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giovedì 17 settembre 2015

Martin pescatore: la lotta per la difesa del territorio


Il Martin pescatore (Alcedo atthis può essere avvistato in gran parte dell'Eurasia, in Nordafrica e nella porzione occidentale dell'Oceania. 
Si adatta bene a vari habitat, anche in presenza dell'uomo, ma predilige zone in prossimità di fiumi e ruscelli poco impetuosi, caratterizzati da acque limpide e da abbondante vegetazione costiera.
 L'acqua pulita è essenziale per individuare i pesci di cui si nutre, mentre la vegetazione assolve a una doppia funzione: offrire riparo ai nidi scavati lungo gli argini terrosi e fornire rami sporgenti sulla superficie dell'acqua da eleggere a punti di osservazione per la caccia. 
Quest'ultima risorsa è tanto preziosa da spingere il Martin pescatore a ingaggiare autentiche lotte con gli uccelli della stessa specie che vogliono sottrarre loro un sito favorevole .


Il piumaggio del martin pescatore è cangiante e, a seconda dell’incidenza della luce, passa dal verde smeraldo al blu cobalto. 

Quando vola su fiumi e ruscelli, si confonde con i colori dell’acqua e i suoi nemici, come lo sparviero, lo possono avvistare dall’alto solo con difficoltà.
 Anche il suo tipo di richiamo si adatta all’ambiente in cui vive: il suo “cip” è così acuto che si distingue nonostante il rumore dei corsi d’acqua. 

 Quando il martin pescatore adocchia un pesce, si lancia in acqua veloce come una freccia.
 Un attimo prima di raggiungere la preda frena servendosi delle zampe e delle ali. Cattura quindi la sua vittima con il robusto becco. Una manovra di massimo due o tre secondi. 
 Grazie a una membrana protettiva, che entra in azione quando si tuffa, evita di ferirsi gli occhi.


Il martin pescatore deve andare a pescare con una certa frequenza, perché i piccoli sono sempre affamati.
 Gli uccelli adulti trasportano fino a 70 grammi di pesce al giorno e devono di tanto in tanto dedicarsi anche alla cura del loro piumaggio






Tratto da focus.it

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Il grande Totò

Notizie sullo stato islamico

Fu la Sardegna la vera dimora degli atlantidei?


Sergio Faru lavora alla Repubblica fin dal 1976, occupandosi di temi culturali.
 Nel suo saggio “Le Colonne d’Ercole – Un’inchiesta”, Frau ipotizza che il mito di Atlantide, tramandato da Platone nel Timeo e Crizia, potrebbe essere stato ispirato da un cataclisma che colpì la Sardegna nel 1175 a.C. 
 Secondo lo scrittore italiano, l’estremità meridionale dell’isola italiana assomiglia ad una Pompei subacquea.
 L’ipotesi è che un maremoto avvenuto in età antica potrebbe aver spazzato via una fiorente civiltà vissuta nel secondo millennio a.C., portando l’isola in un periodo di decadenza. La disastrosa inondazione sarebbe stata provocata dall’impatto di una cometa con il nostro pianeta. 
 Come riporta The Guardian, Frau è stato raggiunto da una decina di scienziati interessati ad approfondire la sua ipotesi. 
Nel gruppo era presente anche il professor Stefano Tinti, ordinario di geofisica all’Università di Bologna, il quale ha spiegato che fino al 1980 non si era a conoscenza delle onde di marea verificatesi nel bacino del Mar Mediterraneo. 
 «Stiamo parlando di un enorme volume di acqua, alta circa 500 metri. Solo una cometa potrebbe produrre un effetto simile, con un impatto verificatosi molto vicino alla costa e in una direzione ben precisa», continua Tinti. «Una cometa che colpisce il mare ad una velocità di 20 km al secondo, produrrebbe un' onda in meno di un secondo».


Tinti è convito della validità della sua teoria.
 Resta da vedere se esistono prove subacquee dell’impatto, frammenti della cometa o addirittura il suo nucleo.
 L’evento distruttivo produsse una grave crisi nella fiorente civiltà nuragica. 
Frau descrive la punta meridionale della Sardegna come una Pompei marina sommersa dal fango, dove sono stati trovati strumenti di metallo, ceramiche, vasi e lampade ad olio, in uno stato che suggerisce un frettoloso abbandono del sito.
 Secondo gli archeologi, il declino comincio intorno al 1175 a.C. Scrittori antichi come Plutarco riportano che alcuni isolani si rifugiarono sulle alture, mentre altri navigarono verso l’Etruria, nel centro della penisola italiana.
 La teoria di Frau, oltre ad essere sostenuta da Tinti, è suffragata da numerosi documenti antichi, secondo i quali un maremoto costrinse gli abitanti della Sardegna a lasciare l’isola.
 Azzedine Beschaouch, ex capo del centro del patrimonio mondiale dell’Unesco, ha sottolineato l’importanza della ricerca di Frau, il quale ha dimostrato che la civiltà nuragica è stata uno dei punti focali del mondo antico. 
 Secondo Beschaouch, ora tocca agli esperti dare sostanza scientifica, storica, culturale, politica ed emotiva al misterioso passato dell’isola.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 16 settembre 2015

Antoni Gaudì, Parc Guell


Il Parco Güell  è una delle realizzazioni dell'architetto Antoni Gaudí a Barcellona che appaiono nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. 
 Realizzato tra il 1900 e il 1914, doveva essere all'origine una specie di città-giardino sul modello inglese.
 Fu commissionato a Gaudí dal suo mecenate, l'industriale Eusebi Güell, che aveva comprato una collina (El Carmel) a nord della città. 
Il progetto complessivo dell'insediamento prevedeva alloggi, studi, una cappella ed un parco, per un totale di 60 abitazioni, ma fu acquistato solo uno dei lotti e furono completate solo due abitazioni. 
In una delle due abitazioni già edificate abitò per molti anni lo stesso Gaudí, con il padre e la figlia della sorella, fino al suo trasloco definitivo nel cantiere della Sagrada Família. 

La città di Barcellona lo acquistò nel 1922, trasformandolo in parco pubblico. Gaudí cercò di conservare l'andamento naturale del terreno in rilievo, lasciando libero sfogo alla sua immaginazione, generando un’opera originale dal profilo sinuoso.
 Per la sua costruzione fece impiego di variopinte ceramiche di recupero e pezzi di vetro, utilizzati come tessere di mosaici colorati, assieme alle sue sculture in calcestruzzo, che rappresentano tutto un universo di animali fantastici, rifacendosi in maniera chiara al concetto del pittoresco.

 Fedele al suo stile, Gaudí creò un’opera che si integra nella natura e che la riproduce: tra gli esempi la passeggiata coperta con delle colonne che hanno le forme dei tronchi degli alberi o delle stalattiti, le fontane e le arcate artificiali di roccia.









In cima alla scalinata principale con la fontana a forma di salamandra (simbolo dell'alchimia e del fuoco) si trova la sala ipostila, realizzata come un tempio classico greco.
 Questa sala, chiamata anche sala delle 100 colonne (benché soltanto 85 siano state completate), si situa sotto la piazza centrale del parco.
 La piazza è delimitata da un sedile sinuoso come un serpente di 150 m di lunghezza. Su questa panchina straordinaria, seduti in curva, si è al riparo e si vedono i propri vicini, in uno spazio intimo, pur avendo la vista sul resto della panchina. 
Nelle altre zone del parco Gaudí creò spazi altrettanto fantastici, dove ponti in cemento armato sembrano strutture ottenute dalla scultura della roccia, dissimulando così l'incredibile sforzo architettonico.

15 anni fa la prima mappa del Dna umano

Sono trascorsi 15 anni da quando, il 26 giugno del 2000, l'allora presidente americano Bill Clinton e l'ex premier britannico Tony Blair annunciarono al mondo che il codice della vita era stato svelato: la prima mappa del Dna era stata scritta, anche se sarebbe stata completata solo nel 2003.
"Una pietra miliare" a disposizione della comunità scientifica per dare inizio a "una nuova era della medicina molecolare - recitava la nota ufficiale della Casa Bianca - che potrà portare a nuovi modi di prevenire, diagnosticare, trattare e curare le malattie".

 

Il termine Dna è l’abbreviazione del termine inglese che indica l’”Acido desossiribonucleico”. E fin qui ci siamo!
Per spiegarne il funzionamento, nell’articolo si immagina il corpo umano come una macchina piena di ingranaggi. Per far funzionare una struttura così complessa c’è bisogno di un “manuale di istruzioni” grande come un’intera enciclopedia: ovvero il patrimonio genetico o genoma!
La biblioteca che contiene questa enciclopedia è la cellula umana (più precisamente si trova nel suo nucleo). In ognuna c’è il medesimo patrimonio genetico, cioè lo stesso manuale.
Come tutte le enciclopedie che si rispettino, anche il genoma è diviso in volumi: stiamo parlando dei cromosomi. In ogni cellula ce ne sono 46 divisi in 23 coppie.
Il DNA, acronimo di Acido Desossi Ribonucleico, è una molecola presente nelle cellule dell’organismo umano – ma anche nelle piante e negli animali – che ha il compito di trasportare e trasmettere le informazioni genetiche da una generazione all’altra e che ci caratterizza come individui.
Esistono due tipi di DNA, quello presente nel nucleo e quello presente nei mitocondri.
Il DNA nucleare è ereditato per metà dalla madre e per l’altra metà dal padre: il figlio perciò avrà un DNA che è il risultato di una combinazione del DNA dei genitori.
Il DNA mitocondriale è invece trasmesso soltanto dalla madre ai figli, senza alcun contributo/combinazione con quello del padre. Il DNA nucleare, essendo altamente variabile tra individuo e individuo e definendone l’unicità, è quello maggiormente utilizzato per le analisi di gran parte dei reperti raccolti sulle scene di reato.
Il DNA mitocondriale invece è generalmente impiegato per l’esame di piccole porzioni del fusto di un capello, l’esame di feci, gli accertamenti su parti di organi (resti umani in avanzato stato di decomposizione), o per ricostruzioni genealogiche.

  Ogni volume-cromosoma è diviso in pagine: i geni, dove appunto sono scritte le informazioni dettagliate che ci riguardano (il colore degli occhi, della pelle, l’altezza ecc.).
Le parole però sembrano essere criptate: effettivamente si tratta di un codice, quello della vita, grazie al quale l’ingranaggio della macchina-corpo umano funziona: il codice genetico! Il patrimonio genetico (o manuale di istruzioni) effettivamente non è scritto su carta, ma su una molecola a forma di doppia elica: il dna, che l’organismo è perfettamente in grado di leggere e mettere in funzione automaticamente.
Ovviamente, il Dna è visibile solo con particolari microscopi visto che si trova all’interno del nucleo di una cellula.
Eppure, se potessimo aprirlo su una tavola, come un papiro, sarebbe lungo più di un metro. Il Dna si riproduce in continuazione, così le cellule hanno tutte lo stesso dna, lo stesso codice.
Quando un libro (i cromosomi) in un’enciclopedia si perde o si rompe, o le sue pagine (i geni) si rovinano, vengono strappate, o hanno un errore di stampa, si ha una patologia più o meno grave. Ad esempio: la sindrome di down è dovuta ad una alterazione cromosomica: nella maggior parte dei casi ci sono 3 cromosomi 21 anziché due.
Come se esistesse una copia in più di un volume enciclopedico.

martedì 15 settembre 2015

Kushim, 5200 anni fa, nell’attuale Iraq, il primo nome della storia: un contabile sumero


Il più antico nome di persona documentato nella storia dell’umanità non è quello di un re, di un eroe o di un artista… ma quello di un contabile. 
Così sostiene lo studioso israeliano Yuval Noah Harari nel suo libro Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, pubblicato di recente anche in Italia da Bompiani.
 Il nome compare su una tavoletta di argilla sumera, ritrovata in Mesopotamia (nel territorio dell’attuale Iraq), e datata al 3.200 a. C. circa.
 A quanto pare è un documento commerciale: la ricevuta per una serie di spedizioni di orzo.
 La scritta composta da disegni e incisioni andrebbe letta così: “29.086 misure di orzo 37 mesi Kushim”. 
Secondo Harari, l’interpretazione più probabile della frase è: “Nel corso di 37 mesi sono state ricevute in totale 29.086 misure di orzo. Firmato Kushim”. 
Gli studiosi, spiega Robert Krulwich nel suo blog per naturalgeographic.com non sono unanimi nel ritenere che “Kushim” fosse un nome proprio. Potrebbe essere un titolo, come, appunto “contabile” o “addetto alle spedizioni di orzo”.
 I primi nomi propri della storia potrebbero dunque essere quelli che compaiono su un’altra tavoletta sumera, un po’ più recente (3.100 a.C., una o due generazioni dopo quella di Kushim). L’iscrizione dice: due schiavi posseduti da Gal Sal: En-pap X e Sukkalgir. 
Anche in questo caso si tratta dei persone comuni (due schiavi e il loro proprietario) e non di re o profeti. 
Non c’è da stupirsi, commenta Krulwich: 5.000 anni fa gran parte dell’umanità era composta da contadini, pastori, artigiani, che avevano bisogno di tenere traccia dei loro possedimenti, dei loro crediti e dei loro debiti. 
La scrittura, almeno in origine, nacque proprio a questo scopo: non un megafono per i potenti, ma una tecnologia per la gente comune.

 Fonte: http://www.nationalgeographic.it
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