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giovedì 12 novembre 2015

Sierra del Divisor: nasce uno dei parchi più grandi del mondo, per proteggere l’Amazzonia e gli indigeni


Prendiamo due dei più grandi parchi americani, Yosemite e Yellowstone National Parks. 
Virtualmente sommiamone le superfici.
 Il risultato è un'enorme distesa verde. 
Altrettanto grande sarà il nuovo parco che sorgerà in Perù, il Sierra del Divisor National Park grande oltre 1,3 milioni di ettari di foresta amazzonica.
 A dare il via libera definitivo è stato il presidente peruviano Ollanta Humala. Il nuovo parco assicura strategicamente l'ultimo collegamento con il cosiddetto Ande-Amazon Conservation Corridor, formando uno dei più grandi blocchi contigui di aree protette dell'Amazzonia.
 Una scelta di vitale importanza che permetterà di proteggere una delle ultime roccaforti rimaste del pianeta per la fauna selvatica.
 La Sierra del Divisor ospita oltre 3.000 specie di piante e animali, alcune delle quali non si trovano in nessun'altra parte del mondo. L'area è una roccaforte per grandi mammiferi come i giaguari e tapiri che sono in declino.
 Inoltre il parco fornirà anche una protezione per la tribù indigena degli Iskonowa, che vive all'interno del nuovo parco in isolamento volontario.












Il nuovo parco è importante non solo perché permetterà di proteggere la biodiversità ma anche per la sua capacità di ridurre l'impronta di carbonio a livello globale.
 Secondo Rainforest Trust circa un miliardo di tonnellate di carbonio verranno assorbite da questo grande polmone verde, pari alle emissioni medie annue di tutti i veicoli in circolazione negli Stati Uniti.


Il parco ingloberà la Sierra del Divisor e la White-Sands National Reserve adiacente. 
Considerata una delle più alte priorità di conservazione del Perù, la Sierra del Divisor è da tempo riconosciuta per la sua grande biodiversità. 

 “Proteggere la Sierra del Divisor dal disboscamento illegale e dall’estrazione è di fondamentale importanza per la fauna selvatica in via di estinzione, per i popoli indigeni e per il mondo”, ha spiegato Paul Salaman, CEO du Rainforest Trust.

 Fonte: www.greenme.it

I topi cantano per amore


Mai come in primavera siamo abituati a sentire il canto degli uccelli. 
Come questi animali però ce ne sono tantissimi altri che emettono ugualmente suoni e per così dire “canzoni”, che per noi risultano però impercettibili. 
I topi per esempio producono incredibili vocalizzazioni ultrasoniche (Usvs), che variano rispetto alle condizioni sociali in cui si trovano. 
Secondo un recente studio della Duke University, pubblicato nella rivista scientifica Frontiers of Behavioral Neuroscience, infatti, gli esemplari maschio di topo generano sequenze vocali sorprendentemente complesse nel rituale del corteggiamento.
 La nuova ricerca basata sull’analisi di questi processi rappresenta un importante passo avanti nella comprensione delle USVs, che da tempo interessano i neuroscienziati.
 Ma non solo. 
La scoperta infatti nasconde risvolti inaspettati di estrema importanza: comprendere il filo rosso che unisce questi suoni ai contesti sociali infatti potrebbe aiutare a fare luce sui meccanismi che inducono a deficit nelle comunicazioni sociali per alcuni dei disordini dello spettro autistico.
 In natura esistono differenti specie animali che utilizzano le vocalizzazioni come strumenti sociali.
 Il linguaggio animale è infatti articolato e nasconde spesso precise strategie, come il corteggiamento.

 Secondo quanto riportato da un recente studio effettuato da due ricercatrici del Program in Neurobiology and Behavior, per esempio, molte specie aviarie sono in grado di formulare e riconoscere vocalizzazione complesse per la comunicazione con altri esemplari.
 Se però le sequenze canore degli uccelli possono essere percepite dal nostro orecchio poiché emesse alle giuste frequenze, non è lo stesso per quelle generate dai topi, non altrettanto elaborate ma comunque importanti. 
Proprio su queste vocalizzazioni ultrasoniche si sono concentrati gli studi del gruppo di ricerca della Duke University, finalizzati a comprendere come queste siano modulate rispetto ai differenti contesti sociali.


Guidati da Jonathan Chabout, i neuroscienziati statunitensi hanno posto un gruppo di topi in differenti situazioni sociali, per analizzare le sequenze emesse. 
Grazie a un nuovo approccio computazionale, sono stati così in grado di studiare le dinamiche tra le diverse sillabe in una data sequenza. 
I risultati mostrano che queste sillabe sono a volte scandite seguendo un tempo musicale preciso e secondo dati pattern. 
Come per i cuccioli che chiamano le loro madri, così gli esemplari maschio emettono canzoni più elaborate e con toni più forti quando sentono l’odore delle femmine senza vederle.
 Al contrario quando si trovano in loro presenza, producono suoni più lunghi e semplici.
 “Pensiamo che passino a emettere vocalizzazioni più semplici così da conservare energia per cacciare e cercare di corteggiare la femmina allo stesso tempo”, afferma Erich D. Jarvis, co-autore dello studio e membro del Duke Institute for Brain Sciences.
 “È incredibile pensare a quanto articolate e differenziate possano essere le vocalizzazioni prodotte dai topi, che peraltro sappiamo essere meno complesse di quelle emesse da uccelli e dalla nostra specie”.
 Altrettanto incredibile sembra essere la reazione degli esemplari femmina, che prediligerebbero generalmente coloro che producono suoni più articolati. 

Tutte le registrazioni effettuate durante lo studio sono ora disponibili su MouseTube, una piattaforma web creata dall’Istituto Pasteur di Parigi, il cui intento è quello di raccogliere più studi possibili sull’argomento così da avere un costruttivo e immediato confronto diretto.
 Se quindi da una parte la ricerca ha rivelato quali siano le ragioni che spingono i topi a emettere date sequenze musicali, rimangono ancora sconosciuti i meccanismi che regolano questi processi.
 Il prossimo step sarà infatti quello di comprendere il ruolo dei geni e delle diverse aree cerebrali responsabili.


 Fonte: galileonet.it

mercoledì 11 novembre 2015

Scalinata di Santa Maria del Monte a Caltagirone : 142 gradini d'arte


Centoquarantadue scalini diventati l’emblema di una bellissima città del Sud Italia. 
Di certo, avrete già sentito parlare della Scalinata di Santa Maria del Monte a Caltagirone, in Sicilia, una scala lunga oltre 130 metri che collega l’omonima Chiesa fino a Piazza del Municipio.
 Ognuno dei suoi gradini è decorato con piastrelle di ceramica policroma mentre, in ogni alzata c’è un rivestimento di maiolica realizzato da Antonino Ragona.
 Le decorazioni riprendono motivi isolani che vanno dal decimo al ventesimo secolo, creando un colpo d’occhio davvero scenografico.  
La Scalinata, originariamente a sbalzi, fu costruita nei primi anni del 1600 da Giuseppe Giacalone e solo nella seconda metà del 1800, fu unificata su progetto dell’architetto Salvatore Marino. Idealmente essa è divisa in dieci settori, uno per ogni secolo, ciascuno composto da quattordici gradini, qui si alternano elementi geometrici, figurativi, floreali che racchiudono diversi stili: da quello arabo al normanno, dall’angioino aragonese allo svevo, dallo spagnolo al chiaramontano, dal rinascimentale al barocco e ancora il settecentesco e l’ottocentesco contemporaneo.


Potremmo dire senza alcun dubbio, che la Scalinata rappresenta un vero e proprio museo a cielo aperto perché ripercorre buona parte della storia dell’arte e dell’architettura. 
 Col tempo la scala è diventata un simbolo di Caltagirone e proprio sui suoi gradini, ogni anno, nel mese di maggio, si svolge l’Infiorata, un omaggio che i calatini fanno alla Madonna.
 Migliaia di vasi e di piante si uniscono alle ceramiche colorate formando un tripudio che riprende le sfumature dell’arcobaleno.






Ma l’Infiorata non è l’unico momento in cui la Scalinata è protagonista: il 24 e 25 luglio in occasione della festa di san Giacomo, patrono della città e il 14 e 15 agosto, nei centoquarantadue scalini vengono accesi dei lumini che rimangono l’unica fonte di illuminazione.
 Le fiammelle formano un arazzo di fuoco che riprende una figura decorativa, una tradizione che si tramanda di padre in figlio.
Mentre si posizionano i quattromila coppi c’è un rigoroso silenzio. Il capomastro da le indicazioni per la realizzazione del disegno, per avere l’effetto sperato infatti, ogni lucina, deve essere posizionata al posto giusto.




Nell’orario stabilito e al segnale convenuto, i coppi si accendono uno dopo l’altro, dando vita a un serpente di fuoco. Gli stoppini vengono alimentati con steli di piante secche, lo spettacolo che dura un paio di ore, vede la partecipazione di migliaia di spettatori.
 La preparazione dura circa un mese e richiede tanto entusiasmo ma alla fine, tanta fatica viene ripagata perché, il tappeto di luci, viene svelato solo in occasione della festa, lasciando tutti a bocca aperta. 

 Dominella Trunfio

Storia di un ponte sorprendente


Il Pont du Gard è un ponte acquedotto costruito dai Romani nel primo secolo della nostra era.
 Le sue dimensioni - ben 49 metri di altezza - lo rendono eccezionale; è il ponte antico più alto del mondo.

 È composto di tre file di archi sovrapposti (6 archi al primo livello, 11 archi al secondo livello e 47 all'origine): una configurazione che rappresenta anche una realizzazione rarissima per l'epoca. 
 Inoltre, è sorprendente per via del suo eccellente stato di conservazione che gli permette di essere ammirato oggi come un capolavoro del genio creatore umano.




L'acquedotto di cui fa parte il Ponte del Gard, costruito verso il 50 d.C., sotto il regno di Claudio o di Nerone, alimentò per cinque secoli la città di Nîmes con acqua sotto pressione, in grande quantità. 
Durante il primo secolo, la cittadella romana, l'antica Nemausus, conosce un tale sviluppo che decide di dotarsi di un acquedotto, proprio come Roma, capitale e modello per tutto l'impero romano. Questa realizzazione conferisce alla città (che comprende all'epoca 20.000 abitanti) un prestigio nuovo: fontane, terme, acqua corrente nelle ricche dimore e strade salubri contribuiscono al piacere e al benessere della città.
 Grazie a una pendenza media di 25 cm per chilometro, tra le più basse mai realizzate a quei tempi, l'acquedotto incanala per gravità 30.000 - 40.000 m3 d'acqua corrente al giorno, da una sorgente situata a Uzès, lungo un percorso di 50 chilometri, fino a Nîmes.


Dall'alto dei suoi 2000 anni di esistenza, il Pont du Gard domina fieramente la valle sinuosa del Gardon.
 Questa icona incontestata della civiltà romana ha attraversato i secoli senza grandi danni.
 Le sue dimensioni spettacolari, l'architettura aerea e il sorprendente stato di conservazione ispirano ammirazione e stupore.


Vera e propria prodezza tecnica, la costruzione del Pont du Gard ha richiesto, secondo le stime, il lavoro di un migliaio di uomini che per un periodo di circa cinque anni si misero al servizio del sogno di grandezza dell'Impero romano.
 Per creare l'arco centrale che attraversa il Gardon, fu elaborata la più grande volta al mondo, mai realizzata prima di allora. 
Il Ponte del Gard è l'unico esempio di acquedotto a tre piani sovrapposti, ancora visibile.




Nel 1985, l’UNESCO ha incluso questo monumento francese eccezionale nella lista dei beni dell'umanità. 

Tratto da: http://pontdugard.com

martedì 10 novembre 2015

Svizzera: il Castello di Chillon


Chillon fu per secoli il punto di forza dei Savoia sul lago di Ginevra. Immerso nell’acqua, rinforzato da solide torri, è inserito in un contesto che ha affascinato artisti come Victor Hugo, Alexandre Dumas e, soprattutto, Gorge Byron.

 La posizione del castello è ideale per la difesa: la sua parte frontale si immerge nelle acque del lago di Ginevra, mentre alle spalle è protetto dai ripidi pendii delle Alpi. 
Una situazione ottimale, che garantiva la sicurezza dell’edificio e consentiva ai suoi occupanti di controllare sia il lago sia possibili assalti dalla terraferma.


Chillon è una delle più antiche fortificazioni europee erette sull’acqua: la prima menzione risale al 1005. 
Gli edifici appartennero prima al vescovo di Sion quindi, nel XII secolo, passarono ai conti (poi duchi) di Savoia, i quali ampliarono il complesso, lo fortificarono e gli diedero la struttura che ha conservato fino a oggi.
 Nel XIII secolo, Pietro II di Savoia fece costruire verso la terraferma tre torri semirotonde che garantivano il tiro di fiancheggiamento sulle cortine. 
Nel XIV e nel XV secolo questi torrioni vennero rinforzati e provvisti di apparato a sporgere per migliorare la difesa e di cammino di ronda protetto.
 Tutto l’impegno profuso nei continui lavori di ammodernamento fu comunque ampiamente ripagato; l’inespugnabile castello costituì infatti un centro di controllo strategico sia del traffico lacustre, sia dell’importantissima strada litoranea verso l’Italia, sia infine della vasta rete di esazione dei dazi, che si irradiava per gran parte del cantone di Vaud.


Il castello unisce la severità dell’esterno alla bellezza degli interni, particolarmente curati dai Savoia che ne fecero una delle loro residenze favorite fino a tutto il XV secolo. 
Numerose sono, infatti, le grandi sale di rappresentanza e gli appartamenti di abitazione, sontuosamente decorati da affreschi e da grandi camini.








Nel 1476 Chillon fu attaccata dalle truppe svizzere, ma riuscì a resistere. 
Tuttavia nel 1536 le milizie cernesi se ne impadronirono senza nemmeno combattere: la guarnigione, demoralizzata e disorganizzata per la situazione generale dello Stato sabaudo si ritirò senza opporre resistenza. 
Dopo la conquista, Chillon perse sempre più d’importanza. Dal 1536 al 1733 fu usata come residenza di vari signori locali, poi come deposito di armi e ospedale. Infine, grazie alla sua solida struttura muraria, venne adibita a carcere. 
 Nel XIX secolo fu salvata in extremis dalla demolizione, che era stata decisa per utilizzare le sue storiche pietre allo scopo, ben più prosaico, di costruire la linea ferroviaria. 
Questo pericolo fu sventato grazie all’intervento deciso di un gruppo di deputati del cantone di Vaud, determinati a preservare un monumento storico così antico e importante, che risulta tra i più visitati della Svizzera. 
 Ciò spinse la famiglia, da Emanuele Filiberto in poi, a concentrarsi sul versante italiano, mantenendo al di là delle Alpi solo la Savoia e pochi altri territori.
 Il Seicento fu infatti un secolo di continue guerre sul fronte italiano, mentre quello svizzero rimase inerte.


La fortezza venne usata dai conti di Savoia anche come prigione di Stato.
 Il prigioniero più famoso fu François de Bonivard (1493 – 1570), che aveva spinto i ginevrini alla ribellione contro i Savoia.
 Fu liberato, dopo sei anni di reclusione, nel 1536, quando la fortezza fu conquisata dai cernesi. La sua vicenda ispirò lo scrittore inglese George Byron, che ne trasse uno scritto “Il prigioniero di Chillon” (1816), abbastanza famoso ai sui temi. 
Nei locali adibiti a carcere, situati nella zona a lago, è ancora visibile il palo al quale Bonivard rimase incatenato per anni.




 Nel palazzo baronale, conosciuto come Camera domini (o Tour d’Alinges) , sono ancora visibili tracce di affreschi risalenti al XIV secolo.


Anche le pareti di molti altri ambienti sono decorate con affreschi, numerosi dei quali riproducono la lotta di San Giorgio contro il drago, tema assai diffusa in area sabauda. 
Particolarmente interessante è il soffitto ad archi della sala dei Cavalieri. 
La Salle du Chàtelain presenta un soffitto e un camino quattrocenteschi. 

lunedì 9 novembre 2015

Lo spettacolo della fioritura dello zafferano


I fiori viola dello zafferano sbocciano solo per un breve periodo dell'anno in alcuni luoghi del mondo. 
Lo spettacolo della fioritura dello zafferano è davvero straordinario.  
La raccolta dello zafferano è un procedimento molto delicato che può avvenire solo a mano. Ecco perché il costo dei preziosi stimmi di zafferano è così elevato. 
La coltivazione e la raccolta deve procedere nel modo più attento e delicato possibile. Inoltre la produzione dello zafferano è molto influenzata dalla zona di coltivazione e dal clima. 
Pensate che per produrre 1 solo grammo di zafferano sono necessari ben 150 fiori. Il prezzo al chilo dello zafferano può raggiungere diverse centinaia di euro, se non migliaia. 

 Lo zafferano di qualità viene coltivato sia in Italia che nel mondo. Tra le zone italiane di produzione dello zafferano troviamo ad esempio la Toscana, la Liguria, la Sardegna (zafferano di San Gavino), il Veneto (zafferano di San Quirino), l'Abruzzo (in particolare la provincia dell'Aquila, con Navelli e Poggio Picenze, dove troviamo lo zafferano DOP e dove lo si coltiva da secoli). 

Gli abitanti dei villaggi del Kashmir raccolgono i fiori di zafferano nel mese di novembre.
 Questa zona, con particolare riferimento alla località di Pampore, è molto nota per il suo zafferano di alta qualità. 
 Dato che la vendita dello zafferano è redditizia, la speranza è che la sua coltivazione avvenga sempre nel rispetto dei diritti dei lavoratori. 
In commercio, per quanto riguarda lo zafferano proveniente dall’estero, troviamo i prodotti del commercio equo e solidale, che garantiscono un trattamento rispettoso dei lavoratori dal punto di vista dei diritti e dei guadagni, oltre che il rispetto dell’ambiente. 

L’Iran è il maggior produttore di zafferano del mondo. La raccolta dello zafferano qui avviene tra fine ottobre e novembre.
 Il Paese produce il 95% dello zafferano in vendita nel mondo. Insieme al Kashmir, l’Iran è uno dei pochi luoghi del Pianeta in cui lo zafferano cresce davvero in abbondanza e senza fatica. In generale i campi di zafferano fioriscono tra settembre e novembre.












La raccolta dei fiori di zafferano e la separazione degli stimmi nel mondo avviene ancora in modo del tutto artigianale.
 Poi gli stimmi di zafferano vengono lasciati essiccare.
 Lo zafferano in polvere è composto da stimmi finemente macinati. 

E’ vero, si tratta di un ingrediente prezioso e costoso, ma il suo sapore è inconfondibile e ne basta solo un pizzico per donare un tocco di colore e di sapore in più ai nostri piatti.

 Marta Albè

Fabrizio Carafa e Maria d'Avalos: cronaca di una tragedia d’amore


Nella piazza San Domenico Maggiore in Napoli, in cui sorge il celebre palazzo di Raimondo Sangro dei Principi di Sansevero, dal 1590 l’urlo agghiacciante della splendida e sfortunata Maria d’Avalos, per secoli ha raggelato il quartiere. 
Da allora, nelle notti senza luna, la sua ombra evanescente pare riapparire muta, aggirandosi silenziosa, dolente, e l’incidere spettrale sembra riecheggiare i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda: 
Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori! La bella e irrequieta Maria.


La tragica fine di Maria D’Avalos, detta la più bella signora di Napoli, e del cavaliere Fabrizio Carafa dei duchi di Andria, uomo di rara bellezza ed incontrastato valore, amanti forse consapevoli di andare incontro ad un destino già scritto, ha innescato nella storia una fiammeggiante potenza immaginativa che li ha resi immortali. 

Era 17 ottobre 1590 quando Maria e Fabrizio, in una delle stanze del palazzo S. Severo, rinnovavano l’eterno incantesimo dell’amore.
 Erano giovani, belli, innamorati.
 Erano felici, tra quelle mura discrete che celavano agli occhi del mondo l’estasi e la paura di una relazione adultera. 
Il desiderio, colpevole per quanti non conoscano le tempeste dei sentimenti, li aveva vinti, dimentichi degli obblighi, dimentichi di un marito: Carlo Gesualdo, principe di Venosa, legittimo consorte di Maria. 
Un uomo troppo orgoglioso per tollerare l’onta di un tradimento, troppo innamorato per invocare la giustizia della legge. 

A Napoli tutti erano a conoscenza della tresca tra la bella Maria e Fabrizio Carafa. 
La nobiltà sussurrava, il popolo commentava, con divertita indulgenza l’audacia dei clandestini amati. 
La passione tra i due cresceva ogni giorno di piu’, e presto anche la prudenza venne messa da parte. Fabrizio e Maria si amavano, contro tutto, malgrado tutto. 
Don Carlo per qualche tempo non vide o non volle vedere quel che gli succedeva intorno. 
Scriveva d’amore pensando alla sua donna, le dedicava malinconiche melodie, e chiudeva gli occhi su una verità troppo dura da accettare.

Col tempo i mormorii della città si erano trasformati in un coro indignato: tutti vedevano, tutti sapevano, tutti parlavano. 
Solo Carlo continuava a starsene chiuso nel suo silenzio, meditando la tragedia. 
Finchè un giorno, informato in ogni particolare della relazione tra Maria e Fabrizio da un “premuroso” amico, pazzo di dolore e di gelosia, finse di partire per poi ritornare a notte fonda, forse nella segreta speranza di trovare, sola e casta, la donna che amava.
 Ma spalancata la porta di casa, ogni illusione si infranse miseramente contro l’immagine dei due amanti perdutamente avvinti. 
L’ira e la disperazione, troppo a lungo represse, esplosero ferocemente. 
Si gettò su di loro brandendo un pugnale e li colpì ripetute volte, accecato dall’odio e dalla passione, fino ad ucciderli


Consumato l’atroce delitto, pazzo di dolore, sporco di sangue, Carlo camminò poi per ore lungo le vie del centro, piangendo disperato e fuggendo poi via.
 Quando il giorno dopo i Regi Consiglieri ed i Giudici Criminali della Gran Corte della Vicaria entrarono nella stanza trovarono Fabrizio Carafa morto a tre passi dal letto nel quale, insanguinato, c’era il cadavere di Maria.
 I corpi dei miseri amanti furono esposti la mattinata seguente in mezzo alle scale e tutta la città corse a vederli.

 La tragica fine dei due amanti ci è giunta tramandata da diverse fonti. 
Di prima mano sono le scarne e lapidarie note di un osservatore esterno coevo, l’ambasciatore veneto a Napoli. 
L’atto giudiziario originale, allora denominato “informatione” prodotto dalla Gran Corte della Vicarìa, il tribunale napoletano di ultima istanza per materia criminale e civile, è andato perduto, ma sono state rinvenute numerose copie che hanno fornito il materiale da supporto per la leggenda e la letteratura successiva, e di queste due paiono essere le più attendibili. 
L’una, del tutto ignorata sinora, conservata nella Biblioteca Provinciale di Avellino, è tratta dall’Archivio della Casa Teora, in data imprecisata, ma (dalla calligrafia) probabilmente della seconda metà del Settecento: il lessico, l’ortografia, la punteggiatura, nonché alcune parole proprie della seconda metà del Cinquecento danno a questa informatione un carattere di fedeltà all’originale che non hanno le altre, numerose, conservate nella Biblioteca Nazionale di Napoli. 

L’altra informatione, meno ignorata, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli, redatta nel 1682 in modo del tutto indipendente da un tale Onofrio Santavita, è una conferma indiretta della fedeltà all’originale della precedente. 
 Ma la veridicità documentaria di entrambe non significa attendibilità nella ricostruzione dei fatti, né tantomeno semplicemente scavo istruttorio di un qualche rilievo perché ai ministri della Gran Corte della Vicarìa, in forza delle prammatiche vigenti a quel tempo e per probabile disposizione del Vicerè, interessato alla salvaguardia dell’ordine pubblico, compromesso dalla morte e dallo scandalo che riguardava tre fra le prime dieci famiglie blasonate del Regno, interessava semplicemente procedere alla ricognizione della morte e del movente, ossia chiudere subito il caso, riconoscendo la legittimità della vendetta per adulterio, ritenuta, nella mentalità del tempo, un fatto tanto dovuto quanto del tutto privato.
 Ritenere, come ha fatto la letteratura postuma che la informatione dovesse ricostruire antefatti, retroscena, premeditazione, falsità o parzialità delle testimonianze, complicità plurime è semplicemente una proiezione antistorica del presente. 
La informatione della Vicarìa è, in definitiva, volutamente superficiale e monca come atto istruttorio, è più un atto notarile che l’avvio di un processo da parte dell’autorità vicereale. L’unico documento coevo ed originale resta dunque la comunicazione dell’ambasciatore veneto al senato, datato 19 ottobre del 1590, a due giorni del duplice omicidio: 

Don Carlo Gesualdo, figliolo del prencipe di Venosa, et nipote dello illustrissimo cardinale [Alfonso Gesualdo, decano del collegio cardinalizio], appostatamente salito martedì alle sei ore di notte con sicura compagnia alla stanza di donna Maria d’Avalos, moglie et cugina sua carnale, stimata la più bella signora di Napoli, ammazzò prima il signor Fabricio Caraffa , duca d’Andria, che era con essa, et lei appresso, di questa maniera vendicando l’ingiuria ricevuta. 
Abbracciano queste tre principalissime famiglie quasi tutte le altre maggiori case del regno, et ognuno pare stordito per lo stupore di questo caso, et se ne sbigottì di molto all’avviso l’Illustrissimo signor Viceré che amava et stimava infinitamente il Duca come persona, che per natura et per studio era dotato di tutte le altre più belle et degne parti, et condizioni che si relevano in signor principale, et in valoroso cavaliere.

Fonte: monitorenapoletano.it
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