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venerdì 15 maggio 2015

I giardini di Villa Taranto: uno dei giardini botanici più belli al mondo


A Verbania, tra Intra e Pallanza, si trovano i famosi giardini di Villa Taranto, conosciuti in tutto il mondo per la loro bellezza, per la ricchezza di specie floreali, per i meravigliosi giochi cromatici e per gli inebrianti profumi che regalano ai visitatori, dando vita a surreali scenografie floreali.

 Era il 1931 quando il capitano scozzese Neil Mc Eacharn decise di acquistare la proprietà dove oggi sorgono i giardini di Villa Taranto, affacciati sul Lago Maggiore.
 L’obiettivo, sin da allora, era quello di trasformarla in un esemplare giardino all’inglese, per ricordagli la terra natale.


Servirono 9 anni di lavoro perché questo parco potesse aprire. Oggi, a distanza di 75 anni, è più bello che mai, un’eccellenza italiana in fatto di botanica e bellezza. 
Tra statue, fontane, specchi d’acqua, terrazzi e cascate, i giardini di Villa Taranto vantano migliaia di specie di piante e fiori provenienti da ogni luogo, distribuite armoniosamente sopra un’area di circa 16 ettari, attraversata da 7 km di viali.
 In questo tempio sacro della natura, autentico Eden terrestre, ci si perde nel profumo di eucalipti, azalee, rododendri, magnolie, camelie, tulipani, eriche, ortensie, astri nani, numerose piante tropicali (es. Victoria cruziana) ed esemplari rari come la Dicksonia antartica e la Davidia involucrata.


Qui tutta la natura è distribuita in piccoli luoghi da visitare uno per uno, partendo dalla Fontana dei Putti, così chiamata per le sculture che l’adornano, contornata da fiori e dalle gigantesche foglie della Colocasia antiquorum; proseguendo per il Labirinto delle Dahlie, un lungo viale serpeggiante nel quale, da giugno ad ottobre, si possono ammirare oltre 300 varietà di dalie. 
Stupende le serre, che conservano la regina delle piante acquatiche, l’enorme ninfea equatoriale, sino all’angolo della Cornus Florida Rubra e Davidia Involucrata che offre uno spettacolo probabilmente unico in Europa
.







Fonte: meteoweb.eu

La città proibita e i cinque elementi


Se la tradizione occidentale, secondo gli insegnamenti di Aristotele ed Empedocle, enumera quattro elementi: Aria, Acqua, Terra e Fuoco, la teoria degli elementi cinese ne enumera cinque: Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua. 

 In superficie le cose nel mondo possono apparire complesse e disordinate, senza nessuna relazione tra di loro. I cinesi però hanno sempre creduto che tutto sia in connessione e determinato da un ordine e da delle leggi. 
 Forse molti non sanno che questa teoria va di gran lunga oltre a questo. 
Infatti, con la teoria dei cinque elementi, gli antichi cinesi spiegavano ciascuna relazione tra Cielo, Terra e persone. 
Per esempio, i cinque elementi corrispondono alle direzioni, alle stagioni, agli organi sensoriali e agli organi interni dell’essere umano, alle emozioni, ai colori e ai gusti. 

 L’essenza della teoria è che tutto esiste nella mutua generazione e mutua inibizione.
 Da questo si possono comprendere le ragioni dietro cose come la crescita e la morte o il ciclo delle stagioni. 
Anche l’essere umano è parte integrante della natura e non avrebbe senso, per l’uomo, non tenere conto della natura circostante, giacché tutto il Creato segue un certo ordine. 

Nell’antica Cina si diceva che l’uomo non può tirarsi fuori dall’unità di cielo-terra-persone o dalle leggi naturali del mutuo sviluppo e restrizione. 
 Con il rispetto verso queste leggi, gli antichi cinesi progettavano le proprie costruzioni, soprattutto quelle di grandi dimensioni come il palazzo imperiale, secondo la teoria dei cinque elementi. 

L’elemento del legno corrisponde alla direzione di est, la stagione della primavera e il colore verde. È associato con la crescita e il risveglio, quindi rappresenta la crescita moderata o il sorgere del sole a est. 
Il colore verde rappresenta la vitalità e la crescita, quindi i palazzi nella parte est nella Città Proibita, quando fu costruita nella dinastia Ming, utilizzavano tegole di colore verde. Inoltre, essendo collegata alla primavera, il colore verde era appropriato per i vigorosi adolescenti in crescita.
 Questi risiedevano nel Palazzo dell’Est con le tegole di color verde.


Il fuoco corrisponde alla direzione del sud, la stagione estiva e il colore rosso. 
Viene associato a un elevato bagliore e alla prosperità, simile al sole in cielo a mezzogiorno. 
Il colore rosso è legato alla prosperità e connota giustizia e rettitudine. Quindi i muri e le colonne dei palazzi erano tinteggiati di rosso.


Il metallo è l’elemento che corrisponde alla direzione dell’ovest, la stagione autunnale e il colore bianco. 
È correlato con la freddezza, il termine e la scadenza, simile al sole che tramonta a ovest.

 L’elemento dell’acqua è associato con la direzione del nord, alla stagione dell’inverno e al colore nero. 
Rappresentata lo scorrere verso il basso, il clima freddo e gelido e le lunghe notti al nord. Infatti, la Porta Tianyimen del Giardino Imperiale, si trova a nord dell’asse centrale della Città Proibita. I suoi muri sono tinteggiati di nero per essere in armonia con la sua posizione geografica e l’elemento dell’acqua.


Un altro significato viene interpretato dalla Biblioteca Imperiale di Wenyuan Ge, che preserva numerose collezioni di libri di grande valore e che ha il tetto di colore nero.
 Il motivo è che il nero corrisponde all’acqua che a sua volta è associata all’inverno, stagione in cui c’è la conservazione e il deposito.
 L’elemento della terra ha un collegamento con la direzione centrale, la mezza stagione estiva e il colore giallo. Viene associata con la fertilità e il moderato grado di maturità. 
Il centro simboleggia il potere supremo che sorveglia tutte le direzioni, perciò il giallo era il colore riservato esclusivamente agli imperatori. Infatti i tetti dei palazzi dell’imperatore erano formati da tegole gialle e all’interno dei palazzi il giallo o l’oro erano sempre i colori predominanti.


Nell’antica Cina, gli unici colori usati nel palazzo reale erano il verde, il giallo e il rosso che corrispondono rispettivamente alla crescita, alla prosperità e alla fertilità.
 Le tegole di color giallo vennero rimpiazzate da quelle verdi durante il periodo Jiajing (1522-1566 d.C.) durante la dinastia Ming. 
Questo perché vollero mostrare come lo stato onorevole del regno imperiale si estendesse in tutte le direzioni, significando potere e prestigio.

 Fonte: http://epochtimes.it

mercoledì 13 maggio 2015

Scrub per il corpo con sale e olio fai da te per una pelle morbida e liscia


Sale e olio per una pelle di seta?
 Ebbene si! Per avere una pelle davvero da favola non serve spendere cifre astronomiche, baserà semplicemente recarsi in cucina e prendere due ingredienti che di certo non mancheranno nella vostra dispensa: olio e sale. 
Per realizzare questo efficace scrub vi serviranno solo ingredienti naturali, ovvero mezzo bicchiere di sale fino, e un quarto di bicchiere di olio. 
In un contenitore, mettete il sale ed aggiungetevi poi l’olio, mescolando per bene e velocemente il tutto, finché non avrete ottenuto un composto “pastoso”.

A questo punto, dopo aver sciacquato la pelle sotto la doccia, potrete procedere con il vostro scrub. 
Prendetene una manciata e applicatelo sulla pelle bagnata, sfregando con movimenti circolari. Prestate naturalmente attenzione alle zone più delicate, dove dovrete massaggiare con movimenti più leggeri.
 Dopo aver massaggiato il corpo con il vostro scrub casalingo, non vi rimane che sciacquare la pelle ed usare quindi un bagno schiuma per eliminare l’effetto “unto” dato dall’olio. 

Questo scrub potrà essere eseguito una volta a settimana, e vedrete che in breve tempo la vostra pelle sarà davvero liscissima! 

 Per finire, per chi ha una pelle particolarmente grassa, ecco la ricetta per uno scrub efficace ed ancor più adatto alle vostre esigenze. 
Per realizzarlo vi occorreranno del sale, del rosmarino e del limone. Prendete il sale e mescolatelo con il rosmarino tritato. Quindi, aggiungete il succo di limone finché non avrete ottenuto una cremina che massaggerete sulla pelle! 

Non vi rimane che mettervi all’opera e realizzare i vostri scrub fai da te ed economici ed efficaci! 

 Fonte: beautynews.blogosfere.it

Le origini della fiera


La fiera, dal Medioevo a oggi, è un incontro a cadenza regolare in cui gli operatori economici hanno l’occasione di incontrarsi e conoscersi. Per esibire e scambiare prodotti, soprattutto, ma anche per conoscere nuovi mercati e Paesi, per scambiare cultura e idee. Nell’Europa del X secolo, la fiera è stata al contempo sintomo e motore di una trasformazione economica nella quale merci, moneta e credito iniziavano a intessere un forte legame, con importanti ricadute sulla società.


In una fiera medievale accadeva di tutto, anche perché il pubblico era dei più vari. 
Le fiere, spiega Elisa Occhipinti, docente di Storia Medievale dell’Università degli Studi di Milano, «si affermarono con l’appoggio della Chiesa e avevano luogo originariamente nei pressi della cattedrale, poi fuori le mura». 
All’interno della fiera si assisteva a spettacoli e gare e l’affluenza era favorita anche dal fatto che spesso erano organizzate in occasione di feste religiose.
 «Spesso - prosegue la storica - si concedevano esenzioni dai pedaggi relativi al trasporto delle merci, la liberazione degli arrestati per debito e si autorizzava lo svolgimento di giochi altrove proibiti.»


Gli scambi su ampia scala fecero affluire moneta anche in zone periferiche e introdussero il concetto di credito con i suoi strumenti. In città cominciarono ad affluire merci estranee all’ambito urbano e le collettività che ospitavano le fiere (spesso proprio le città) godettero di un generale incremento del reddito e di alcuni privilegi. 
Lo Stato assoluto, infatti, aveva tutto l'interesse nel favorire lo svolgersi di questi appuntamenti stagionali (per esempio con l'esenzione dai dazi), perché attraverso l'aumento della ricchezza dei sudditi e l'unificazione territoriale il mercato consolidava il potere del sovrano


Il commercio e la Chiesa durante la fiera andavano a braccetto, tanto che i mercanti, molto mal visti nell'Alto Medioevo, iniziarono ad essere accettati «e spesso ospitati anche in luoghi precedentemente riservati ai pellegrini», racconta Occhipinti.
 Non solo, «durante le fiere erano spesso reperibili reliquie di santi, per lo più provenienti dall’area mediorientale, portate da ecclesiastici e in particolare da monaci», aggiunge la storica. 

 Tra il 1200 e il 1300 secolo le fiere più importanti furono quelle di Champagne e delle Fiandre meridionali.
 Erano quelli che oggi chiameremmo eventi internazionali: attiravano mercanti da tutta Europa, in particolare italiani e provenzali. 
Alberto Grohman, docente di Storia economica all’Università di Perugia, spiega che all’epoca «tutto il variegato mondo del commercio europeo s’incontrava in questi raduni, che sono stati definiti la “casa di cambio dell’intera Europa”» ("cambi" sono le attività bancarie, per esempio relative alle lettere di credito).

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 Nel 1400 questi due fulcri fieristici furono soppiantati da Ginevra e Lione, mentre un salto epocale, secondo lo storico, si è verificato «dopo la scoperta delle Americhe e l'importazione in Europa dei metalli preziosi dal nuovo continente, che portarono alla ribalta per circa un secolo le fiere spagnole di Medina del Campo e di Medina di Rio Seco, specializzate nel commercio di monete e di cambi». 

Nel 1600 fu Lipsia a ospitare le fiere più importanti, tanto che «per contenere i suoi commerci per ben tre volte dovette ampliare la sua cerchia muraria», afferma Grohman. 
Ma dal 1800 la fiera perse gradualmente la sua importanza. Il declino della fiera a livello internazionale ha contribuito all’affermarsi delle esposizioni universali, ci ha spiegato Grohman: «il sistema industriale rese molto più utile che in passato l'esposizione di novità produttive, di nuovi macchinari, di campioni di beni ottenibili grazie al modo di produzione industriale». 
In continuità con la fiera tradizionale, anche Expo è uno spazio dove gli operatori economici possono sondare il terreno del mercato esponendo i loro nuovi prodotti.
 Dalla sua prima volta, nel 1851 l'Expo è stata lo specchio dei suoi tempi e ha riflettuto da un lato le necessità commerciali e dall'altro i progressi tecnologici e scientifici delle varie epoche.


 Secondo Grohman l’esposizione universale consente ancora agli operatori economici di farsi un’idea dei bisogni del mercato, «comprendere fino a qual punto un prodotto può avere un mercato di larga scala e mettere a confronto prodotti ed economie molto distanti tra loro».
 Siamo lontani, però, dalle grandi esposizioni del 1800: «la diffusa informatizzazione e la velocità derivante dei collegamenti sta facendo calare la funzione e lo scopo delle grandi esposizioni universali, che spesso si sono settorializzate», conclude Grohman. Può darsi però che grandi temi come "Nutrire il pianeta - Energia per la vita" possano fare da calamita per nuove idee, e rivitalizzare il concetto di esposizione universale: vedremo se Expo Milano 2015 sarà stata capace di raccogliere l'eredità della fiera medievale.

 Fonte: focus.it

martedì 12 maggio 2015

Siamo tutti pecore: l’effetto gregge esiste davvero


I pedoni in gruppo e le folle si comportano proprio come un gregge di pecore. 
Quando non sanno dove andare, in situazioni di confusione, tendono a seguire le persone davanti a loro, in particolare se sembrano sapere dove andare. 

Si tratta di una scoperta, a cui ha partecipato l'Istituto per le applicazioni del calcolo del Consiglio nazionale delle ricerche (Iac-Cnr) di Roma, apparsa su arXiv. 
 L'esperimento si è svolto nel Dipartimento di matematica della Sapienza Università di Roma.
 A due gruppi di circa 40 persone è stato chiesto di raggiungere, a partire da un'aula, un determinato luogo, sconosciuto a tutti tranne che a una persona nel primo gruppo e a cinque nel secondo (che non si sono svelate fino alla fine dell'esperimento).
 "Uscendo dalla classe", spiega il ricercatore Emiliano Cristiani dell'Iac-Cnr "i soggetti hanno mostrato una lieve tendenza ad andare a destra, verso la parte del Dipartimento a loro più familiare, presto superata dal desiderio di raggiungere e seguire i compagni che si trovavano di fronte a loro.
 Questo comportamento ha permesso alle persone informate di 'trascinare' gli altri, portandoli a destinazione lungo il percorso più veloce". 

Si tratta del primo esperimento di questo genere effettuato con pedoni in un ambito di ricerca.
 Gli studiosi hanno verificato che le persone non sembrano a loro agio con istruzioni calate dall'alto, ma diventano docili quando viene fatto loro credere di scegliere autonomamente.

 "Nuovi modelli matematici e metodi di ottimizzazione sono stati usati in combinazione per trovare la strategia dei 'leader nascosti' e portare tutti a destinazione evitando attese e congestioni.
 La migliore consiste nello spezzare la folla per indirizzarla verso tutte le uscite disponibili, anche le più lontane e meno conosciute. Nel caso di una sola uscita, invece per garantire un deflusso ottimale è paradossalmente preferibile ingannare alcune persone conducendole lontano da essa, per poi riportarle successivamente nella giusta direzione".


Questo comportamento potrebbe essere sfruttato per 'orientare' i movimenti di una folla in situazioni di emergenza, magari mescolando ad essa soggetti che sappiano precisamente come comportarsi. 
Una ricerca che potrebbe tornare utile, per esempio, per gestire al meglio i flussi di pellegrini del prossimo Giubileo straordinario annunciato da Papa Francesco.
 Le tecniche di controllo di grandi folle studiate in questa ricerca, infatti, trovano una naturale applicazione nei casi in cui la situazione di pericolo è prevedibile, ma la comunicazione tra autorità e folla è difficoltosa, come per esempio durante una manifestazione violenta.
 In questi casi agenti in borghese nascosti nella folla potrebbero correre in direzioni concordate per attivare l'effetto gregge. 

"Abbiamo voluto testare sul campo la correttezza delle previsioni dei modelli matematici per il controllo delle folle che sfruttano il cosiddetto "effetto gregge'' - conclude il ricercatore. Si tratta di un comportamento che si manifesta in animali sociali, come oche, scarafaggi e, naturalmente, pecore, che porta a muoversi seguendo i compagni vicini, indipendentemente dalla loro destinazione.
 In matematica, un gregge è un esempio di sistema auto-organizzante, un gruppo composto da un numero elevato di 'agenti' che seguono regole semplici e in cui le dinamiche individuali sono influenzate da quelle degli agenti più prossimi.
 Nonostante si tratti di atteggiamenti solitamente associati ad animali, studi del genere sono utili per indirizzare al meglio anche grandi folle di esseri umani in situazioni delicate come nei piani strategici di evacuazione". 

 Da: greenme.it

Storia, cultura e bellezze mozzafiato dell’isola greca di Zante, la “Zacinto” di Ugo Foscolo


“Né più mai toccherò le sacre sponde
 ove il mio corpo fanciulletto giacque, 
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
 del greco mar da cui vergine nacque”. 


 Tutti l’abbiamo sicuramente sentita a scuola almeno una volta; questa è infatti la prima quartina del sonetto di Ugo Foscolo “A Zacinto”, dedicato alla isola greca nella quale nacque il celebre poeta. 
Ma dove si trova effettivamente la Zacinto cantata da Foscolo? E cos’è essa oggi? 
Essa è un’isola greca di 406 km² della costa ionica che oggi in italiano viene chiamata Zante, anche se Foscolo non si sbagliava decisamente a chiamarla Zacinto, dal momento che il suo nome greco è Zákinthos.


Essa affonda le proprie radici nel mito: abbiamo infatti una sua prima menzione da parte di Omero nell’Iliade, che spiega tale nome per il suo primo colonizzatore Zakynthos figlio di Dardano, un arcade venuto dalla città di Psofi (da cui prende il nome l’acropoli cittadina), intorno al XVII-XVI sec. a.C. ca. 
Fiorente in epoca classica, partecipò a molte delle più importanti guerre della Grecia, come la Guerra del Peloponneso, alla quale prese parte al fianco di Sparta; cadde in seguito nel III sec. a.C. sotto il domino prima macedone e poi romano. 
Nel 1194 vi fu poi invece la prima base navale veneziana, città che resse l’isola per quasi sei secoli, fino al 1797 quando, con il trattato di Campoformio passò al governo Eptanese (delle sette isole), stato fantoccio di epoca napoleonica; nel novecento fu dapprima occupata dagli italiani ed in seguito dai nazisti, per poi essere effettivamente posta sotto il dominio dell’allora nascente repubblica greca.

 Essa fa propriamente parte dell’arcipelago delle isole Ionie (come anche l’omerica Itaca o la ben nota Corfù). 
Ha un territorio vario, con pianure fertili nella parte sudorientale dell’isola e terreno montuoso con scogliere lungo le coste occidentali.
 Il clima mediterraneo e temperato con abbondanti precipitazioni primaverili dona un’intensa vegetazione all’isola, tanto da essere definita da Omero stesso come “Fior di Levante”. 
Le estati sono molto calde (arrivano a sfiorare temperature di 43°/45°) ma sono anche molto secche, la qual cosa non fa avvertire l’afa; i mari che la bagnano sono particolarmente caldi (nel sud dell’isola l’acqua tocca anche i 30° nei mesi caldi).



Solo negli ultimi anni l’isola ha goduto di una forte espansione insediativa, che propone moderne attrezzature per turisti ma mantiene scenari antichi intatti (soprattutto nell’entroterra dove non mancano mulattiere o strade sterrate). 
La città maggiore è Zante, capoluogo omonimo dell’isola nonché porto principale; da sola copre la metà della popolazione complessiva insulare.
 I prodotti principali sono olio d’oliva, uva e cedri, ed un tipo particolare di uvetta senza rami, endemico; non mancano tuttavia spezie e carni ovine.

 Lungo la costa sud dell’isola sorge inoltre il parco marino di Zante, che abbraccia il tratto di mare che si estende dal promontorio di Capo Marathia, fino alla spiaggia di Gerakas, e comprende sia l’entroterra delle spiagge di Limni Kerì, Laganas e Kalamaki, sia le Strofadi, due piccole isole situate a cinquanta miglia nautiche a sud di Zacinto. 
Tutta la zona protetta presenta le caratteristiche fondamentali dell’ecosistema del Mediterraneo, con spiagge di sabbia, rocce affioranti e dune sabbiose, mentre nel vicino entroterra si possono individuare fitte pinete, zone fertili per l’agricoltura e terreni che la vegetazione spontanea ha ricoperto di macchia mediterranea.
 Il parco, fondato nel 1999, ha come scopo l’effettiva tutela della particolare fauna presente nell’area meridionale dell’isola e la sua integrazione con la società locale.


Le più importanti specie animali che si cercano di salvaguardare all’interno del parco sono le foche del mediterraneo Monacus Monacus e le tartarughe marine Caretta-Caretta, simbolo del parco stesso; ogni anno, a partire da giugno, le tartarughe femmine arrivano sulle spiagge meridionali per sotterrare le loro uova nella sabbia; il periodo d’incubazione dura poi all’incirca 55 giorni ed in seguito, alla schiusa, i piccoli raggiungono da soli il mare (il cui tasso di sopravvivenza è molto basso per i maschi); una tartaruga incinta depone inoltre all’incirca un migliaio di uova. 
Mentre le tartarughe sono presenti in tutte le aree del parco e scelgono ogni anno le sabbiose spiagge a sud di Zante per riprodursi, le foche vengono solitamente avvistate nella baia di Laganas, ma per la riproduzione preferiscono le numerose grotte della costa occidentale dell’isola. 
Oltre alla tartaruga di mare e alla foca monaca all’interno del parco si cerca inoltre di salvaguardare ulteriori razze animali: il golfo meridionale di Zante e le Strofadi sono regolarmente frequentate da uccelli migratori, fenicotteri, cigni selvatici ed esemplari di falco pellegrino. 
Relativamente a rettili ed anfibi è invece anche numerosa la presenza di rane, tartarughe, iguane e serpenti d’acqua dolce. Riguardo i mammiferi è poi vasta la presenza nell’entroterra di animali come il porcospino o i conigli selvatici, mentre nelle acque del parco capita di avvistare esemplari del delfino dal “muso a bottiglia” Tursiops Truncatus.






L’industria del turismo è di fondamentale importanza per l’isola che accoglie ogni anno numerosi visitatori. 

I punti di forza del posto sono soprattutto gli scenari naturali di rara bellezza; la Spiaggia del relitto, le grotte di Keri, l’Isola delle tartarughe, Capo Skinari sono solo alcune delle località con maggiore flusso turistico, attirato anche dalla limpidezza delle acque. 


 Tratto da: meteoweb.eu

Le bambole parlanti di Edison tornano a parlare


Verso la fine del diciannovesimo secolo, il grande inventore e imprenditore statunitense Thomas Edison lanciò sul mercato la prima bambola parlante della storia, integrando in un giocattolo di legno e metallo la tecnologia del fonografo da lui già brevettata.
 Fu un fiasco clamoroso, non solo perché si trattava di un oggetto eccessivamente fragile e costoso, ma soprattutto perché terrorizzava i bambini. 
 Come racconta il New York Times, da alcune settimane il National Park Service (l'agenzia statunitense che gestisce i parchi e i monumenti nazionali e altri luoghi protetti) ha messo online sul proprio portale le registrazioni di otto di queste bambole, di cui tre totalmente inedite. E non c'è che dire, le loro voci sembrano uscite direttamente da un film horror. 

 Sfruttando il succedo del fonografo, che era stato brevettano nel 1878 e diffuso inizialmente nei luna park, nel 1887 Edison fondò insieme a due soci in affari la Edison Phonograph Toy Manufacturing Company con l'obbiettivo di commercializzare delle bambole che riproducessero filastrocche per bambini, sfruttando un fonografo in miniatura inserito nel petto che si azionava con una piccola manovella.


La produzione iniziò nel 1890, ma, nonostante l'iniziale consenso riscontrato nei negozi a ridosso del Natale, le fortune dell'invenzione durarono solo sei settimane.
 Il giocattolo si rivelò dispendioso e troppo delicato da maneggiare. Le ragioni del flop, però, non finivano qui: i bambini erano spaventati dai ritornelli recitati da quelle bambole dagli occhioni vitrei, le cui voci suonavano sinistre e poco rassicuranti.

 I "mostriciattoli" di Edison hanno comunque segnato un'epoca: i cilindri fonografici utilizzati rappresentano un proto-esempio di disco di intrattenimento, mentre le ragazze assunte per recitare le filastrocche sono, secondo gli storici, le prime al mondo ad aver prestato la loro voce per una registrazione artistica.




Per oltre un secolo, diverse bambole conservate in musei e teche private sono rimaste letteralmente senza voce.
 L'usura del tempo sconsigliava infatti di azionare il meccanismo che le avrebbe forse fatte uscire dal loro mutismo, ma al tempo stesso danneggiate irreparabilmente. 

La soluzione al problema è stata fornita da una tecnologia sviluppata nel 2007 presso il Lawrence Berkeley National Laboratory. 
 Il sistema, denominato IRENE (acronimo di Image, Reconstruct, Erase Noise, Etc.) consente di digitalizzare il suono ricostruendo al pc le immagini dei solchi impressi sul supporto di registrazione. In pratica un microscopio collegato al computer scansiona le incisioni, producendo migliaia di foto ad alta risoluzione, che un apposito software analizza e traduce nell'equivalente traccia audio. 
La tecnica ha permesso di recuperare svariate voci conservate nei balocchi di Edison, rimpinguando un archivio sonoro che è ora fruibile anche sul web. 
Soprattutto per chi ama le storie dell'orrore. 

 Fonte: focus.it
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