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lunedì 12 dicembre 2016

È il vino sardo quello più antico del mondo: trovate prove di una specie di Cannonau di quasi 3000 anni fa!


Qualcuno sosteneva che il vino lo avessero fatto conoscere ai nostri avi i colonizzatori fenici, mentre i francesi erano certi di essere stati i primi produrlo e a berlo. 
Ma adesso gli studiosi sardi ribaltano tutte le convinzioni: «Sì, è vero, in Francia è custodito un altro torchio di grande importanza storica – spiega Martino Orrù, ricercatore del Dipartimento “Scienze della vita e dell’ambiente” dell’ateneo cagliaritano – Ma quel reperto risale al V secolo avanti Cristo, mentre quello venuto alla luce nelle campagne di Monastir risale al IX secolo: i nostri studi, dunque, si sono basati sul ritrovamento in assoluto più antico nel bacino del Mediterraneo».


Il torchio che riscrive la storia affascinante dell’enologia è stato ritrovato nella zona di Monte Zara, non lontano dal centro abitato di Monastir, una cittadina pochi chilometri da Cagliari. 
Si trovava all’interno di una specie di capanna che gli archeologi hanno da subito considerato un laboratorio, dove insieme al vino si produceva l’olio e si realizzavano i mattoni in terra cruda. 

«Abbiamo esaminato tutti i frammenti ritrovati all’interno della vasca del torchio – ha spiegato il professor Pierluigi Caboni del Centro di conservazione della biodiversità dell’Università di Cagliari – E così possiamo fissare con assoluta certezza un tassello importante per individuare le prime produzioni vinarie». «Ancora non siamo in grado di dire con precisione che tipo di vino producessero – aggiunge il professore di botanica Gianluigi Bacchetta – Ma le sostanze analizzate ci spiegano l’uso che si faceva di quel torchio. Quelle ritrovate sono tracce di vitigni autoctoni e in particolare a bacca rossa».

 Sulla tradizione contadina e alimentare dei nuragici, gli studi degli ultimi anni hanno già svelato altre notizie molto affascinanti. 
In una diversa zona della Sardegna, nelle campagne di Cabras, gli archeologi hanno ritrovato più di 15 mila semi ancora in perfetto stato di conservazione. 
Erano ancora all’interno di quelli che si possono considerare dei frigoriferi naturali: profondi pozzetti scavati nella roccia. 
Da qui si è scoperto che i nuragici curavano la vite, coltivavano il melone e raccoglievano noci, nocciole e fichi.
 E al termine delle continue battaglie brindavano (o magari si sbronzavano) con il vino rosso. 

 Fonte: www.lastampa.it

Sutton Hoo, il bitume conferma i legami tra Medio Oriente e Anglosassoni


L’eccezionale scoperta di resti di bitume sulla carena di una nave funeraria rinvenuta nel cimitero di Sutton Hoo – sito archeologico nel Sud della Gran Bretagna – potrebbe aggiungere un tassello importante per la ricostruzione della storia dell’alto medioevo anglosassone. 
Secondo i ricercatori, infatti, il materiale utilizzato proverrebbe dalla regione del Mar Morto e i britannici potrebbero averlo portato da quella che è l’attuale Siria.
 «Si tratta di una scoperta eccezionale e del tutto inaspettata – ha dichiarato la ricercatrice Pauline Burger –. L’uso di questa sostanza è estremamente rara nell’antica Britannia e arriva con tutta probabilità dal Medio Oriente». 
Le tracce di bitume, utilizzato per rendere stagna la carena della nave, mostrano il collegamento tra i popoli germanici e il Medio Oriente preislamico. 
Secondo i ricercatori dell’Università di Aberdeen il ritrovamento è anche un’ulteriore conferma di come la rotta commerciale degli Anglosassoni fosse ampia, tanto da spingersi fin nel cuore del Mediterraneo. 

Il sito archeologico di Sutton Hoo, la cui scoperta risale agli anni Trenta del secolo scorso, ospita due cimiteri anglosassoni del VI e VII secolo. È considerato uno dei più importanti dell’intero Regno Unito perché fa luce su un periodo della storia britannica avvolto del mito e del quale si hanno scarse notizie storiche. 
All’interno dell’area sono stati trovati manufatti in oro e argento, ma anche armature cerimoniali e persino una nave funeraria straordinariamente ben conservata.

 Fonte rivistanatura.com

mercoledì 7 dicembre 2016


Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare, ma non lo danno a chiunque. Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire. Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere. Quelle che non si accontentano più. 
Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no. Quelle che ti studiano bene, prima di aprirti il cuore. Quelle che… non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena. 
 Sono le donne difficili, quelle che sanno sentire il dolore degli altri. Quelle con l’anima vicina alla pelle. Quelle che vedono con mille occhi nascosti. Quelle che sognano a colori. 
Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro. Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita. 

 Alma Gjini.

sabato 19 novembre 2016

Ciao Ambra

Ambra Cay creatrice di questo blog con Anna Felici ci ha lasciati ieri. 
Una Donna ricca di curiosità, di cultura in divenire, di coraggio e amor proprio, una madre, una nonna, un'amica.
 Ciao Ambra il tuo corpo non ci appartiene più ma la tua anima è dentro di noi. 
Grazie per tutto quello che hai voluto condividere con noi 

Di Sabry Cay

venerdì 18 novembre 2016

Lo storico teatrino di Vetriano


Nascosto tra le case e gli stretti vicoli lastricati del piccolo borgo toscano di Vetriano, si trova il teatro pubblico più piccolo al mondo. 
Più precisamente ci troviamo nel Comune di Pescaglia in provincia di Lucca dove è possibile assistere a spettacoli teatrali in una location tutta particolare.
 Il Teatrino di Vetriano infatti oltre ad essere entrato nel Guinness dei primati come teatro più piccolo del mondo, rappresenta un gioiello unico nel suo genere che presenta ancora oggi tutte le caratteristiche del teatro ottocentesco.

 L’edificio, a forma trapezioidale, presenta un doppio ordine di balconate e si compone di una sala principale a forma di rettangolo, il palcoscenico, la platea e i palchi, ma non può essere considerato un teatro all’italiana perchè è mancante della sala a ferro di cavallo o con pianta a campana tipiche proprio del teatro all’italiana.

 Nella sua totalità misura 70 metri quadrati ed è soprannominato dagli abitanti del paese Bomboniera. 
Le sedute all’interno assomigliano alle sedie che anticamente gli spettatori si portavano da casa per assistere agli spettacoli.






Il Teatrino fu fondato nel 1889 da Virgilio Biagioni realizzando il sogno del padre da poco deceduto. 
Ben presto si decise di affidarne la gestione alla neo-nata Società Paesana di Vetriano che iniziò la sua attività con opere in prosa ma anche con commedie recitate dagli abitanti del paese stesso. 
In poco tempo l’attività del Teatro crebbe notevolmente fino a diventare uno dei punti di riferimento culturale più importanti della zona. 

 Tuttavia, dal 1960 iniziarono per il teatrino i primi problemi strutturali, che vedevano coinvolti il tetto e le decorazioni pittoriche. 
Nonostante le difficoltà, l’attività teatrale non si interruppe mai fino al 1983 quando la Società Paesana si sciolse e solo nel 1997 si decise di donare la proprietà al FAI (Fondo Ambiente Italiano). 

Grazie all’operato del FAI, che è occupato dei lavori di ristrutturazione e ripristino della struttura originaria (sono stati creati anche nuovi spazi ricavati dalle strutture limitrofe), il teatro più piccolo del mondo è riuscito ad acquisire nuova vita e a varare il suo primo cartellone. 

 Oggi il Teatrino di Vetriano è visitabile su prenotazione. 

 Fonte: http://blog.zingarate.com/

giovedì 17 novembre 2016

La diffusione dell'uomo sulla Terra in 5 minuti



In certi momenti storici occorre rimettere le cose in prospettiva: questo video del Museo di Storia Naturale Americano ci riesce in modo piuttosto efficace, raccontando l'espansione e le migrazioni dell'uomo in 5 minuti (più una breve previsione per il futuro). 

L'animazione mostra le migrazioni dei sapiens fuori dall'Africa e verso le aree più remote del pianeta avvenute nell'arco di poche centinaia di migliaia di anni, indicando, nella parte alta, una sorta di "contatore" della popolazione mondiale. Nell'anno 1 d.C., eravamo ancora appena 170 milioni. 
Ci abbiamo messo quasi 2.000 anni per diventare 1 miliardo - una soglia che abbiamo raggiunto attorno al 1800, grazie alla Rivoluzione Industriale e alla nascita della medicina moderna. 
Per espanderci fino a 7 miliardi, sono bastati 200 anni. 

Nel video si nota che la nascita dell'agricoltura, poco prima di 10.000 anni fa, corrisponde a una prima impennata della popolazione mondiale, che si inizia a contare in milioni. L'espansione sanguinaria dell'Impero Mongolo, nel 13esimo secolo, è seguita a ruota dall'avvento della peste bubbonica, fatale per 20 milioni di persone in Europa (un terzo degli europei nel 1300). Questa combinazione di fattori coincide con una rara fase di declino della popolazione mondiale. 

 Dal minuto 4:10 in poi , con la Rivoluzione Industriale, assistiamo a un'esplosione demografica, che raggiunge il suo culmine dal 1800 al 2015: in quest'arco di tempo siamo passati dal miliardo ai 7 miliardi. E da qui al 2100 potremmo raggiungere gli 11 miliardi. In pochissimo tempo possiamo lasciare sul pianeta un'impronta indelebile. 

Ecco perché è importante adottare stili di vita che lo rendano abitabile anche in futuro. 


 Fonte: focus.it

mercoledì 16 novembre 2016

Gli Yakhchal: le ghiacciaie nel deserto degli antichi Persiani


Fin dall’antichità, ogni popolo ha avuto l’obiettivo di trovare un sistema giusto per conservare i propri cibi e fare in modo che restino sempre al massimo del proprio sapore e della propria efficienza.
 Oltre 2400 anni fa, anche i Persiani stavano pensando ad una tecnica efficace per riuscire in tale intento.
 Un sistema di questo genere non poteva mai prescindere dall’utilizzo di strutture efficaci come gli Yakhchal. 

 Lo Yakhchal era un edificio fondamentale per la refrigerazione e la conservazione di qualsiasi alimento, molto prima dell’avvento dei frigoriferi e di qualsiasi genere di elettrodomestico attualmente disponibile nei vari supermercati e centri commerciali. 
Con questa tecnica, anche il clima caldissimo dei vasti deserti dell’Iran non poteva più rappresentare un ostacolo definitivo alla possibilità di mantenere i cibi sempre al massimo.
 Se si pensa che un edificio del genere era pienamente in funzione nel IV secolo a. C., e quindi tantissimi secoli fa, c’è davvero da sbalordirsi fino quasi a non crederci.
 Ma come funzionava uno Yakhchal? 
Prima di tutto, si trattava di una struttura a forma di cono ma con il tipico aspetto di una cupola rudimentale. Il suo significato è quello di fossa del ghiaccio e questo lascia già intuire quale fosse la sua effettiva utilità, nettamente superiore rispetto alla media.


L’edificio funzionava mediante l’evaporazione dell’acqua, grazie alla quale si andava a generare tutto il ghiaccio possibile con l’ausilio di una sequenza di torri del vento.
 Come oggi, anche a quei tempi non si poteva fare a meno del ghiaccio in quanto in grado di far aumentare la durata di qualsiasi alimento e di far trasportare ingenti quantità di acqua con maggiore facilità. 
In pratica, questa cupola riusciva a consentire la conservazione di ogni pietanza, essendo in grado anche di contenere il cibo stesso proprio come uno dei tanti frigoriferi dei giorni nostri. 
 Ma perché lo Yakhchal riusciva ad essere così efficace?
 Tutto ciò era possibile grazie all’aiuto di un materiale speciale molto simile al cemento, conosciuto con il nome di Sarooj.
 Esso era costituito da argilla, sabbia, calce, cenere e materiali alquanto bizzarri come i peli di montone e persino un pizzico di albume d’uovo. 
Tutti questi ingredienti che poco avevano a che fare l’uno con l’altro venivano mescolati con il massimo della cura per dare vita a muri in grado di resistere ad ogni agente atmosferico e di mantenere il massimo della propria qualità.










La parte più bassa era caratterizzata da uno spessore di circa 2 metri ed era contraddistinta da una serie di buchi, con i quali l’aria fredda scendeva verso il basso e generava gli indispensabili cubetti di ghiaccio. 
 Al tempo stesso, tutta l’aria calda veniva spostata dal basso verso l’alto ed era così possibile mantenere al meglio ogni alimento senza alcuna difficoltà. 
L’obiettivo poteva essere raggiunto grazie al fiume Qanat e alle già citate torri del vento, che in realtà erano molto simili agli attuali acquedotti. 
Di conseguenza, gli Yakhchal rappresentavano un terreno fertile per il raggiungimento di temperature nettamente al di sotto dello zero anche quando all’esterno c’erano almeno 40 gradi all’ombra.
 Gli antichi Persiani potevano così divertirsi realizzando il gustoso dessert chiamato Faloodeh.
 E queste cupole miracolose sono sopravvissute fino ai tempi nostri proprio grazie alla loro resistenza fuori dal comune. 

Fonte: http://meteofan.it/

giovedì 10 novembre 2016

La flotta perduta del faraone


L'equivalente di un antico hangar destinato a una barca reale, sepolta non lontano dal suo faraone, è stato rinvenuto nella città egizia di Abydos, un importante sito religioso a ovest del Nilo.
 La camera sotterranea, che risale al 1840 a.C., doveva ospitare la barca di legno del potente Sesostri (Senwosret) III, sovrano di spicco del Medio Regno, tumulato poco lontano in una tomba della stessa età. 
Le pareti del locale mostrano i disegni incredibilmente ben conservati di 120 navi dalle caratteristiche diverse, una "flotta virtuale" incisa nei muri di fango e mattoni, che accompagnava il natante qui conservato. 

 La scoperta dell'università della Pennsylvania in collaborazione con il Ministero delle antichità egiziano e finanziata dalla National Geographic Society, è descritta sull'International Journal of Nautical Archaeology.


La camera sotterranea, che un tempo si estendeva per 21 metri di lunghezza e 4 di larghezza, era stata notata già nel 1901, ma durante i lavori di scavo il tetto era collassato, decretando l'abbandono del progetto. 
Gli archeologi hanno passato gli ultimi due anni a scavare nel sito, dove hanno rivenuto anche un centinaio di vasi per la conservazione di liquidi. 
 Quando hanno raggiunto l'interno della stanza, sono rimasti stupiti di non trovarvi una tomba: il locale era stato costruito per ospitare una barca di legno, la cui forma dello scafo è ancora visibile sul pavimento. 
Della nave non restano che pochi frammenti lignei mangiati dagli insetti, ma si sospetta sia stata trafugata già in epoche remote per il suo legno pregiato, forse di cedro. 

Dalle 120 incisioni di navi che decorano le pareti, alcune delle quali alte 1,5 metri, emergono dettagli come alberi, timoni, vele, persino rematori.
 Non è chiaro se la flotta rappresentasse navi egizie realmente esistite e appartenute al faraone, e nemmeno chi le abbia incise: quella di seppellire le barche non lontano dal sovrano era comunque una tradizione consolidata e di antico corso - in un altro scavo di Abydos ne sono state rinvenute 14, a corredo di una tomba reale della I dinastia.


Sesostri III regnò dal 1878 al 1839 a.C., segnando un periodo di grande prosperità che estese il dominio egizio fino alla Nubia, verso sud. 
A differenza dei faraoni precedenti, alla tomba in una piramide preferì un sepolcro sotterraneo e nascosto, a circa 65 metri dalla stanza della barca. 
 Una serena accettazione della morte e della vecchiaia evidente anche nelle raffigurazioni del sovrano, uno dei pochi ad accettare di essere scolpito e disegnato con i segni inequivocabili dell'età avanzata, anziché ancora nel fiore degli anni.

 Fonte: focus.it

mercoledì 9 novembre 2016

L'Isola Tiberina "inter duos pontes"


La sacra Insula Tiberina, è originata da rocce vulcaniche e depositi fluviali accumulati nei millenni nel punto in cui, allargandosi il Tevere, il livello dell’acqua si abbassa e la corrente è più lenta. Nella Forma Urbis Severiana aveva nome di "inter duos pontes", perché in seguito fu collegata all'Urbe da due magnifici ponti.
 Fu l'isola in cui si rifugiarono le prime abitazioni romane, avendo all'inizio un solo guado e quindi più facilmente difendibile, guado che fu poi sostituito da un ponte di legno.
 L'isola, detta anche Licaonia per la presenza del tempio di Giove Licaonio, è dunque situata sul Tevere nel centro storico di Roma, collegata da due ponti.

 La leggenda tramanda che si formò subito dopo la cacciata del re, nel 510 a.c., tagliando i fasci di grano mietuto a Campo Marzio, di proprietà del re Tarquinio il Superbo, raccolto nelle ceste, e gettato in quel punto del fiume, generando pian piano l’isolotto. 

L'inverosimile leggenda nasce da un culto molto antico, in cui si sacrificavano le primizie del raccolto, benedicendolo nelle ceste che venivano poi gettate nel fiume per ingraziarsi la divinità fluviale. 
I fasci di grano, oltre ad essere sacri a Cerere, lo furono alla Mater Matuta e alla Dea Opi, tutte Dee italiche. 
E' possibile che la cacciata dei Tarquini abbia dato luogo allo stesso culto di ringraziamento. 

Contemporaneamente ai due ponti fu lastricato il Vicus Censorius che collegava i due ponti all'interno dell'isola.
 Della forma di nave, resta ancora visibile la prua, con blocchi di travertino che rivestono l'interno in peperino, e decorazioni raffiguranti Esculapio con il suo serpente e una testa di toro per gli ormeggi.


Al centro vi era un obelisco, a raffigurare un albero maestro simbolico, ricordo dell'arrivo nel 292 a.c. da Epidauro della divinità. 
Nel 293 a.c., ci fu infatti un grande peste a Roma.
 Per la consultazione con la Sibilla, il Senato romano fece costruire un tempio di Esculapio, e inviò una delegazione a bordo di una nave a vela ad Epidauro per ottenere una statua della divinità. Ottennero invece un serpente da un tempio che posero a bordo della loro nave. 
Il serpente si arrotolò intorno all'albero della nave, presagio molto fausto.
 Al ritorno sul Tevere, il serpente scivolò dalla nave e nuotò verso l'isola, segno che voleva il suo tempio su quell'isola. 
Dopo la sua costruzione infatti la peste svanì miracolosamente. 

Nel I secolo a.c., furono costruiti in muratura, con rivestimenti di granito, i due bei ponti Fabricio e Cestio, detto anche di S. Bartolomeo. 
Il Ponte Cestio, che congiunge l'isola Tiberina col Trastevere, fu edificato da Cestio Console, di era repubblicana. 
Da due iscrizioni, che sono in ambedue i lati del ponte si testimonia che fu rifatto da Valentiniano, Valente, e Graziano.
 Il ponte Fabricio, da Fabricio Console che lo edificò, come si legge nelle antiche iscrizioni poste sopra i grandi archi. 
Prese poi il moderno nome di ponte Quattro Capi da vari simulacri di Giano quadrifonte, ch'erano prima sul medesimo ponte, uno dei quali rimane ora incontro la Chiesa di s. Giovanni Colabita.

 Gli argini vennero in parte rivestiti sempre in travertino in opera quadrata, dando all'isola la forma di una nave. Un piccolo obelisco, situato nella parte centrale dell’isola stessa, doveva dare infine l’impressione di un albero per le vele. Con la costruzione dei ponti, l’isola Tiberina viene unita stabilmente alle due sponde e acquista la denominazione «inter duos pontes», leggibile anche su un frammento della Pianta Marmorea Severiana.




Che l'isola fosse sacra lo prova la presenza di molti templi, tra cui il tempio di Esculapio, il Dio greco della medicina, il tempio di Giove, il tempio di Veiove, il tempio di Fauno, edificato da Domizio Enobarbo con i danari della multa posta ai Mercanti di pecore e il tempio Tiberino dedicato al Dio Tevere.

 Nella parte settentrionale si trovavano, ora situati fra le fondamenta dell'Ospedale Fatebenefratelli, i due templi dedicati nel 194 a.c. a Fauno e Veiove; un sacello per Iuppiter Iuralius, il "garante dei giuramenti", oggi sotto la chiesa di San Giovanni Colibita, ma in cui un pavimento musivo mostra ancora la dedica al Dio. poi un'ara dedicata al Dio Semo Sancus, Deus Fidius, di origine sabina.

 Altri templi erano dedicati a Gaia la Dea Terra, preposta anch'essa ai giuramenti, e a Bellona, detta Insulensis, Dea della guerra.

 Il Tempio di Esculapio sorse nella parte meridionale dell'isola, nel luogo oggi occupato dalla chiesa di San Bartolomeo: al suo interno un pozzo testimonia la fonte collegata al santuario. 
Ai lati del tempio si trovava un portico per l'accoglienza dei pellegrini e soprattutto dei malati. 
Questi venivano ospitati nel tempio in attesa della guarigione miracolosa da parte di Esculapio, Dio della medicina, e poiché il miracolo non costava mentre i medici costavano, molti romani portavano là i propri schiavi malati, tanto che Augusto emise in editto per cui ogni schiavo guarito nel tempio diventava automaticamente libero, di modo che i padroni perdevano ogni diritto su di lui.


Come tutti i templi pagani anche quelli dell'isola tiberina vennero distrutti o trasformati in chiese.
 Nel 998 poi l'imperatore cattolico Ottone III costruì la chiesa di San Bartolomeo all'Isola sopra il Tempio di Esculapio, le cui rovine sono sul lato est dell'isola. 
Il Papa fece rimuovere quindi l'obelisco e lo sostituì con una colonna sormontata da una croce, dove il 24 agosto di ogni anno si affiggeva l'elenco di chi non aveva seguito il precetto pasquale, per consegnare il malcapitato al pubblico ludibrio. 
Distrutta la colonna dall'urto di un carro nel 1867, Papa Pio IX vi pose un'edicola, detta "Spire", con le statue dei quattro santi legati all'isola: S. Bartolomeo, S. Paulino di Nola, S. Francesco di Nola e S. Giovanni.
 Le parti dell'obelisco sono state recuperate e ora conservate nel museo di Napoli. 
Sopra gli avanzi del Tempio di Giove Licaonio, di cui si conserva l'incisione, vi è ora la Chiesa di S.Giovanni Colabita con 12 colonne sottratte all'antico tempio quasi tutte di granito.
 Anche se il tempio di Esculapio ora si trova in profondità sotto San Bartolomeo, l'isola è ancora considerato un luogo di cura, perché un ospedale, fondato nel 1584, fu costruito sull'isola ed è ancora operativo.
 L'ospedale non è stato costruito sullo stesso luogo, come il tempio, ma trova sulla parte occidentale dell'isola. In un cortiletto del convento dei Colabiti è incastrata nel muro la base coll'iscrizione della statua di Esculapio qui trovata, poi trasportata negli Orti Farnesi. 
Accanto a detta iscrizione ve n' è un'altra, che appartiene ad una statua di Semoni Sanco, appellativo in antica lingua Sabina di Ercole.
 Restano alcune parti della sagoma della nave in travertino: la poppa con un timone e la figura di Esculapio, non più in loco, nonché il simbolo di Esculapio, il caduceo con un serpente intrecciato, ancora visibile sulla "prua" dell'isola, oltre ad alcune teste leonine per ancorare le imbarcazioni.
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