. Testimoni: Masa, Ashurishtikal, Talia, Shupianika». 


Fonte: focus.it

lunedì 20 novembre 2017

Il Lago Sørvágsvatn nelle isole Faroe: un tuffo a precipizio nell’oceano


Il Lago Sørvágsvatn è noto per essere il più grande delle Isole Faroe; è situato sull’isola di Vágar e copre una superficie di 3,4 metri quadri, più di tre volte superiore a quella del secondo lago nazionale, il Fjallavatn, sempre collocato sull’isola di Vágar.
 Il lago si trova a 30 metri sopra il livello del mare, anche se l’effetto ottico di alcune foto può far sembrare che la distanza tra i due sia ben maggiore.
 Posizione e angolazione della macchina fotografica possono fare miracoli!


Il lago di per sè non rappresenta nulla di speciale, ma è la sua collocazione geografica a suscitare interesse.
 I 6 chilometri del lago Sørvágsvatn si estendono infatti a ridosso di un precipizio, che si getta nel Nord Atlantico da un’altezza compresa tra i 252 e i 376 metri.

 Il punto forse più spettacolare è dato dalla cascata naturale che scaturisce dalla roccia e che costituisce lo sbocco delle acque del lago in quelle dell’oceano.


Questo lago ha la peculiarità di aver assunto una doppia denominazione, a causa di un dibattito molto acceso presso la popolazione locale. 
Gli abitanti di Sørvágur sono infatti orgogliosi di affermare che è stato il loro paese a dare nome al lago, mentre gli abitanti di Miðvágur si riferiscono ad esso come Lago Leitisvatn, in virtù della regione Leiti, situata al di là della sponda opposta del bacino. Osservando la cartina geografica, può apparire strana la denominazione di Lago Sørvágsvatn, dato che il paese di Miðvágur è in realtà più vicino ad esso di quello di Sørvágur; la motivazione sta però nel fatto che l’insediamento di Miðvágur è avvenuto successivamente a quello di Sørvágur.

 Per tagliare la testa al toro ed evitare problematiche, gli abitanti dell’isola hanno molto diplomaticamente deciso di rifersi ad esso esmplicemente come a “Il lago”, perciò la confusione si crea solo quando sono altri connazionali della Faroe a dover usare un nome per il Lago Sørvágsvatn/Leitisvatn 

 Fonte: http://gizzeta.it

Nell'oceano Pacifico c'è una foresta marina dove le spugne sono dei fiori alieni


A cosa somigliano decidetelo voi.
 Non per niente queste spugne di vetro che abitano le profondità dell'atollo Johnston, nell'oceano Pacifico, si sono guadagnate il nome di ««Forest of the weird»», ovvero la Foresta delle assurdità. A ««scovarle»» questa estate è stato un team del Noaa, il National Oceanic and Atmospheric Administration, l'agenzia federale americana che si interessa di oceani e meteorologia.
 I ricercatori hanno inviato il robot Deep Discoverer a 2.300 metri di profondità, in acque oceaniche contaminate di plutonio, in cui furono condotti test nucleari. E lo scenario apparso davanti ai loro occhi li ha stupiti non poco.




Nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare delle spugne con lo scheletro il silice, che ricorda appunto il vetro, dalle forme così bizzarre. 
Così inconsuete e diverse dalle loro simili che sembrano essere uscite da un cartone animato. 
Uno spettacolo definito dagli stessi ricercatori «alieno».
 Per la ambigua conformazione che hanno assunto le spugne, potrebbe quasi sembrare un giardino fiorito.
 Gli scheletri hanno infatti uno «stelo» che li tiene ancorati al fondale. Mentre il resto del corpo è concentrato al suo apice e tende a seguire l'andamento della corrente oceanica.


Serviranno ora altre ricerche per capire se spugne avvistate sono vive o morte, così come la loro età e la loro origine. 

Inutile nascondere che le forme così assurde e diverse dalle solite spugne presenti in altri mare facciano pensare a delle «mutazioni», dovute proprio all'inquinamento nucleare assorbito da queste creature.
 Non a caso l'accesso all'atollo Johnston è interdetto al pubblico. 

 Fonte: lastampa.it

venerdì 17 novembre 2017

Il Poūwa, il mega-cigno nero della leggenda Maori esisteva davvero


Confermerebbe un’antica leggenda Maori la (ri)scoperta di un mega-cigno nero in Nuova Zelanda. 

Qui, prima che queste zone più remote venissero colonizzate, viveva un cigno nero e veloce, estinto intorno al 13° secolo. 

 Ora, Nicolas Rawlence dell’Università di Otago e il suo team hanno usato tecniche genetiche per confermare l’esistenza di quello stesso mega-cigno.

 La presenza di un cigno neozelandese preistorico è da tempo controversa.
 Le leggende dei Maori parlano del Poūwa, una grande "creatura cigno" che uccide e mangia gli esseri umani.
 Fino ad oggi diverse erano le teorie che accostavano il mito alla realtà. 
Alcuni hanno ipotizzato che si potesse trattare dell'aquila del Haast : un uccello di enormi dimensioni e la forza, estinto circa 100 anni dopo l'arrivo dei Maori forse proprio a causa della caccia eccessiva e della perdita del proprio habitat naturale.
 Ma alcuni paleontologi hanno suggerito che questa figura potrebbe riferirsi al cigno nero australiano (Cygnus atratus), che a volte vola attraverso il mare di Tasman (o di Tasmania). E oggi, in nuovo studio, i ricercatori avrebbero confermato l’esistenza di un enorme aviario, un mega-cigno che si sarebbe estinto meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280.


I ricercatori hanno confrontato il DNA di 47 cigni neri australiani e 39 antichi fossili di cigno scoperti in alcuni siti archeologici della Nuova Zelanda.
 Molti dei fossili provenivano dalle Isole Chatham, un arcipelago a circa 650 chilometri a est della Nuova Zelanda, sede proprio dei Maori.

 Le analisi effettuate suggeriscono che il mega-cigno si sarebbe “separato” dalla specie del C. atratus circa 1-2 milioni di anni fa. “Pensiamo che i cigni neri australiani abbiano volato in Nuova Zelanda in questo momento e poi si sono evoluti in una specie separata - il Poūwa”, spiega Rawlence.

 La squadra di scienziati è stata in grado di ricostruire l’aspetto generale del Poūwa confrontando le dimensioni e la forma dei crani, delle ali e delle gambe dei fossili con i moderni esemplari di C. atratus e hanno trovato che il Poūwa era circa il 20-30% più pesante dei cigni neri australiani e pesava fino a 10 chilogrammi. Il Pouwa aveva anche gambe più lunghe e ali più corte, suggerendo che non era in grado di volare e che i predatori erano grandi uccelli come le aquile.


I fossili mostrano che il Poūwa si è estinto intorno al 1450 d.C., meno di due secoli dopo che i polinesiani colonizzarono la Nuova Zelanda nel 1280. 
Poiché non c'erano cambiamenti climatici o ambientali in questo periodo, l’unica spiegazione logica è che siano stati gli esseri umani gli unici responsabili della loro scomparsa e, in più, le loro uova sarebbero state mangiate dai ratti che sono arrivati in Nuova Zelanda con i coloni polinesiani. 

Questi fattori, combinati con la distruzione degli habitat, avrebbero portato alla loro estinzione. 
 Un mega-cigno, quindi, che probabilmente si è evoluto dai cigni neri australiani. 
Se è così è davvero una sorprendete scoperta. 

 Germana Carillo

giovedì 16 novembre 2017

La rivalsa del pesce blob: non è brutto come pensiamo


Questa foto di "Mr Blobby" finisce spesso nelle collezioni di scatti delle creature più buffe del mondo animale.
 Ma la fama del pesce blob (Psychrolutes marcidus), un pesce abissale che vive nelle acque profonde di Australia meridionale, Tasmania e Nuova Zelanda, è in parte immeritata e causata dall'uscita dal suo habitat naturale: quando nuota nella sua casa oceanica, tra i 600 e i 1200 metri sotto alla superficie, questo animale non è flaccido e informe come lo vediamo.

 Lo scatto qui sopra è stato realizzato nel 2003 al largo della costa della Nuova Zelanda, durante una spedizione scientifica di un gruppo di biologi australiani (la New Zealand and Australia Norfolk Ridge - Lord Howe Rise Biodiversity Voyage, in breve: NORFANZ). 
Nel 2013 l'animale (in realtà, la foto) ha partecipato a una competizione per la creatura più brutta del mondo, sbaragliando la concorrenza e diventando così la mascotte della Ugly Animal Preservation Society. 

 Forse dovremmo togliergli il titolo: il suo aspetto "rilassato", da blob, come fosse sul punto di sciogliersi, è dovuto in realtà a un danno da decompressione. 
A meno che uno scienziato, o un pescatore, non lo costringa, il pesce blob non si avventura mai sopra alla cosiddetta twilight zone, quella zona che inizia a 200-300 metri di profondità, caratterizzata da alta pressione e oscurità.




Il suo corpo è quindi fatto per sopportare pressioni notevoli: ha ossa morbide e carni gelatinose che gli permettono di resistere alle sollecitazioni e controllare la galleggiabilità.
 Non ha nemmeno la vescica natatoria, un organo che consente ai pesci di adattare il peso specifico all'ambiente, riempiendosi di gas. Senza supporti strutturali a tenerlo insieme, quando è sottratto al suo habitat naturale il pesce è sottoposto a decompressione e si espande, trasformandosi in una massa informe.

 Da "normale" non è un campione di bellezza, ma, come si suol dire, c'è di peggio.

 Fonte: focus.it
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