web

mercoledì 26 ottobre 2016

Anche senza orecchie i ragni ci sentono arrivare


Se già le zampe pelose dei ragni vi facevano impressione, figuriamoci tra qualche riga.
 Proprio quella peluria, nei ragni saltatori - una famiglia che include il 13% di tutte le specie di ragni conosciute - è talmente sensibile che riesce a captare voci e rumori da diversi metri di distanza.
 La scoperta descritta su Current Biology confuta la diffusa teoria che questi animali, non avendo orecchie, non possano sentire, e si basino solo su tatto e vista. 
 Gli scienziati della Cornell University (USA) sono giunti a questa conclusione inaspettatamente, durante uno studio finalizzato a misurare le capacità visive dei ragni saltatori della specie Phidippus audax, attraverso il monitoraggio dell'attività elettrica del loro cervello.


Il gruppo ha notato una attivazione anomala nella risposta neurale di questi animali quando qualcuno spostava rumorosamente una sedia del laboratorio, o batteva le mani. 
La capacità è stata subito ricondotta alla peluria delle zampe. Quando questa è stata bagnata con acqua e resa incapace di vibrare, infatti, i neuroni auditivi dei ragni hanno smesso di attivarsi in risposta ai suoni.
 Ulteriori studi hanno appurato che gli aracnidi di questa specie riescono a udire un battito di mani a oltre 5 metri di distanza, e sono più sensibili ai suoni cupi (tra gli 80 e i 130 Hz) come le voci maschili e il ronzio delle vespe parassitoidi, loro predatrici. 
 Non si tratta comunque di un udito sopraffino: quello che i ragni sentono somiglia un po' «a una comunicazione telefonica disturbata», dicono i ricercatori. 
Probabilmente intuiscono il rumore e la direzione da cui proviene, ma non sembra esserci alcuna interpretazione o interazione.

 Fonte: focus.it

martedì 25 ottobre 2016

Triangolo delle Bermuda, mistero risolto ?



Fin dal 1800 il Triangolo, detto anche "delle Bermude" e "del Diavolo" a causa di un articolo apparso nel 1964, è entrato nell'immaginario collettivo come un'area maledetta.
 Lì, in quella zona dell'Oceano Atlantico incastrata fra Florida, Bermuda e Portorico, si stima che dal 1851 siano scomparse più di 8mila persone, con almeno 75 aerei precipitati o spariti e centinaia di navi di cui non si è mai conosciuto il reale destino.
 L'ultimo episodio risale al 2015. 

Complici articoli e best seller come il libro "Bermuda, il triangolo maledetto", quest'area di mare che si estende per oltre 500mila chilometri quadrati è rimasta per anni un mistero maledetto: campi magnetici (per via delle bussole che possono impazzire), vulcani sotterranei, depositi di gas, piramidi sott'acqua, perfino alieni, sul Triangolo è stata fatta ogni tipo di teoria. 
 In realtà, come sostenuto dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, il numero di incidenti aeronavali avvenuto nel triangolo rientra nella media rispetto ad altre zone del mondo.
 Ma il fascino di scoprire perché proprio lì, dove nel 1945 i cinque aerei militari Avenger degli Usa finirono nel nulla, avvenivano così tanti misteri, è rimasto tale da lasciare aperta e attuale la sfida per tutti gli scienziati.

 La nuova soluzione sul caso Bermuda arriva ora dal dottor Randy Cerveny dell'Arizona University e dal meteorologo Steve Miller della Colorado University.
 Parlando con Science Channel i due ricercatori sostengono che una spiegazione plausibile alle terribili condizioni atmosferiche a cui è soggetto il Triangolo sia data dalle nubi esagonali, ovvero nuvole "chiuse" concentrate nella zona a ovest dell'area.


Questo tipo di nubi, la cui concentrazione sopra le Bermude (così come in altre zone del mondo, ad esempio sui mari irlandesi) è stata confermata dalle immagini satellitari studiate dai due ricercatori, produrrebbero vere e proprie "bombe d'aria" dando vita a terrificanti venti capaci di soffiare fra le 170 e le 190 miglia orarie. Gli scienziati ritengono che questi venti siano in grado di dar vita a fenomeni e tempeste tali da capovolgere navi o portare aerei a precipitare. 
Un mix di potenza della natura se si pensa come la stessa zona sia colpita da centinaia di trombe d'aria ogni anno. 
Per Cerveny questi "getti d'aria che scendono dalla parte inferiore delle nubi a contatto con l'oceano possono dare vita ad onde di dimensioni enormi. Quello che abbiamo osservato, in quest'area, è proprio una forte concentrazione di nubi esagonali". 

 Le ricerche sui fenomeni naturali del triangolo dovranno essere confermate da altri studi e immagini satellitari e gli scienziati stessi definiscono la teoria solo come "una possibile spiegazione". 
Forse è dunque ancora presto per parlare di "enigma risolto".
 Di fatto, il mistero di in questa zona dell'Atlantico che conta una media di 4 aerei e 20 navi scomparsi all'anno (dai primi dell'Ottocento), ha una storia di lunghissimo corso: il primo a registrare le anomalie magnetiche dell'area, con tanto di bussole impazzite, si dice fu proprio Cristoforo Colombo già nel suo viaggio del 1492 alla scoperta della America. 

 Fonte: www.repubblica.it

lunedì 24 ottobre 2016

Il fenomeno delle risorgive


Con i suoi 95 chilometri di lunghezza, il Sile rappresenta il più importante fiume di risorgiva in Italia. 
Nasce in prossimità della località Casacorba (Treviso). Dalle sorgenti scorre da ovest verso est grossomodo fino a Treviso; a valle della città si orienta verso sud-est sino ad incontrare la laguna, dove sfociava anticamente. 
Nel 1991 questo tratto del fiume, è stato istituito a Parco Naturale Regionale.


La parte artificiale, definita Taglio del Sile, realizzata dalla Repubblica di Venezia nel XVII secolo, è stata fatta confluire nel Sile-Piave Vecchia sino alla foce a Cavallino.
 In questo tratto il fiume lambisce ed abbraccia la Laguna Nord di Venezia ed il paesaggio fluviale si fonde con quello dei vasti orizzonti lagunari fatto di canneti e di barene. 

 Il termine risorgive indica genericamente il fenomeno di risorgenza delle acque dai suoli di pianura; si tratta di un fenomeno tipico della Pianura Padana. 
Nella Pianura Veneta, con riferimento alla realtà propria del Fiume Sile, il Piave allo sbocco dal sistema alpino scorre sul vastissimo deposito di detriti che le sue stesse acque hanno accumulato nel corso dei millenni. 
L’alveo fluviale è dunque formato, nel primo tratto planiziale (alta pianura) da ciottoli levigati dal trascinamento delle acque e dall’abrasione per sfregamento con gli altri ciottoli.
 Per questo l’alveo presenta una elevata permeabilità e le acque quindi s’infiltrano abbondantemente nel sottosuolo, raggiungendo e formando la falda ipogea.
 La pendenza degli strati sedimentari determina un lento, ma costante scorrimento sotterraneo delle acque che si interrompe, però, nella fascia in cui avviene il passaggio tra l’alta pianura, formata appunto da sedimento grossolano e la bassa pianura formata da sedimento fine (sabbia, limo, argilla). 
Qui, le acque che scorrono in profondità incontrano strati di sedimento impermeabile sempre più consistenti, che ne ostacolano il deflusso e che le “costringono” a risalire ed affiorare spontaneamente in superficie.
 In questo modo si formano le suggestive polle sorgive, piccoli avvallamenti in cui il perenne scaturire dei fiotti d’acqua origina un ruscello le cui acque, dette appunto “di risorgiva”, il più delle volte confluiscono in un unico corso fluviale. 
La zona di transizione tra alta e bassa pianura costituisce la fascia delle risorgive, ampia da 2 a 8 chilometri circa, che percorre tutta la Pianura Veneta e che s’inoltra in territorio friulano, dove il fenomeno presenta aspetti assolutamente analoghi.


Le peculiarità delle acque di risorgiva sono varie; per aver subito un processo di naturale filtraggio attraverso gli interstizi del sottosuolo ghiaioso dell’alta pianura, sgorgano non solo limpidissime, ma anche esenti da inquinanti, in particolare microbiologici. 
La temperatura dell’acqua oscilla tra i 10° ed i 13°C. Infatti, le acque di risorgiva hanno una temperatura media costante durante l’anno, con modeste oscillazioni di valore tra le diverse fasi stagionali; questo contribuisce perciò a mitigare il clima, sia durante l’estate che durante l’inverno, riducendo i picchi delle temperature massime e minime; questo rappresenta un fattore ecologico di straordinaria importanza, poiché si crea un microclima particolare che si riflette sui popolamenti vegetali ed animali, che annoverano specie non rilevabili in altre zone della nostra regione. 

 Fonte rivistanatura.com

venerdì 21 ottobre 2016

Decine di antichi relitti sul fondo del Mar Nero


Una flotta di navi di epoche diverse, colate a picco a distanza di secoli l'una dall'altra, riposa nelle profondità del Mar Nero, nel nord della Turchia.
 I 41 vascelli, databili dall'apice dell'Impero Bizantino (1.000 anni fa) ai tempi più recenti di quello Ottomano, appaiono incredibilmente ben conservati. 
 Molto spesso i relitti sono infatti scoperti in acque più basse, dove l'impeto delle correnti risparmia soltanto lo scafo. 
Quelli ora rinvenuti si trovano, invece, in acque profonde anche 1.100 metri, povere di ossigeno, in condizioni che hanno preservato gran parte del legno di cui sono fatte.
 Di molte è ancora visibile l'architettura del ponte, con i resti di alberi, timoneria e persino funi di bordo. 
 Un team di archeologi del Black Sea Maritime Archaeology Project, guidato dall'università di Southhampton (Gran Bretagna), ha scoperto il tesoro sommerso mentre scandagliava le profondità del Mar Nero per cercare di ricostruire i tempi e le modalità con le quali il livello di questo mare interno tornò a crescere dopo l'ultima era glaciale, che vide il suo culmine 20.000 anni fa.


Una tecnica chiamata fotogrammetria, che permette di ricostruire fedeli copie 3D dei relitti a partire dalle fotografie scattate da sommergibili, ha consentito di ammirare i reperti nel loro antico splendore.
 Uno di questi è un mercantile probabilmente italiano del 1300, di una foggia che doveva essere comune all'epoca di Marco Polo. Anche se lo scafo rivestito in ferro si è inabissato a profondità maggiori, si può vedere ancora la prua. 
 «L'albero è ancora in piedi, con i pennoni sul ponte», racconta Jon Adams, che ha coordinato le ricerche. «Si vedono ancora le sartie e il vasellame di bordo».
 Il relitto mostra anche alcune interessanti caratteristiche di tecnologia navale dell'epoca, come i timoni ai lati della parte poppiera, un tempo usati per sterzare.


Anche i relitti di epoca ottomana, di alcuni secoli posteriori, mostrano dettagli come le decorazioni sulla barra del timone e diverse funi che ancora pendono dal vascello.
 Gli archeologi pensano che i relitti siano resti di mercantili: viste la distanza da riva alla quale sono stati ritrovati e le loro buone condizioni, sembra improbabile che le navi siano affondate in battaglia. 

 Fonte: focus.it

giovedì 20 ottobre 2016

Scoperte centinaia di scarpe nel forte romano di Vindolanda


Nel forte romano di Vindolanda, oggi in Inghilterra, sono state scoperte nel corso dell’estate oltre 400 scarpe per uomini, donne e bambini, portando il totale delle scarpe rinvenute in questo sito a oltre 7.000. 
Gli archeologi hanno praticamente trovato tutti i tipi di calzature possibili. Plausibilmente alcune delle scarpe appena scoperte appartenevano a una singola persona.
 Andrew Birley, CEO del Vindolanda Trust e direttore degli scavi, ha parlato di un «censimento incredibile e senza paralleli di una comunità in guerra.
 La quantità di calzature è fantastica, vista la sua grande diversità persino per un sito come Vindolanda, che ha conservato più scarpe romane che in qualunque altro luogo dell’impero».
 Le calzature sono state trovate in un fossato difensivo, insieme a reperti di ceramica e resti di cani e gatti.


Quasi 2.000 anni fa, l’esercito romano costruì uno dei più piccoli ma più difesi forti nel sito di Vindolanda, che oggi fa parte del sito UNESCO “Confini dell’Impero romano”.
 La piccola guarnigione di alcune centinaia di soldati e delle loro famiglie era protetta da una serie di fossati e bastioni, mentre fuori dalle mura infuriava una guerra tra le tribù britanniche e le forze romane.
 Finita la guerra (nel 212 d.C.), le truppe e i loro famigliari lasciarono il forte, e tutto quello che non poterono portare con sé, lo gettarono nei fossati.
 Questi rifiuti furono presto sigillati quando vennero costruiti una nuova città e un nuovo forte, preservando le macerie in un ambiente senza ossigeno.

 Nel 2016, gli archeologi hanno scavato il fossato e scoperto un’incredibile capsula del tempo: tra le macerie c’erano degli scheletri di cane e gatto, ceramiche, cuoio e 421 scarpe romane. «Abbiamo tutti i tipi di scarpe, dalle ciabatte alla moda per le donne, agli stivali da marcia, scarpe per bambini, sandali, calzature per la casa o fuori», ha detto Birley. «Le scarpe sono ben conservate e rappresentano l’intera popolazione del forte, il che è sbalorditivo».


Il tesoro di scarpe dà anche un’indicazione sullo stile e la qualità delle calzature nel 212 d.C.
 Una in particolare ha fatto ricordare a molti le famose scarpe da calcio Predator dell’Adidas. 
Sonya Galloway, Communication Manager del Vindolanda Trust ha osservato che «la popolarità di questa singola scarpa ha donato una grande visibilità all’intera collezione.
 È un grande vantaggio che molti dei manufatti siano degli oggetti di tutti i giorni, cose che possiamo collegare al nostro modo di vivere. Il fatto che siano così ben preservati e abbiano quasi 2.000 anni è semplicemente straordinario». 
 «Questa scarpa romana era pensata per essere portata in casa, in modo da non portare dentro il fango», ha aggiunto Birley. «Offriva comfort e flessibilità, e la sua similitudine con le Predator dimostra che, sebbene i Romani non avessero il piacere di giocare a calcio, il buon design non ha tempo».

 Il fossato fa parte del forte del III secolo d.C. 
«Era un’epoca di conflitti, e le scarpe, che spaziavano da quelle per bambini e ragazzi e quelle per donne e uomini, mostrano che la guarnigione e le loro famiglie vivevano dentro il forte». 
 Le scarpe sono attualmente conservate nel sito in una struttura riadattata alla quantità dei ritrovamenti.
 Barbara Birley, Trust’s Curator, ha dichiarato: «La quantità di calzature ha presentato alcune sfide al nostro laboratorio, ma con l’aiuto dei volontari abbiamo creato uno spazio specifico per la conservazione delle scarpe, e ora il processo è in corso.
 Il Vindolanda Trust è impegnato negli scavi, nella conservazione e nell’esposizione dei suoi ritrovamenti, sebbene ogni scarpa costi tra le 80 e 100 sterline per la preservazione.
 Trovarne così tante quest’anno ha comportato dei costi aggiuntivi significativi al laboratorio». 
Alla luce di ciò, il Vindolanda Trust (organizzazione non a scopo di lucro e che non beneficia di alcun fondo esterno per gli scavi) ha lanciato una campagna per la raccolta fondi. 

Fonte: ilfattostorico.com

Arrivano le Orionidi, le stelle cadenti d’autunno


Appuntamento le Orionidi, stelle cadenti d’autunno, che illumineranno la notte tra il 21 e il 22 ottobre. 
Queste meteore, originate dai residui lasciati dalla cometa di Halley nei suoi precedenti passaggi vicino al Sole, offrono ogni anno in questo periodo lo stesso spettacolo delle Perseidi in estate, nella notte di San Lorenzo, ma quest’anno la loro apparizione sarà disturbata dalla luna.

 Nonostante in ottobre il numero di ore notturne sia maggiore che nei mesi precedenti, quest’anno la Luna piena è arrivata a metà del mese e, anche dopo il plenilunio, la sua luce disturberà l’osservazione delle Orionidi perché per osservare bene il loro passaggio “è necessario avere un cielo buio”, spiega Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (UAI). 
Tuttavia, non è detto che non si possa riuscire a vederle anche questa volta. 
“Bisogna avere fortuna, pazienza, saper aspettare. Insomma ci vuole costanza” e soprattutto “attendere il culmine della notte, quando le costellazioni sono più alte nel cielo e la Terra incontra la parte più consistente del flusso di polveri lasciate dalle comete”. 

 Le Orionidi passeranno dalle ‘nostre parti’ tra il 16 e il 23 ottobre, il picco è previsto tra il 21 e 22 ottobre. 
Per quasi tutto il mese sono previste altre due piogge di meteore: le delta Aurigidi, uno sciame di velocissime meteore ma di debole luminosità, e le Tauridi, provenienti dalla regione a Nord della Balena.

 Fonte: www.ansa.it

mercoledì 19 ottobre 2016

La suggestiva Grotta gigante nel cuore del Carso


La Grotta gigante si trova nel cuore del Carso, a pochi chilometri dal centro di Trieste. 
E’ una caverna larga 65 metri e lunga 280 con una volta a cupola di 107. 
 L’accesso si trova accanto al Museo speleologico nonché a sale adibite spesso per l’allestimento di mostre a tema naturalistico e storico. 

Oltre che per la ricchezza delle stalattiti e stalagmiti, la Grotta gigante è famosa per le concentrazioni di calcite che ricoprono tutte le sue pareti. 
 Al suo interno, vengono organizzati eventi e visite didattiche anche grazie alla presenza della strumentazione scientifica costituita da sismografi e pendoli geodetici, che rendono l'ambiente un laboratorio davvero unico.


Attraverso delle scalinate illuminate, il visitatore attraversa la galleria naturale fino a una profondità di 101 metri, da lì una serie di cunicoli nel mondo sotterraneo che svelano i segreti della formazione delle cavità carsiche e della loro evoluzione.


Il percorso è reso ancora più affascinante dalle imponenti concrezioni, tra cui la più celebre è la Colonna Ruggero e dai suggestivi colori che vanno dal bianco al grigio della calcite fino alle sfumature rossastre degli ossidi di ferro.



La Grotta gigante è stata aperta al pubblico nel 1908 e da allora è rimasto un ambiente insolito e affascinante.

 In generale, il Carso comprende oltre 6mila grotte, di cui 2500 si trovano in Italia. 
 La grotta è anche nel Guinness dei Primati come "grotta turistica con la sala più grande al mondo". 
Simbolo della natura carsica sotterranea di queste terre, offre visite guidate tutto l'anno ed attività sia turistiche che didattiche.

 Dominella Trunfio

martedì 18 ottobre 2016

L'Esercito di terracotta fu ispirato dagli antichi greci ?


Scultori specializzati provenienti dall'antica Grecia potrebbero aver ispirato la realizzazione delle più celebri statue cinesi di tutti i tempi. 

L'Esercito di Terracotta - un'armata di sculture in argilla che da oltre 2.000 anni sorveglia il Mausoleo di Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina - sarebbe stato influenzato dai più esperti artigiani dell'antichità, che dal Mediterraneo potrebbero essersi spinti fino all'Oriente per insegnare le loro tecniche agli artisti locali. 
 Recenti rilievi archeologici, come la scoperta di antico DNA europeo nella provincia cinese dello Xinjian, sembrerebbero indicare che stretti contatti tra la Cina del Primo Imperatore (246-210 a.C.) e l'Occidente esistessero già molto prima dell'apertura "ufficiale" della Via della Seta, nel terzo secolo d.C., e ben 1500 anni prima delle esplorazioni di Marco Polo. 
 «Ora pensiamo che l'Esercito di Terracotta, gli acrobati e le sculture di bronzo trovate nel sito siano state ispirate dalle antiche sculture e dall'arte greca» dice Li Xiuzhen, archeologa dell'University College London che da tempo studia queste statue. Le scoperte saranno presentate in un documentario di BBC e National Geographic, The Greatest Tomb on Earth, trasmesso sulle reti inglesi il 16 ottobre 2016. 

 L'armata di terracotta fu scoperta per caso nel 1974 da un contadino in uno scavo di Xi’an, nella provincia cinese dello Shaanxi.
 L'uomo rimase terrorizzato nel notare una testa quasi umana nel bel mezzo del raccolto. 
Da allora sono stati riportati alla luce centinaia di guerrieri di varie dimensioni in base al "rango", nelle fosse adiacenti alla tomba di Qin Shi Huang.




Le statue, molte delle quali a grandezza naturale, sorvegliano l'imperatore defunto con carri, armi e cavalli.
 Si stima che i soldati possano essere circa 8.000, e le loro fattezze sono incredibilmente dettagliate, con tanto di barbe alla moda dell'epoca, capelli intrecciati e nodi decorativi sulle armature. 

 Da tempo gli archeologi si chiedevano come gli scultori cinesi avessero potuto riprodurli con tale precisione nel 246 a.C., quando iniziarono i lavori per il mausoleo, e quella della contaminazione greca potrebbe essere una teoria. 
Del resto contatti commerciali con l'antica Cina erano attivi anche nell'antica Roma. 
Ai tempi di Augusto (dal 27 a.C.) le sete cinesi erano ormai di moda nell'Urbe, tanto che Seneca definiva "immorali" coloro che le indossavano.

 Fonte: focus.it
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...