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venerdì 20 novembre 2015

In Corea del Sud un B&B è realizzato con dei giganteschi vasi di terracotta


Sull’isola coreana di Yeongheung si trova un bed&breakfast che probabilmente rappresenta un vero e proprio unicum mondiale nel proprio genere. La struttura è infatti realizzata con alcuni giganteschi vasi di terracotta che funzionano da appartamenti completi, e che hanno un design quasi da antica fiaba dei fratelli Grimm. 
Gli appartamenti disponibili sono sei in totale, così come i vasi visibili, e nel complesso sono presenti anche due case con una forma tradizionale, per chi preferisce dormire in una normale stanza d’albergo. 
All’interno del sito ufficiale della struttura purtroppo è difficile ottenere informazioni aggiuntive perché è scritto nella sola lingua coreana ed è realizzato con la tecnologia Flash, che non può essere tradotta automaticamente dal browser.
 E’ comunque possibile osservare come il design dei vasi è stato realizzato riprendendo lo stile tradizionale della ceramica coreana, e al loro interno si trova il classico appartamento in stile locale dell’isola. 
Dalle immagini del sito si evince che gli interni non sono all’avanguardia nel design, e il legno alle pareti, utilizzato spesso per coprire la muffa o le infiltrazioni d’acqua, non è certamente indicatore di uno stile moderno.
 All’esterno però i vasi sono pitturati con cura, e l’effetto scenico che riescono ad evocare è senz’altro davvero bellissimo.









Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 19 novembre 2015

Posidonia, guai a chiamarla alga


Le posidonie, a differenza delle alghe dotate tutte di un semplice tallo nonostante l’enorme varietà di forme, sono vere piante, con tanto di radici, fusti, foglie, fiori e frutti, e hanno una storia antica e davvero interessante. 
Circa 450 milioni di anni fa, infatti, le antenate delle posidonie decisero di lasciare il mare per conquistare la terraferma, salvo poi ripensarci 350 milioni di anni dopo e ritornare al mare. 
Ritorno alle origini, richiamo del mare, troppo stressante e competitiva la vita sulla terraferma? 
Non sappiamo quale fu il motivo di questa scelta, ma, grazie a quest’esodo, il nostro Mediterraneo (e non solo lui perché il genere Posidonia lo troviamo anche in Australia) si è arricchito di uno straordinario ecosistema che svolge un ruolo di vitale importanza nei nostri mari e di un organismo che ha assunto il ruolo di specie chiave modulando la disponibilità delle risorse per le altre specie cui offre cibo e rifugio, ossigeno e stabilità. 

 Angelo Mojetta
 http://www.rivistanatura.com/

Il DNA perduto dei popoli delle Ande


Un gruppo di ricercatori ha sequenziato il DNA di un bambino sacrificato durante un rituale Inca circa 500 anni fa.
 I risultati delle analisi dimostrerebbero che, prima dell'arrivo degli spagnoli in Sudamerica, le popolazioni del territorio delle Ande possedevano dei tratti genetici caratteristici, andati perduti in seguito alla colonizzazione.

 Il team internazionale guidato dal genetista Antonio Salas, dell'Università di Santiago di Compostela (Spagna), ha preso in esame una mummia rinvenuta nel 1985 sull'Aconcagua, la montagna più alta della cordigliera della Ande.
 Apparteneva a un giovanissimo individuo di 8 anni scelto come vittima sacrificale per il cosiddetto Capacocha, una pratica rituale che scandiva gli avvenimenti cruciali per il popolo Inca.


Attraverso le moderne tecniche di biologia molecore, gli scienziati hanno prelevato tessuti di polmone riuscendo a isolare e sequenziale l'intero DNA contenuto nei mitocondri, gli organelli cellulari addetti alla produzione di energia. 
Alcune sequenze caratteristiche identificavano una popolazione genetica denominata c1b, originatasi in Mesoamerica e Sudamerica circa 18mila anni fa; tuttavia la contemporanea presenza di altri frammenti atipici ha suggerito che il bambino appartenesse a un sottogruppo finora sconosciuto, ribattezzato c1bi.

 Per avvalorare l'ipotesi, Salas e colleghi sono andati a caccia di questi codici rari in un ampio database genetico, scovando solo quattro corrispondenze: tre soggetti moderni provenienti da Perù e Bolivia e un individuo della civiltà preincaica degli Huari, che ha prosperato sulle Ande tra il 500 e il 1000 d. C. 
 L'affinità tra la mummia dell'Aconcagua e il campione Huari fa supporre che la variabile c1bi fosse un tempo molto comune tra le popolazioni andine, ma che sia stata quasi completamente cancellata dalla colonizzazione europea.
 La causa è da ricercare verosimilmente nelle malattie importate dai conquistatori spagnoli: «Fino al 90% degli indigeni sudamericani morì molto rapidamente», spiega Salas, «determinando la perdita di una grossa fetta di diversità genetica».

 Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports.

 Fonte: focus.it

Il Palazzo Mei-ling di Nanchino si presenta come una collana gigante


Visto dall’alto sembra proprio una collana gigante, la sua particolarità è che questo meraviglioso spettacolo è un giardino in fiore. 
Il colore giallo è quello dei platani e incastonato al centro c’è il Palazzo Mei-ling, situato sulla cima della collina di Xiaohong, nella parte orientale di Nanchino, in Cina.


Il Palazzo era un tempo abitato dall’ex presidente cinese Chiang Kai-shek e sua moglie Soong Mayling prima della loro fuga a Taiwan nel 1949, alla fine della guerra civile. 
 L’edificio è stato aperto al pubblico da un paio di anni diventando da subito un luogo molto visitato e un punto panoramico di tutto rispetto.
 Dall’alto, la casa assomiglia, infatti, a uno smeraldo verde incastonato in una collana.
 La somiglianza, tuttavia, non è stata voluta ma si è creata spontaneamente. 
Un altro miracolo della natura: la vegetazione intrecciandosi da sola propone una visione davvero affascinante. 
I colori dei platani piantati lungo il ciglio della strada che porta alla residenza diventano ancora più intensi in alcune stagioni.

 Il Palazzo Mei-ling costruito tra il 1931 e il 1934, probabilmente fu un regalo di compleanno di Chiang alla moglie Soong Mayling. Dopo la fuga della coppia rimase disabitato per parecchi anni, poi nel 1950 venne consegnato al Zhongshan Mountain National Park che lo trasformò per uso pubblico. Prima divenne un ufficio in seguito un albergo.




La casa è stata completamente ristrutturata, la pavimentazione in legno è stata recuperata e un gruppo di esperti specializzati in restauro ha ripristinato i vari dipinti presenti nel Palazzo. Nonostante i tanti lavori fatti per recuperare la struttura, il vero fascino è quello regalato dalla natura stessa: dall'alto il giardino sembra proprio perfetto.



Dominella Trunfio

martedì 17 novembre 2015

Château de la Mothe-Chandeniers: lo splendido Castello Medievale abbandonato


 Château de la Mothe-Chandeniers è un edificio medievale che si trova nel bel mezzo di un grande bosco nei pressi del paese di Les Trois-Moutiers, nella regione di Poitou-Charentes, in Francia. 
Il castello risale al XIII secolo, quando era la roccaforte della famiglia Bauçay, dipendente direttamente dal Re di Francia. Durante il Medioevo fu conquistato per ben 2 volte dagli inglesi, per poi divenire uno dei luoghi più celebri per le sue sontuose feste e vasti ricevimenti. Durante la Rivoluzione Francese fu saccheggiato e abbandonato, ma all’inizio del XIX Secolo fu restaurato e ampliato sino a che, nel 1870, venne ricostruito per assomigliare allo stile romantico dei castelli della Valle della Loira.


Nel 1932 il Barone Lejeune Edgar fece installare il riscaldamento centralizzato, ma poco dopo un terribile incendio distrusse quasi tutto l’edificio, compresa un’intera biblioteca di libri antichi, arazzi alle pareti, mobili antichi e preziosi dipinti collezionati in secoli di storia.
 Château de la Mothe-Chandeniers divenne un rudere, e la natura cominciò ad invadere quelle storiche mura che furono teatro di secoli di grande storia.












Da allora il castello è rimasto nello stato visibile dalle fotografie e dal video sottostante, anche se furono portati avanti dei tentativi di restauro dell’edificio. 
Il Château de la Mothe-Chandeniers fu acquistato, nel 1981, da Marc Demeyer, un insegnante francese, che tentò di restaurarlo, senza successo.
 I terreni vicini all’edificio furono acquistati dal Crédit Lyonnais, e venduti in lotti separati nell’ambito di un’evidente speculazione edilizia.
 Su alcuni giornali francesi si avanzò l’ipotesi che lo stesso istituto finanziario avesse impedito il restauro del castello, per scopi ancora non del tutto chiari.

 Oggi il castello è uno dei luoghi preferiti dagli Urbex francesi (e non solo) che vogliono addentrarsi all’interno di un luogo così carico di storia per immortalarne la decadente bellezza.

 

Fonte: vanillamagazine.it

Yellowstone è più colossale di quanto si credesse: se eruttasse oggi sfigurerebbe il volto del pianeta


Il bellissimo Parco Nazionale di Yellowstone, nel Wyoming, nasconde nel sottosuolo il più grande vulcano del pianeta e, potenzialmente, il più distruttivo in assoluto. 

Uno studio condotto dagli scienziati dell’Università dello Utah ha  rivelato che le dimensioni della camera magmatica del gigante addormentato erano state sottostimate.

 La squadra di ricercatori guidata dal professor Bob Smith ha scoperto che la gigantesca sacca di magma incandescente si estende per oltre 90 chilometri nel sottosuolo, con una capacità di 200-600 chilometri cubi di roccia fusa, ben 2,5 volte in più di quanto stimato in precedenza. 

 «Abbiamo lavorato per un lungo periodo di tempo», spiega Smith alla BBC. «Avevamo la convinzione che fosse grande, ma i risultati sono davvero stupefacenti».

 Per mappare la camera magmatica, i ricercatori hanno utilizzato una rete di sismografi installata intorno al parco.
 «Abbiamo registrato i terremoti dentro e attorno a Yellowstone, misurando le onde sismiche mentre si propagano attraverso il terreno», ha spiegato Jamie Farrell della University of Utah. 
«Le onde viaggiano più lentamente attraverso il materiale caldo e parzialmente fuso. Grazie a questa caratteristica possiamo misurare il contenuto del sottosuolo».

 I nuovi dati diffusi dal gruppo di ricercatori indicano che le conseguenze di un’eventuale eruzione di Yellowstone sarebbero disastrose. 

L’ultima grande eruzione del vulcano si ritiene sia avvenuta circa 640 mila anni fa, con il risultato di ricoprire di cenere l’interno Nord America e influenzare l’equilibrio climatico del pianeta. 

Naturalmente sono in molti a chiedersi quando il gigante addormentato potrebbe svegliarsi di nuovo. 

Gli scienziati non sono in possesso di una risposta precisa. 
 Secondo le statistiche geologiche, il vulcano sembra essersi messo in attività una volta ogni 700 mila anni. 
Dato che l’ultima eruzione è avvenuta 640 mila anni fa, la prossima potrebbe accadere tra 60 mila anni.






Ma il professor Smith ha sottolineato che sono necessari più dati per ottenere una previsione realistica, visto che sono state registrate solo tre eruzioni finora. 
 «Per calcolare la frequenza, abbiamo a disposizione solo l’intervallo tra tre eruzioni, quindi solo due cifre per arrivare ai famosi 700 mila anni», spiega Smith. «Ma quante persone comprerebbero un titolo al mercato azionario con i dati dell’andamento di soli due giorni?». 
 I vulcani, infatti, non seguono cicli e comportamenti regolari tant’è che uno studio presentato durante lo stesso convegno dimostra che tra gli 8 milioni e 2 milioni di anni fa lungo lo stesso tratto di placca continentale di Yellowstone le eruzioni sono state molto meno frequenti, ma decisamente più violente. 
 «Studiare i vulcani più antichi può aiutarci a capire con cosa abbiamo a che fare con Yellowstone», conclude Smith.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

lunedì 16 novembre 2015

L'albero della vita di Kalaloch è un monumento alla resilienza


Uno straordinario albero che simboleggia la rivincita della vita e la resilienza. 
Si trova vicino alla spiaggia di Kalaloch, all’interno dell’Olympic National Park di Washington. 

 A causa dell’erosione del suolo la vita di questo albero è continuamente appesa a un filo, eppure continua a resistere e ad ancorarsi al terreno con le sue radici. 
Per alcune persone si tratta quasi di una magia. 
Sembra quasi di trovarsi di fronte ad un albero immortale. 
 E’ sorprendente che sull’albero proseguano a spuntare nuovi germogli e nuove foglie anche se le sue radici non hanno un contatto abbastanza saldo con il terreno.
 Eppure l’albero è riuscito a sopravvivere in queste condizioni per anni. 
 L’Albero della Vita di Kalaloch è un abete del tipo Sitka ma non ha un nome ufficiale. Quindi la popolazione lo ha soprannominato “Tree of Life”. 
Viene chiamato anche “Albero in fuga” o “L’albero grotta” perché sotto le sue radici si è formata una vera e propria cavità.



La grotta si sarebbe formata nel corso del tempo per la presenza di un piccolo corso d’acqua sotterraneo che sfocia nel mare. 
Via via l’acqua ha portato via il terreno ed ora l’albero si trova quasi in bilico. 
Da decenni continua a sopravvivere. 
Ci insegna a resistere e ad aggrapparci alla vita senza perdere mai la speranza. 

 Marta Albè
 Fonte foto: Flickr


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