lunedì 7 settembre 2015
Gli antenati dei serpenti avevano quattro zampe
I serpenti preistorici erano predatori terrestri muniti di zampe: lo sostiene uno studio pubblicato su Science, dov'è descritto in dettaglio uno straordinario fossile di Tetrapodophis amplectus, una specie vissuta circa 110 milioni di anni fa: lungo l'impronta dello scheletro sono a un certo punto evidenti quattro minuscoli arti, che secondo i ricercatori non servivano già più per la locomozione.
Il capo della ricerca David Martill ha raccontato che il reperto (scoperto in Brasile) si trovava nel museo di Solnhofen, in Germania, dov'era «parte di un'ampia esposizione di fossili del periodo Cretaceo: ma nessuno aveva colto la sua importanza», ha spiegato il paleontologo.
«Quando l'ho visto ho capito che si trattava di un esemplare incredibilmente importante.»
Lo scheletro sinuoso, che misura 19,5 centimetri, conta 272 vertebre e due paia di zampe lunghe meno di un centimetro. All'altezza dello stomaco si vedono i resti dell'ultimo pasto, un piccolo vertebrato che dimostra le abitudini carnivore del rettile.
Come ha evidenziato Nick Longrich, coautore dello studio, le appendici erano ormai inadatte a camminare, ma sarebbe sbagliato liquidarle come semplici organi vestigiali.
Le dita affusolate farebbero infatti pensare a strutture altamente specializzate, usate forse per afferrare e stringere le prede.
Nonostante di recente fossero già emerse prove che gli antenati dei serpenti moderni avessero almeno due zampe posteriori, è la prima volta che gli scienziati si trovano di fronte a un fossile con quattro arti.
Questo rafforzerebbe l'ipotesi, molto dibattuta, secondo cui i rettili striscianti non arriverebbero dal mare, ma sarebbero un'evoluzione di un'ancestrale lucertola terrestre.
Non tutti sono però concordi nel classificare il T. amplectus come un possibile anello di congiunzione tra le due specie. Michael Caldwell, paleontologo presso Università di Alberta (Canada), ha ad esempio dichiarato che diverse caratteristiche della colonna vertebrale non giustificano l'inserimento dell'esemplare nell'albero evolutivo dei serpenti.
«Penso che il campione sia importante, ma non so ancora dire che cosa sia.»
Fonte: http://www.focus.it/
La Valle dell'Indo

Le civiltà della Valle dell'Indo vengono fatte risalire dai testi tradizionalisti a circa 2500 anni prima della nostra era, ma la datazione è senza dubbio errata, come hanno potuto stabilire di recente, con ricerche più approfondite, studiosi pakistani, britannici, sovietici, statunitensi e tedeschi, concordi nell'affermare che la città di Mohenjo-Daro (le cui rovine si trovano nel Pakistan meridionale, tra Larkana e Kandiaro) era già sicuramente fiorente 5-6 mila anni or sono.

Ce lo provano, tra l'altro, i chicchi di grano rinvenuti tra i ruderi, la cui età è stata stabilita e che, piantati, ci hanno dato, a distanza di tanti millenni, una sorta di frumento a noi assolutamente sconosciuta, dal potere nutritivo molto superiore a quello delle varietà che vengono attualmente coltivate. Anche attraverso questo piccolo prodigio il pubblico è giunto a conoscere la città di Mohenjo-Daro, senza sapere che la scoperta delle sue rovine ha colmato una notevole lacuna archeologica, aprendo, nello stesso tempo, molti altri appassionanti interrogativi.

Fino a poco più di mezzo secolo fa gli studiosi delle civiltà indiane si trovavano di fronte a una curiosa situazione: disponevano, cioè, di un testo a carattere filosofico-religioso, riferibile a un popolo di alta cultura e stilato circa quattromila anni or sono e secondo alcuni anche prima (il Rgveda, o 'Veda degli inni'), mentre non erano riusciti a rintracciare una sola opera d'arte, una sola costruzione anteriore al III secolo prima di Cristo. Fra questo periodo, posto già sotto l'influsso dell'arte persiana e greca, e il favoloso tempo del Rgveda non c'era che un grande punto interrogativo, reso ancora più sibillino da pochi, frammentari ritrovamenti: resti di mura, armi e suppellettili di bronzo, uno stranissimo sigillo con la rappresentazione di un ignoto animale cornuto e alcune parole in caratteri indecifrabili affiorato ad Harappa, nella cosiddetta 'Terra dei cinque fiumi', circa 200 chilometri a sudovest di Labore.
Solo nel 1921 l'archeologo indiano Daya Harappa, con alcuni indovinati scavi condotti nel luogo che ora porta il suo nome, mise alla luce i resti di una città antichissima, i cui abitanti non conoscevano il ferro, servendosi (almeno a quanto risulta dai rinvenimenti) soltanto di strumenti di pietra e bronzo, ma avevano evidentemente raggiunto un alto grado di cultura, com'è dimostrato dai ruderi di una solida costruzione a cono tronco (si pensa a un silo) e da un torso maschile la cui perfezione è tale da sbalordire. Un anno dopo, altri archeologi indiani ricevettero l'incarico di disseppellire le rovine di un tempio buddista del II secolo d. C. su un'isoletta del fiume Indo, a 700 chilometri da Harappa, una formazione collinosa che gli indigeni chiamano Mohenjo-Daro, 'la collina dei morti'. Gli studiosi fecero effettuare i lavori del caso e, con loro grande sorpresa, videro affiorare sotto le mura del tempio un edificio ancora più antico, che rivelò poi particolari comuni a quelli della misteriosa 'civiltà di Harappa'. L'opera venne continuata dal governo pakistano e, condotta a termine, rivelò un'intera città di estensione notevole, dalle strade regolarissime, tutte disposte in senso nord-sud ed est-ovest. Questa città dev'essere stata abitata per millenni da un popolo di agricoltori e coloro che vi risiedettero debbono averla ricostruita chissà quante volte, facendola rinascere come una fenice dalle distruzioni operate forse dalla guerra, forse dalle inondazioni, forse da altri sconvolgimenti naturali. Organizzata secondo una geometria perfetta, la città comprendeva abitazioni, negozi ed edifici pubblici. Finora sono state scoperte sette città sotto le rovine di quella cui abbiamo accennato, la meno antica. E altre ancora si rinverrebbero, probabilmente, se si potessero continuare gli scavi, cosa impossibile, perché si è ormai giunti all'attuale livello dell'acqua. Un particolare che ha subito colpito gli studiosi e in cui si rispecchia certo la struttura sociale dell'ignoto popolo di Harappa e di Mohenjo-Daro è rappresentato dall'assoluta assenza, in quest'ultimo centro, di costruzioni adibite a tempio o a reggia, come, di contro, si trovano in tutti gli agglomerati indiani delle antiche civiltà che ci sono note. Quello che perde in pompa, Mohenjo-Daro lo acquista in razionalità, tanto che solo oggi possiamo trovare centri paragonabili ai ruderi di quello pakistano.

La costruzione più notevole è una piscina, un tempo coperta, con un bacino lungo 12 metri e largo 7, cui si accostano un bagno di vapore e un sistema di riscaldamento ad aria calda. La strada principale corre da nord a sud, ha una lunghezza di circa un chilometro (nei limiti, naturalmente, dell'ampiezza propria agli scavi effettuati) e una larghezza di 10 metri. Tutte le case sono costruite con mattoni simili ai nostri, a uno, due, forse tre piani, secondo una tecnica perfezionatissima: ogni abitazione possedeva il proprio impianto di acqua corrente, il proprio bagno, i propri servizi igienici, non solo al pianterreno, ma anche ai piani superiori, come dimostrano chiaramente le tubature. Il sistema di canalizzazione cittadino, poi, è tale che basta il giudizio degli esperti inglesi a definirlo: "Noi, oggi, non potremmo fare meglio!". Sotto ogni via corrono tubazioni e cloache, destinate, queste ultime, a raccogliere i rifiuti e l'acqua piovana, che deve essere stata assai copiosa. "Molti segni", scrive un archeologo tedesco, "ci lasciano dedurre che ai tempi in cui Mohenjo-Daro era all'apice della sua fortuna, regnava in queste regioni un clima assai più freddo e umido dell'attuale. Qui nel Sind, ad esempio, si usano ora quasi del tutto mattoni seccati all'aria, i quali rendono l'ambiente più fresco di quelli cotti. Inoltre, in questa zona arida e diboscata, non sarebbe possibile mettere insieme una quantità di legna tale quale è stata usata per cuocere l'imponente numero di mattoni impiegati Mohenjo-Daro".

Questo vaso è risalente, considerato lo strato sedimentario in cui era posto, a 320 milioni di anni fa ed è costituito da una lega zinco-argento. In un finissimo vaso d'argento, che evidentemente fungeva da scrigno, era conservato un piccolo tesoro costituito da gemme, anelli, braccialetti, collane d'oro, d'argento e d'avorio. Un altro recipiente del genere conteneva i resti di un bel tessuto di cotone, i più antichi sinora scoperti. Com'è noto, troviamo le prime tracce della preziosa pianta tessile presso gli antichi americani mentre nel bacino del Mediterraneo fa la sua comparsa soltanto ai tempi di Alessandro il Grande (intorno al 300 a. C.); tuttavia il reperto di Mohenjo-Daro ci indica che la coltivazione del cotone doveva già essere diffusa nella Valle dell'Indo nel in millennio prima di Cristo. Come abbiamo detto, pare che gli abitanti di Harappa non conoscessero il ferro. Forse dovremmo scrivere "non lo conoscessero più", come sostengono alcuni, parlandoci di una catastrofe immane che si sarebbe abbattuta sulla zona. A metà strada fra Harappa e Mohenjo-Daro, là dove l'Indo riceve il Panjnad, infatti, sarebbero stati rinvenuti antichissimi oggetti metallici, fra cui un dado di ferro e una tazza di alluminio. Usiamo il condizionale, poiché non ci possiamo pronunciare circa l'attendibilità di queste notizie, che abbiamo tratto da un periodico un po' precipitoso nei suoi giudizi e delle quali non abbiamo potuto ottenere conferma. Non ci sentiamo, d'altro canto, di passare la cosa sotto silenzio, perché anche in questo campo l'Asia è prodiga di sorprese.
Crimea: lo spettacolare lago salato Koyashskoye
Un posto da sogno, non troppo lontano da noi.
Voliamo in Crimea, nella penisola di Kerch. Un territorio conteso da Russia e Ucraina.
Qui la bellezza della Natura prende il sopravvento sulle vicende geopolitiche.
Quello mostrato da queste immagini è il lago salato Koyashskoye. Separato dal Mar Nero da una sottile striscia di terra, come molti altri laghi salati del mondo ha una caratteristica distintiva: le sue acque assumono bellissime tonalità di rosa fino al rosso scarlatto per via della presenza di alghe microscopiche che prosperano nell'acqua salata.
Il Koyashskoye Salt Lake non è un lago molto grande.
È lungo infatti circa 4 km e largo 2. Anche la sua profondità è ridotta, visto che quella media si aggira attorno a un metro. Ma è anche questo a renderlo ancora più speciale.
Essendo così basso, permette agli scogli di emergere mostrando tantissime piccole isole rocciose sulla sua superficie.
Come se non bastasse, quando parte dell'acqua evapora il sale del lago si cristallizza intorno a queste rocce e sulle coste producendo pietre di cristallo e profumo di viola, e aggiungendo altri spettacolari colori.
Una località tradizionalmente considerata salubre dalla gente del posto.
Il lago, per sua fortuna, non è molto noto al turismo di massa ma è molto popolare tra la gente del posto, certa che il suo fango abbia proprietà curative.
Il lago appartiene alla Riserva Naturale Opuksky, creata nel 1998.
Fonte: greenme.it
lunedì 22 giugno 2015
sabato 20 giugno 2015
venerdì 19 giugno 2015
Scoperte piramidi sconosciute che farebbero impallidire quelle di Giza ?
Nel mese di agosto del 2012, Angela Micol, un’archeologa amatoriale della Carolina del Nord, dichiarò di aver avvistato due possibili complessi piramidali sconosciuti in Egitto, individuando un ammasso enorme, grande quasi tre volte le dimensioni della Grande Piramide di Giza.
I siti sono stati individuati dalla Micol grazie alle immagini satellitari di Google Earth.
A quanto pare, alcune conferme sarebbero arrivate da una spedizione preliminare inviata alle coordinate della scoperta, la quale ha rilevato l’esistenza di cavità e pozzi.
“Inoltre, è emerso che queste formazioni sono etichettate come ‘piramidi’ su diverse mappe dell’antichità”, ha detto Micol a Discovery News.
“Le immagini parlano da sole”, disse la ricercatrice quando annunciò la sua scoperta lo scorso anno.
“E’ molto chiaro quello che i siti potrebbero contenere, ma la ricerca sul campo è necessaria per verificare quello che sono, cioè piramidi”.
La scoperta della Micol riguarda due potenziali siti che si trovano a circa 90 chilometri l’uno dall’altro. Il primo si trova a soli 12 chilometri dalla città di Abu Sidhum, lungo il Nilo, caratterizzato da quattro tumuli in posizione inusuale.
Il secondo complesso, invece, si trova a circa 100 chilometri a nord dell’Oasi di Fayum e presenta un tumulo tronco di circa 150 metri di larghezza, più tre tumuli più piccoli in allineamento diagonale.
“Dopo aver dato notizia della scoperta, sono stata contattata da una coppia di egiziani che sosteneva di avere importanti riferimenti storici per entrambi i siti”, ha spiegato Micol. Si tratta di Kamal Medhat El-Kady, ex ambasciatore del Sultanato dell’Oman e di sua moglie Haidy Farouk Abdel-Hamid, avvocato ed ex consigliere della presidenza egiziana.
La coppia è conosciuta per essere la migliore collezionista di mappe antiche, vecchi documenti, libri e manoscritti storici e politici rari.
Secondo quanto riferito dalla coppia, le formazioni avvistate dalla Micol nei pressi di Abu Sidhum e nel Fayum sono entrambi segnalati come complessi piramidali in alcune vecchie mappe e documenti.
“Per questo caso soltanto, esistono ben 34 mappe e 12 vecchi documenti che segnalano entrambi i siti”, hanno detto El-Kady e Farouk a Discovery News.
Per quanto riguarda il sito nei pressi del Fayum, la coppia ha citato tre mappe in particolare: una mappa di Robert de Vaugoudy risalente al 1754, una mappa rara elaborata dagli ingegneri di Napoleone Bonaparte, e una mappa e dei documenti appartenuti al Maggiore Brown, sovraintendente all’irrigazione del Basso Egitto alla fine del 1880.
I documenti indicherebbero l’esistenza di due piramidi sepolte che si aggiungerebbero alle già note piramidi di El-Lahun e di Hawara. “Sarebbero le più grandi piramidi conosciute dal genere umano”, dice la coppia.
“Noi non crediamo di esagerare se dicessimo che le due strutture farebbero passare in secondo piano le piramidi di Giza”.
Le fonti documentali antiche indicherebbero che le piramidi nel sito di Fayum sarebbero state volutamente sepolte, in un tentativo di ‘damnatio memorie’, cioè occultarli volutamente alla memoria collettiva.
Ma perchè?
Sebbene il sito di Fayum non sia stato ancora studiato da vicino, una spedizione preliminare ha invece raggiunto quello vicino ad Abu Sidhum, fornendo dati interessati da confrontare con i documenti forniti da El-Kady e Farouk.
“Quei cumuli nascondono sicuramente un antico sito”, dice a Discovery News Mohamed Aly Soliman, archeologo a capo della spedizione.
“Prima di tutto, la terra attorno ai siti è un normale terreno pianeggiante. E’ solo deserto, sabbia e pietre.
I tumuli, invece, sono diversi.
Si trovano cocci di ceramica e conchiglie ovunque”
.
Citando il lavoro di Ioannis Liritzis, professore di archeometria presso l’Università dell’Egeo, Soliman ricorda che le rocce utilizzate per la costruzione delle piramidi contengono fino al 40% di frammenti di conchiglie.
Soliman ritiene che la gente del posto aveva sospettato che le formazioni erano di origine antica.
Infatti, in passato hanno tentano di scavare uno dei tumuli, ma hanno dovuto rinunciare a causa dell’estrema durezza della roccia che, secondo la Micol, potrebbe essere granito.
“Abbiamo utilizzato un metal detector sui tumuli, scoprendo che entrambi i siti presentano una lunga cavità orientata verso nord”, ha detto Soliman. “Ci deve essere del metallo all’interno delle cavità”. Soliman ricorda anche che la maggior parte delle piramidi egizie presenta un tunnel d’ingresso orientato a nord, indizio che rafforza l’ipotesi dei due ricercatori.
E’ possibile che un gruppo di archeologi amatoriali abbia fatto una scoperta che farà impallidire le Piramidi di Giza? Oppure i tumuli non sono altro che formazioni rocciose affioranti naturali?
“Per stabilire se si tratti di qualcosa di naturale o artificiale, bisogna eseguire indagini approfondite sul campo. Non basta individuare una duna di sabbia nel deserto”, spiega l’archeologo Patrick Rohrer a Discovery News.
Per questo motivo, la Micol ha istituito la Fondazione di Archeologia Satellitare, una fondazione senza scopo di lucro, ma destinata alla raccolta di fondi per portare avanti la ricerca.
“A causa dei disordini e delle difficoltà economiche in Egitto, la vita non è facile per gli archeologi”, spiega la Micol.
“Al momento, non abbiamo trovato nessun archeologo egiziano interessato a scoprire qualcosa in più su questi siti”.
“Ora che abbiamo qualche riscontro documentale, il mio obiettivo è quello di andare in Egitto con un team di scienziati e operatori video degli Stati Uniti, con l’obiettivo di convalidare le prove trovate della squadra di spedizione preliminare e di dimostrare che questi siti sono complessi piramidali dimenticati”, conclude Micol.
Fonte: ilnavigatorecurioso.it
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