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venerdì 22 maggio 2015

La storia di Palmira


Oggi visitarla è impossibile, a causa della guerra in corso in Siria e della sua conquista da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Ma a chi vi giungesse, apparirebbe come un miraggio, tra le sabbie del deserto, una distesa di splendide rovine vicino alla moderna città di Tadmor: è Palmira.

 La sua storia è famosa soprattutto per una sua regina, Zenobia: bella, dotta e spregiudicata, per molti aspetti simile a Cleopatra, conquistò l’Egitto e osò sfidare Roma.
 Sotto il suo regno Palmira divenne un luogo di tolleranza, in cui religioni molto diverse tra loro convivevano in pace; un luogo di cultura, dove le arti venivano esercitate liberamente e ai massimi livelli; e un luogo di commerci, dove benessere e ricchezza erano a portata di molti.


G. Tiepolo, La regina Zenobia arringa i suoi soldati, 1720-30, 

 Su Zenobia le notizie storiche scarseggiano e le poche fonti spesso contrastano, per eccesso o difetto di zelo.
 Di certo c’è che era diventata regina nel 267, alla morte di suo marito Settimio Odenato, come reggente del figlio Vaballato. Alcuni dicevano che fosse figlia di un commerciante di Palmira, ma diversi storici moderni sostengono che suo padre fosse Iulius Aurelius Zenobios, un personaggio politico cui i palmireni dedicarono una statua intorno al 240-242, gli anni in cui è probabile sia nata la futura regina. 
Bet-Zabbai, il nome in aramaico di Zenobia, significherebbe tra l’altro “figlia di Zabbai”, un suo antenato.

 Per gli antichi questa donna era una leggenda, ma nessuno ne ha mai descritto l’aspetto: bellezza senza volto, gli autori della Historia Augusta la definirono “straordinariamente avvenente”, casta, carismatica e generosa. 
Possedeva inoltre quelle doti virili richieste a una regina: partecipava infatti alle battaglie, a cavallo o sul carro da guerra, e la sua prestanza le permetteva di percorrere a piedi anche tre o quattro miglia. 
Era inoltre appassionata di caccia e di vino, al punto da riuscire a mantenersi sobria anche quando gli altri avevano ormai ceduto all’ebbrezza.
 Zenobia era colta, dotata in campo politico e poliglotta: conosceva, oltre all’aramaico, la sua lingua madre, anche l’egiziano, il greco e un po’ di latino.
 Esempio di virtù, era amata dai suoi sudditi e manteneva una corte fastosa, frequentata da intellettuali e filosofi.

«È l’immagine retorica e altamente idealizzata di una sovrana di cultura ellenistica-orientale, forte e illuminata», spiega Eugenia Equini Schneider, docente di Archeologia delle province romane all’Università La Sapienza di Roma, nel suo saggio sulla regina. «E le suggestioni che la associano a Cleopatra sono fortissime». Eppure nell’antichità non mancavano le voci discordi: tra gli storiografi a lei ostili, il greco Zosimo, autore della Historía néa, diceva che era superba.
 Lo confermavano gli ebrei, che raccontarono delle sue maniere sprezzanti nei confronti di due rabbini venuti a chiederle la liberazione di un correligionario imprigionato in Galilea. 
Pare che Zenobia avesse troncato la discussione così: “Viene insegnato che il vostro creatore adopera miracoli per coloro che si dedicano al suo servizio”.


In realtà, Zenobia trattava con tolleranza gli ebrei e favoriva l’integrazione e la convivenza di culture e religioni diverse: Palmira era infatti un importante centro carovaniero sul fiume Eufrate, nel deserto siriano. 
La vivace città sorgeva in una vasta e lussureggiante oasi ed era quindi un punto di incontro di mondi diversi: quelli dei mercanti d’Oriente e d’Occidente. 
 La sua posizione l’aveva favorita anche nei rapporti con l’Impero romano, permettendole di conservare una certa autonomia. 
Per i Romani era importante tenersi buona la regina, perché il suo regno faceva da cuscinetto tra le province orientali e l’Impero dei Parti, da sempre ostile a Roma. 
Con i loro movimenti di conquista, i Parti infastidivano anche i palmireni, che si erano visti precludere diverse vie commerciali: forse per questo, più che per fare gli interessi dell’Impero romano, il marito di Zenobia si era dato da fare a metter loro i bastoni fra le ruote. Ma Odenato era ben consapevole delle potenzialità politiche e militari di Palmira e delle difficoltà di Roma a gestire una terra così remota. Tanto più che il suo controllo sulle province orientali e sulla Siria era diventato effettivo una volta ottenuto dall’imperatore Gallieno il titolo di “coreggente di tutto l’Oriente”.
 Se avesse voluto, il re avrebbe potuto tentare ormai il colpaccio: il distacco completo dall’Impero. 
Non si conoscono le sue intenzioni, ma di certo i rapporti di Palmira con i Parti si fecero meno tesi quando, nel 267, il re fu ucciso insieme al figlio di primo letto Septimius Herodianus. 
Sui mandanti dell’omicidio esistono molte ipotesi: alcuni puntano il dito contro Zenobia, altri contro Gallieno.






In ogni caso, a fare quel che Odenato non aveva fatto ci pensò sua moglie.
 La regina voleva rendersi autonoma da Roma e riunire sotto di sé l’Asia Minore e l’Egitto, regioni che nominalmente erano parte dell’Impero romano, ma che in realtà sfuggivano al suo controllo. E cominciò stipulando un accordo con i Parti per garantire la pace alle carovane in transito. 
Gallieno, che sarebbe volentieri partito in quarta contro di lei, fu però fermato dai Goti che avevano invaso la Penisola. 

Agli inizi del 270, quando gran parte del territorio siriano doveva già trovarsi sotto il controllo di Palmira, Zenobia prese l’Arabia (provincia romana corrispondente a un territorio centrato più o meno nell’attuale Giordania). In tale occasione le truppe palmirene massacrarono una guarnigione romana, arruolando poi i superstiti tra le proprie file.


La conquista dell’Arabia era un passaggio obbligato per la successiva fase: la presa dell’Egitto. 
«Inizialmente Zenobia e Vaballato non contrastarono apertamente il potere di Roma: si affiancarono invece al partito filoromano di Alessandria, per legittimare formalmente il controllo palmireno sull’Egitto. 
Si proposero come baluardo della legalità dell’impero facendo apparire Aureliano come un usurpatore», scrive Equini.
 Aureliano, che era diventato imperatore nel 270, aveva riconosciuto a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e di imperator dux Romanorum: ma Zenobia osò troppo proclamando suo figlio Augusto. 
 Questo segnò la rottura con Roma. 
Risolti i problemi che aveva in Italia, all’inizio del 272 l’imperatore decise di ristabilire il controllo in Oriente. 
La riconquista della Siria e dell’Egitto fu rapida: alla fine dell’estate del 272 Palmira si era arresa. 
Zenobia, che aveva tentato la fuga verso l’Impero dei Parti con suo figlio, fu catturata e condotta a Roma. 
  Anche sulla sua fine esistono più versioni. La maggior parte degli storici antichi concorda sul fatto che Vaballato morì durante il viaggio, mentre lei fu costretta a sfilare in catene d’oro per le strade dell’Urbe nel 274, come preda di guerra nel trionfo dell’imperatore. Alcuni dicono che l’imperatore “la unì onorevolmente a un membro della classe senatoria”, altri che le concesse una villa a Tivoli, dove visse da regina fino alla fine dei suoi giorni. 
Secondo un’altra versione, la donna si lasciò morire di fame ancor prima di arrivare a Roma, sopraffatta dal dolore.
 In ogni caso aveva perso tutto, tranne la fama di regina che osò ribellarsi all’impero.
 Dopo la resa ad Aureliano, i palmireni non subirono ripercussioni, ma la città fu saccheggiata in seguito a una nuova ribellione e le sue mura furono abbattute. 
Abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane. 

Dopo la conquista araba, avvenuta nel 634, Palmira andò progressivamente in rovina, finché nel 1678 qualcuno cominciò a interessarsi di nuovo a lei. 
Alcuni mercanti inglesi, infatti, decisero di tentare di scoprire la collocazione delle splendide rovine nel deserto descritte da diversi racconti arabi. 
La prima spedizione fallì, ma la seconda, nel 1691, fu un successo, anche se ci vollero altri sessant’anni perché una comitiva di disegnatori, guidata da due inglesi, visitasse le rovine.

 Nel 1753, venne pubblicato un blocchetto di schizzi, Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che attirò l’attenzione degli studiosi. E, verso la fine del XIX secolo, il sito cominciò a essere studiato in modo scientifico: prima vennero copiate e decifrate le iscrizioni, poi cominciarono gli scavi archeologici, oggi interrotti dal conflitto.


Tratto e adattato da Focus Storia 86. Testi a cura di Maria Leonarda Leone.

Il camaleonte umano


 Che cosa si nasconde dietro a questo camaleonte? Scopriamolo !

 

Il leone del circo che tocca l'erba per la prima volta dopo 13 anni


Ha trascorso gli ultimi 13 anni della sua vita in un circo brasiliano. 

Will il leone ha vissuto per anni e anni in un'angusta, fredda e vuota gabbia. 
Per fortuna, dopo oltre un decennio di sofferenza, è stato salvato dal santuario Rancho do Gnomos, che si occupa di dare una nuova vita agli animali domestici, selvatici e esotici abusati o trascurati. La maggior parte degli animali del santuario proviene dalla cattività e viene aiutato dal personale ad adattarsi alla nuova libertà.

 In un video emozionante, questo splendido leone è immortalato mentre tocca per la prima volta l'erba. 
Sembra capire che non dovrà mai più soffrire in una piccola gabbia di nuovo. 

"Will è nato in cattività (il circo), è già un leone di mezza età e ha subito diverse conseguenze dovute ai maltrattamenti, interne, esterne e psicologiche (gli animali arrivano con artigli e denti seghettati e strappati). 
Anche se fossimo in grado di offrirgli un ambiente da riserva africana (dal momento che è un animale esotico appartenente alla fauna africana), Will non sarebbe più in grado di vivere in libertà e dipenderebbe da cure veterinarie e dall'alimentazione umana", spiegano i volontari nei commenti del video, diventato virale con migliaia di visualizzazioni.

 

D'ora in poi Will avrà una vita tranquilla e dignitosa.
 Non parteciperà mai più agli spettacoli che lo hanno ridicolizzato in passato. Al loro posto potrà vedere l'erba ogni giorno. 

La sua schiavitù è finalmente finita. 

 Roberta Ragni

La spiaggia “nascosta” di Marieta Islands in Messico


Siamo nell’arcipelago delle Isole Marieta, un gruppo di piccole isole inabitate ad ovest di Puerto Vallarta, in Messico.
 Qui c’è un posto che sembra un paradiso in terra, andando ben oltre l’immaginazione: si tratta della spiaggia “invisibile”, formatasi all’interno di un antico cratere vulcanico… una spiaggia bianchissima, accessibile solo tramite un piccolo tunnel che la collega all’Oceano Pacifico; per questo è stata soprannominata Hidden Beach o Playa del Amor.

Mentre l’arcipelago è nato da un’eruzione vulcanica avvenuta nel periodo Cretaceo e le formazioni rocciose, con le loro superfici ruvide fanno da rifugio alla meravigliosa fauna locale, si dice che la Playa del Amor sia il risultato dell’attività umana: il governo messicano, infatti, ha utilizzato l’ isola come poligono di test per le bombe nella prima Guerra Mondiale che, in questo caso, non hanno provocato devastazioni, né lasciato un sito storico, dando vita al posto meraviglioso che vediamo oggi.


Dopo anni di ricerca scientifica e di sforzo intenso per proteggere legalmente l’arcipelago, nel 1960 lo scienziato Jacques Cousteau guidò una protesta contro le attività umane che stavano devastando le isole, dichiarate Parque Nacional Islas Marietas solo nel 2005 ed ora le uniche attività autorizzate sono il nuoto e la canoa, per evitare di turbare gli animali e le piante che dopo decenni sono tornati a prosperare su queste isole.

 La Playa Escondita (Hidden beach) o Playa de Amor (Spiaggia dell’amore) è, ovviamente, nascosta.
 Non si vede dall’esterno e l’unico modo per raggiungerla è attraversare un tunnel di 80 metri collegato con l’Oceano Pacifico.
 I visitatori devono nuotare per raggiungere questa spiaggia segreta ma, dato che il livello dell’acqua è basso e la meta spettacolare, gli sforzi, seppur lievi, sono subito ricompensati.






Fonte:meteoweb.eu

giovedì 21 maggio 2015

Glaucus atlanticus: il “drago blu” scoperto dal capitano Cook.


Si dice che i disegnatori dei cartoon si siano ispirati ad animali realmente esistenti e tra la vasta gamma di creature curiose che Madre Natura ci offre, ne troviamo una che sembra uscita da un manga giapponese: il “drago blu”, il cui nome scientifico è Glaucus atlanticus; un mollusco appartenente alla famiglia dei Gasteropodi, in particolare dei Nudibranchi.
 Si tratta di un predatore pelagico, che si nutre di caravella portoghese (Physalis physalis), barchetta di San Pietro (Velella velella), bottone blu (Porpita porpita) e lumaca viola (Janthina janthina), dedicandosi a volte al cannibalismo.


Il Glaucus, vive galleggiando, sorretto da una bolla d’aria, a testa in giù, spinto dalle correnti marine, popolando le acque delle zone temperate e tropicali (lo possiamo trovare nell’Est e nel Sud Africa, ma anche nelle acque europee, a Est dell’Australia e in Mozambico), ha la superficie corporea (che in realtà è quella ventrale) blu o bianca-blu, mentre la superficie opposta è grigio-argento. 
La sua colorazione è un tipico esempio di controilluminazione; una particolare tipologia di camuffamento, tramite la quale l’animale produce luce per eguagliare uno sfondo illuminato, come la superficie dell’oceano o il cielo.

Questo simpatico esserino, che non supera i 2-3 cm di lunghezza, è ermafrodita: al termine dell’accoppiamento entrambi gli individui producono “nastri “ di uova ed è dotato di tentacoli che prendono il nome di cerata, con funzioni di sostegno, respirazione, difesa e digestione; raggruppati in coppie, dello stesso colore del corpo.

 Il Glaucus atlanticus riesce a nutrirsi di caravella portoghese senza morire, rimanendo immune alle nematocisti velenose: seleziona e immagazzina quelle velenose della sua preda, per poi farle proprie, raccogliendo il veleno in cnidosacchi posti sulle punte dei suoi cerata e, avendo la capacità di concentrare il veleno, lo rielabora in forma ancora più potente di quello della caravella.

 La specie è stata scoperta durante il secondo viaggio del capitano Cook nel Pacifico, al comando dell’HMS Resolution. 
L’animale è stato descritto in una pubblicazione datata 1777 dagli scienziati Johann Reinhold Forster e da suo figlio, Johann Georg Adam Forster, presenti a bordo della nave; mentre l’illustratore ed artista scozzese di storia naturale Sydney Parkinson, ha disegnato gli esemplati raccolti.


La specie ricorda da vicino l’altra unica specie della famiglia, il Glaucus marginatus. 
Entrambi, infatti, galleggiano capovolti sulla superficie dell’acqua in modo che i colori blu sono, in realtà, quelli della superficie ventrale, solo che il Glaucus marginatus ha più cerata, mentre il Glaucus atlanticus ha la coda più lunga ed è più grande (il Glaucus marginatus, infatti, raggiunge solo i 17 mm di lunghezza).

 Il drago blu, così strano da far invidia ai Pokemon, rielabora il veleno raccolto dalle sue prede come difesa personale e, nonostante le sue ridotte dimensioni, è uno dei pochi esseri viventi privi di predatori, forse anche grazie alla colorazione della sua pelle.


Fonte: meteoweb.eu

L'incredibile Silfio, la "pillola" dell'antichità


I Romani conoscevano diverse erbe e le loro proprietà terapeutiche e culinarie. 
Tra queste il cumino, utilizzato per i disturbi della digestione e il meteorismo, la tosse e le coliche; il timo, considerato vermifugo e antisettico; i capperi, ai quali si riconoscevano, proprietà diuretiche e depurative come l'ortica, che era anche cardiotonica, antianemica, antireumatica, antidiarroica. 
L'anice era utilizzato per digerire, il porro contro i calcoli renali e vescicali.
 La menta era inserita nel panis militaris a lunga conservazione, destinato ai legionari, poiché aveva proprietà toniche, antisettiche, antispasmodiche.
 La salvia, chiamata salvatrix, era utilizzata per diversi disturbi e per usi sia interni che esterni. 

La regina, però, delle erbe era, secondo i Romani, il silfio (in greco silphion, o laserpizio, come la chiamavano i Romani.
 Questa pianta cresceva a sud di Cirene e determinò la fortuna di questa città che sull'esportazione del laserpizio basò la sua economia. 
Tant'è vero che la città aveva impresso, sulle proprie monete, l'immagine della preziosa pianta. 
Cirene fu fondata dai Greci di Thera (oggi Santorini) nel 630 a.C. circa, sulla costa della cirenaica.
 I prodigiosi effetti del silfio furono scoperti dai Cirenaici circa sette anni dopo la fondazione della città.


Del silfio/laserpizio si usava il succo, un lattice resinoso detto laser, dal sapore vagamente simile all'aglio. 
Questo lattice si solidificava al contatto con l'aria, assumendo un aspetto ceroso.

 Il silfio non poteva essere coltivato, si trovava solo allo stato selvaggio. 
I pastori la utilizzavano come cibo per pecore e mucche, nella convinzione che facesse bene agli animali e questo, unitamente allo sfruttamento indiscriminato per le sue proprietà, fece sì che il silfio cominciasse presto a scarseggiare e poi sparire. 

Il silfio, al tempo di Augusto, era oramai una rarità e per questo era pagato a peso d'oro. Nel 93 d.C., però, secondo Plinio il Vecchio, ne erano state importate 30 libbre a spese dello stato e quest'acquisto venne ricordato per oltre un secolo e mezzo, tanto la pianta era considerata preziosa. 
Sempre al tempo di Plinio un esemplare della pianta fu considerato così eccezionale da farne un omaggio personale a Nerone e ancora nel V secolo d.C. il filosofo cristiano Sinesio, originario di Cirene, ringraziava il fratello per avergli donato una certa quantità di silfio. 

Una volta che il silfio di Cirene scomparve, si cercò un suo sostituto.
 Questo venne trovato in Medio Oriente, nel regno partico, che si estendeva dalla Persia all'Afghanistan. 
Questo silfio, però, era di qualità inferiore a quello di Cirene. Venne chiamato laser Parthicus o Siriacus ed aveva un odore piuttosto penetrante.
Ben presto il nuovo silfio prese il posto del pregiatissimo laser di Cirene.
 Ancora oggi il silfio è una pianta piuttosto diffusa in certe regioni dell'India meridionale con il nome di Assafetida.


Ippocrate utilizzava il succo del silfio per la cura di diverse malattie. 
Del silfio ne parlano Catone il Vecchio, Strabone e Columella. Nell'antica Roma il silfio era utilizzato in dosi minime ed era molto apprezzato come condimento.
 Apicio, noto esperto di cucina dell'Urbe, consigliava di metterne l'equivalente di 30 grammi in un vaso pieno di pinoli e di prendere ogni volta una trentina di questi per pestarli nel mortaio con altri ingredienti.

 Gli usi più apprezzati del silfio erano quelli medicamentosi: un vero e proprio toccasana per uomini e animali. 
Secondo Plinio faceva addormentare le pecore, starnutire le capre e scoppiare i serpenti. 
Per gli uomini era utilizzato durante i periodi di convalescenza e in quelli di depressione, nelle digestioni difficili e nei disturbi di circolazione. Ma veniva anche applicato su ferite e piaghe ed era considerato un antidoto contro il veleno degli scorpioni e dei serpenti.
 Curava il mal di gola, l'asma, l'epilessia e l'itterizia.
 I Romani producevano anche gocce oculari a base di silfio, come scrive Aulo Cornelio Celso, medico romano vissuto tra il 14 a.C. e il 37 d.C.
 Dai fiori del silfio si ricavava il profumo e la pianta era conosciuta anche come contraccettivo e come mezzo per procurare l'aborto.


La coppa di di Arkesilas, risalente al 560 a.C., mostra una scena che si svolge davanti ad Arkesilas (Argesilao), re di Cirene: una grande stadera e tre personaggi intenti a pesare dei sacchi. L'operazione raffigura la pesatura e la vendita di quantità di silfio. Il re presiedeva a questa operazione proprio a causa della preziosità dei tuberi commerciati e dell'importanza che questo commercio aveva per la città di Cirene. 
Teofrasto di Lesbo (370-287 a.C.), nella sua "Storia delle piante", descrive il silfio simile al finocchio gigante e parla delle modalità di raccolta della pianta. Gli arabi chiamavano il silfio asa, da cui il termine asafetida, utilizzato di recente per identificare questa pianta.

mercoledì 20 maggio 2015

Todd è una volpe, ma crede di essere un cane.


Adottato a soli 4 mesi di vita, il cucciolo è stato curato e trattato come un animale domestico dalla sua padrona Emma D'Sylva che vive in Inghilterra, nello Staffordshire. 
Oggi Todd ha 11 mesi, è allegro e giocherellone, si fa coccolare e quando la padrona gli porta da mangiare scodinzola proprio come un cane.
 Come se non bastasse Emma lo porta molto spesso a fare delle passeggiate nel bosco con il guinzaglio, una misura precauzionale necessaria perché Todd e sordo e inoltre, essendo stato allevato in cattività, non se la caverebbe mai da solo.


Anche se non disdegna di entrare in casa, Todd ama l'aria aperta e dorme in un piccolo rifugio in giardino con gli altri cani di Emma, con i quali sembra andare d'amore e d'accordo.
 Emma ha una vera passione per gli animali, ed è arrivata a possederne 40.
 Ne porta alcuni anche nelle scuole e nelle case di cura per gli anziani, in modo da permettere anche a chi non può avere un animale domestico tutto suo di avere qualche minuto di interazione e gioco.


Com'è andata con Todd alla sua prima visita scolastica? benissimo, ovviamente.
 I bambini hanno apprezzato moltissimo la sua presenza e non si sono fatti sfuggire l'occasione di accarezzarlo. 

 Fonte: nonsolocuccioli.it

Egitto: ritrovato un tempio di cui si era persa la memoria


Dopo secoli di oblio un tempio di almeno 3500 anni fa ha rivisto la luce a Gebel el Silsila, la più grande cava di pietra dell'antico Egitto, a nord di Assuan. 

Annunciato pubblicamente nei giorni scorsi, il ritrovamento è stato effettuato dal team degli archeologi Maria Nilsson e John Ward della svedese Lund University, a capo del Gebel el Silsila Survey Project. 

Non si tratta di una scoperta del tutto nuova: il tempio è infatti stato dimenticato per quasi un secolo.
 I resti della costruzione erano stati individuati in un momento imprecisato fra il 1906 e il 1925, e riportati nel 1934 su una mappa grossolana tracciata dall'egittologo tedesco Ludwig Borchardt, che attribuiva i ruderi alla XIX e XX dinastia. 
Da lì in avanti è caduto il silenzio, ma proprio analizzando quella mappa e confrontandola con una nuova mappa di Peter Lacovara, della Emory University, Nilsson e Ward sono stati in grado di individuare la posizione del santuario, che hanno cominciato a esplorare e analizzare nel 2012. 

 Gebel (el) Silsila, in antichità nota come Kheny o Khenu, è una gola rocciosa scavata dal Nilo fra i villaggi di Kom Ombo ed Edfu (in Alto Egitto, la zona meridionale del Paese). 
Dalle pareti della gola venivano estratte ingenti quantità di arenaria, tanto che gran parte parte degli edifici sacri più importanti dell'Antico Egitto furono costruiti utilizzando pietre provenienti da qui. 
 Il ritrovamento del tempio dimostra che il sito aveva un valore religioso già in epoche remote; non è stato possibile stabilire con certezza a quale divinità fosse intitolato, ma si trattava probabilmente di Sobek, il dio con la testa di coccodrillo che sovrintendeva alle acque e alle inondazioni del fiume.


Le fondamenta della struttura misurano 35 metri di lunghezza e 18 metri di larghezza; sono stati individuati quattro livelli di pavimento levigato, basi di colonne, mura interne ed esterne.
 Due frammenti in arenaria dipinti con immagini del cielo fanno supporre che il tempio fosse ricoperto da una volta stellata.
 La parte più antica è costruita con blocchi di calcare, un fatto insolito considerando che Kheny era una cava di arenaria, e risale probabilmente al momento in cui l'edilizia egizia passò definitivamente da un materiale all'altro.


Gli scavi hanno portato alla luce anche pezzi di muratura e frammenti di calcare decorati, perline, cocci di vaso e ceramiche smaltate e uno scarabeo in origine dipinto di blu.
 I resti del tempio e i reperti certificano con precisione quattro periodi storici lungo un arco di quindici secoli: il primo e più antico, quello dei faraoni della XVIII dinastia Thutmose e Hatshepsut (tra il 1500 e il 1450 a.C. circa), due fasi successive (quelle dei faraoni Amenhotep III e di Ramses II) e infine l'epoca romana.

 Fonte: www.focus.it
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