giovedì 14 maggio 2015
mercoledì 13 maggio 2015
Scrub per il corpo con sale e olio fai da te per una pelle morbida e liscia
Sale e olio per una pelle di seta?
Ebbene si! Per avere una pelle davvero da favola non serve spendere cifre astronomiche, baserà semplicemente recarsi in cucina e prendere due ingredienti che di certo non mancheranno nella vostra dispensa: olio e sale.
Per realizzare questo efficace scrub vi serviranno solo ingredienti naturali, ovvero mezzo bicchiere di sale fino, e un quarto di bicchiere di olio.
In un contenitore, mettete il sale ed aggiungetevi poi l’olio, mescolando per bene e velocemente il tutto, finché non avrete ottenuto un composto “pastoso”.
A questo punto, dopo aver sciacquato la pelle sotto la doccia, potrete procedere con il vostro scrub.
Prendetene una manciata e applicatelo sulla pelle bagnata, sfregando con movimenti circolari. Prestate naturalmente attenzione alle zone più delicate, dove dovrete massaggiare con movimenti più leggeri.
Dopo aver massaggiato il corpo con il vostro scrub casalingo, non vi rimane che sciacquare la pelle ed usare quindi un bagno schiuma per eliminare l’effetto “unto” dato dall’olio.
Questo scrub potrà essere eseguito una volta a settimana, e vedrete che in breve tempo la vostra pelle sarà davvero liscissima!
Per finire, per chi ha una pelle particolarmente grassa, ecco la ricetta per uno scrub efficace ed ancor più adatto alle vostre esigenze.
Per realizzarlo vi occorreranno del sale, del rosmarino e del limone. Prendete il sale e mescolatelo con il rosmarino tritato. Quindi, aggiungete il succo di limone finché non avrete ottenuto una cremina che massaggerete sulla pelle!
Non vi rimane che mettervi all’opera e realizzare i vostri scrub fai da te ed economici ed efficaci!
Fonte: beautynews.blogosfere.it
Le origini della fiera
La fiera, dal Medioevo a oggi, è un incontro a cadenza regolare in cui gli operatori economici hanno l’occasione di incontrarsi e conoscersi. Per esibire e scambiare prodotti, soprattutto, ma anche per conoscere nuovi mercati e Paesi, per scambiare cultura e idee. Nell’Europa del X secolo, la fiera è stata al contempo sintomo e motore di una trasformazione economica nella quale merci, moneta e credito iniziavano a intessere un forte legame, con importanti ricadute sulla società.
In una fiera medievale accadeva di tutto, anche perché il pubblico era dei più vari.
Le fiere, spiega Elisa Occhipinti, docente di Storia Medievale dell’Università degli Studi di Milano, «si affermarono con l’appoggio della Chiesa e avevano luogo originariamente nei pressi della cattedrale, poi fuori le mura».
All’interno della fiera si assisteva a spettacoli e gare e l’affluenza era favorita anche dal fatto che spesso erano organizzate in occasione di feste religiose.
«Spesso - prosegue la storica - si concedevano esenzioni dai pedaggi relativi al trasporto delle merci, la liberazione degli arrestati per debito e si autorizzava lo svolgimento di giochi altrove proibiti.»
Gli scambi su ampia scala fecero affluire moneta anche in zone periferiche e introdussero il concetto di credito con i suoi strumenti. In città cominciarono ad affluire merci estranee all’ambito urbano e le collettività che ospitavano le fiere (spesso proprio le città) godettero di un generale incremento del reddito e di alcuni privilegi.
Lo Stato assoluto, infatti, aveva tutto l'interesse nel favorire lo svolgersi di questi appuntamenti stagionali (per esempio con l'esenzione dai dazi), perché attraverso l'aumento della ricchezza dei sudditi e l'unificazione territoriale il mercato consolidava il potere del sovrano
Il commercio e la Chiesa durante la fiera andavano a braccetto, tanto che i mercanti, molto mal visti nell'Alto Medioevo, iniziarono ad essere accettati «e spesso ospitati anche in luoghi precedentemente riservati ai pellegrini», racconta Occhipinti.
Non solo, «durante le fiere erano spesso reperibili reliquie di santi, per lo più provenienti dall’area mediorientale, portate da ecclesiastici e in particolare da monaci», aggiunge la storica.
Tra il 1200 e il 1300 secolo le fiere più importanti furono quelle di Champagne e delle Fiandre meridionali.
Erano quelli che oggi chiameremmo eventi internazionali: attiravano mercanti da tutta Europa, in particolare italiani e provenzali.
Alberto Grohman, docente di Storia economica all’Università di Perugia, spiega che all’epoca «tutto il variegato mondo del commercio europeo s’incontrava in questi raduni, che sono stati definiti la “casa di cambio dell’intera Europa”» ("cambi" sono le attività bancarie, per esempio relative alle lettere di credito).
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Nel 1400 questi due fulcri fieristici furono soppiantati da Ginevra e Lione, mentre un salto epocale, secondo lo storico, si è verificato «dopo la scoperta delle Americhe e l'importazione in Europa dei metalli preziosi dal nuovo continente, che portarono alla ribalta per circa un secolo le fiere spagnole di Medina del Campo e di Medina di Rio Seco, specializzate nel commercio di monete e di cambi».
Nel 1600 fu Lipsia a ospitare le fiere più importanti, tanto che «per contenere i suoi commerci per ben tre volte dovette ampliare la sua cerchia muraria», afferma Grohman.
Ma dal 1800 la fiera perse gradualmente la sua importanza. Il declino della fiera a livello internazionale ha contribuito all’affermarsi delle esposizioni universali, ci ha spiegato Grohman: «il sistema industriale rese molto più utile che in passato l'esposizione di novità produttive, di nuovi macchinari, di campioni di beni ottenibili grazie al modo di produzione industriale».
In continuità con la fiera tradizionale, anche Expo è uno spazio dove gli operatori economici possono sondare il terreno del mercato esponendo i loro nuovi prodotti.
Dalla sua prima volta, nel 1851 l'Expo è stata lo specchio dei suoi tempi e ha riflettuto da un lato le necessità commerciali e dall'altro i progressi tecnologici e scientifici delle varie epoche.
Secondo Grohman l’esposizione universale consente ancora agli operatori economici di farsi un’idea dei bisogni del mercato, «comprendere fino a qual punto un prodotto può avere un mercato di larga scala e mettere a confronto prodotti ed economie molto distanti tra loro».
Siamo lontani, però, dalle grandi esposizioni del 1800: «la diffusa informatizzazione e la velocità derivante dei collegamenti sta facendo calare la funzione e lo scopo delle grandi esposizioni universali, che spesso si sono settorializzate», conclude Grohman. Può darsi però che grandi temi come "Nutrire il pianeta - Energia per la vita" possano fare da calamita per nuove idee, e rivitalizzare il concetto di esposizione universale: vedremo se Expo Milano 2015 sarà stata capace di raccogliere l'eredità della fiera medievale.
Fonte: focus.it
martedì 12 maggio 2015
Siamo tutti pecore: l’effetto gregge esiste davvero
I pedoni in gruppo e le folle si comportano proprio come un gregge di pecore.
Quando non sanno dove andare, in situazioni di confusione, tendono a seguire le persone davanti a loro, in particolare se sembrano sapere dove andare.
Si tratta di una scoperta, a cui ha partecipato l'Istituto per le applicazioni del calcolo del Consiglio nazionale delle ricerche (Iac-Cnr) di Roma, apparsa su arXiv.
L'esperimento si è svolto nel Dipartimento di matematica della Sapienza Università di Roma.
A due gruppi di circa 40 persone è stato chiesto di raggiungere, a partire da un'aula, un determinato luogo, sconosciuto a tutti tranne che a una persona nel primo gruppo e a cinque nel secondo (che non si sono svelate fino alla fine dell'esperimento).
"Uscendo dalla classe", spiega il ricercatore Emiliano Cristiani dell'Iac-Cnr "i soggetti hanno mostrato una lieve tendenza ad andare a destra, verso la parte del Dipartimento a loro più familiare, presto superata dal desiderio di raggiungere e seguire i compagni che si trovavano di fronte a loro.
Questo comportamento ha permesso alle persone informate di 'trascinare' gli altri, portandoli a destinazione lungo il percorso più veloce".
Si tratta del primo esperimento di questo genere effettuato con pedoni in un ambito di ricerca.
Gli studiosi hanno verificato che le persone non sembrano a loro agio con istruzioni calate dall'alto, ma diventano docili quando viene fatto loro credere di scegliere autonomamente.
"Nuovi modelli matematici e metodi di ottimizzazione sono stati usati in combinazione per trovare la strategia dei 'leader nascosti' e portare tutti a destinazione evitando attese e congestioni.
La migliore consiste nello spezzare la folla per indirizzarla verso tutte le uscite disponibili, anche le più lontane e meno conosciute. Nel caso di una sola uscita, invece per garantire un deflusso ottimale è paradossalmente preferibile ingannare alcune persone conducendole lontano da essa, per poi riportarle successivamente nella giusta direzione".
Questo comportamento potrebbe essere sfruttato per 'orientare' i movimenti di una folla in situazioni di emergenza, magari mescolando ad essa soggetti che sappiano precisamente come comportarsi.
Una ricerca che potrebbe tornare utile, per esempio, per gestire al meglio i flussi di pellegrini del prossimo Giubileo straordinario annunciato da Papa Francesco.
Le tecniche di controllo di grandi folle studiate in questa ricerca, infatti, trovano una naturale applicazione nei casi in cui la situazione di pericolo è prevedibile, ma la comunicazione tra autorità e folla è difficoltosa, come per esempio durante una manifestazione violenta.
In questi casi agenti in borghese nascosti nella folla potrebbero correre in direzioni concordate per attivare l'effetto gregge.
"Abbiamo voluto testare sul campo la correttezza delle previsioni dei modelli matematici per il controllo delle folle che sfruttano il cosiddetto "effetto gregge'' - conclude il ricercatore. Si tratta di un comportamento che si manifesta in animali sociali, come oche, scarafaggi e, naturalmente, pecore, che porta a muoversi seguendo i compagni vicini, indipendentemente dalla loro destinazione.
In matematica, un gregge è un esempio di sistema auto-organizzante, un gruppo composto da un numero elevato di 'agenti' che seguono regole semplici e in cui le dinamiche individuali sono influenzate da quelle degli agenti più prossimi.
Nonostante si tratti di atteggiamenti solitamente associati ad animali, studi del genere sono utili per indirizzare al meglio anche grandi folle di esseri umani in situazioni delicate come nei piani strategici di evacuazione".
Da: greenme.it
Storia, cultura e bellezze mozzafiato dell’isola greca di Zante, la “Zacinto” di Ugo Foscolo
“Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque”.
Tutti l’abbiamo sicuramente sentita a scuola almeno una volta; questa è infatti la prima quartina del sonetto di Ugo Foscolo “A Zacinto”, dedicato alla isola greca nella quale nacque il celebre poeta.
Ma dove si trova effettivamente la Zacinto cantata da Foscolo? E cos’è essa oggi?
Essa è un’isola greca di 406 km² della costa ionica che oggi in italiano viene chiamata Zante, anche se Foscolo non si sbagliava decisamente a chiamarla Zacinto, dal momento che il suo nome greco è Zákinthos.
Essa affonda le proprie radici nel mito: abbiamo infatti una sua prima menzione da parte di Omero nell’Iliade, che spiega tale nome per il suo primo colonizzatore Zakynthos figlio di Dardano, un arcade venuto dalla città di Psofi (da cui prende il nome l’acropoli cittadina), intorno al XVII-XVI sec. a.C. ca.
Fiorente in epoca classica, partecipò a molte delle più importanti guerre della Grecia, come la Guerra del Peloponneso, alla quale prese parte al fianco di Sparta; cadde in seguito nel III sec. a.C. sotto il domino prima macedone e poi romano.
Nel 1194 vi fu poi invece la prima base navale veneziana, città che resse l’isola per quasi sei secoli, fino al 1797 quando, con il trattato di Campoformio passò al governo Eptanese (delle sette isole), stato fantoccio di epoca napoleonica; nel novecento fu dapprima occupata dagli italiani ed in seguito dai nazisti, per poi essere effettivamente posta sotto il dominio dell’allora nascente repubblica greca.
Essa fa propriamente parte dell’arcipelago delle isole Ionie (come anche l’omerica Itaca o la ben nota Corfù).
Ha un territorio vario, con pianure fertili nella parte sudorientale dell’isola e terreno montuoso con scogliere lungo le coste occidentali.
Il clima mediterraneo e temperato con abbondanti precipitazioni primaverili dona un’intensa vegetazione all’isola, tanto da essere definita da Omero stesso come “Fior di Levante”.
Le estati sono molto calde (arrivano a sfiorare temperature di 43°/45°) ma sono anche molto secche, la qual cosa non fa avvertire l’afa; i mari che la bagnano sono particolarmente caldi (nel sud dell’isola l’acqua tocca anche i 30° nei mesi caldi).
Solo negli ultimi anni l’isola ha goduto di una forte espansione insediativa, che propone moderne attrezzature per turisti ma mantiene scenari antichi intatti (soprattutto nell’entroterra dove non mancano mulattiere o strade sterrate).
La città maggiore è Zante, capoluogo omonimo dell’isola nonché porto principale; da sola copre la metà della popolazione complessiva insulare.
I prodotti principali sono olio d’oliva, uva e cedri, ed un tipo particolare di uvetta senza rami, endemico; non mancano tuttavia spezie e carni ovine.
Lungo la costa sud dell’isola sorge inoltre il parco marino di Zante, che abbraccia il tratto di mare che si estende dal promontorio di Capo Marathia, fino alla spiaggia di Gerakas, e comprende sia l’entroterra delle spiagge di Limni Kerì, Laganas e Kalamaki, sia le Strofadi, due piccole isole situate a cinquanta miglia nautiche a sud di Zacinto.
Tutta la zona protetta presenta le caratteristiche fondamentali dell’ecosistema del Mediterraneo, con spiagge di sabbia, rocce affioranti e dune sabbiose, mentre nel vicino entroterra si possono individuare fitte pinete, zone fertili per l’agricoltura e terreni che la vegetazione spontanea ha ricoperto di macchia mediterranea.
Il parco, fondato nel 1999, ha come scopo l’effettiva tutela della particolare fauna presente nell’area meridionale dell’isola e la sua integrazione con la società locale.
Le più importanti specie animali che si cercano di salvaguardare all’interno del parco sono le foche del mediterraneo Monacus Monacus e le tartarughe marine Caretta-Caretta, simbolo del parco stesso; ogni anno, a partire da giugno, le tartarughe femmine arrivano sulle spiagge meridionali per sotterrare le loro uova nella sabbia; il periodo d’incubazione dura poi all’incirca 55 giorni ed in seguito, alla schiusa, i piccoli raggiungono da soli il mare (il cui tasso di sopravvivenza è molto basso per i maschi); una tartaruga incinta depone inoltre all’incirca un migliaio di uova.
Mentre le tartarughe sono presenti in tutte le aree del parco e scelgono ogni anno le sabbiose spiagge a sud di Zante per riprodursi, le foche vengono solitamente avvistate nella baia di Laganas, ma per la riproduzione preferiscono le numerose grotte della costa occidentale dell’isola.
Oltre alla tartaruga di mare e alla foca monaca all’interno del parco si cerca inoltre di salvaguardare ulteriori razze animali: il golfo meridionale di Zante e le Strofadi sono regolarmente frequentate da uccelli migratori, fenicotteri, cigni selvatici ed esemplari di falco pellegrino.
Relativamente a rettili ed anfibi è invece anche numerosa la presenza di rane, tartarughe, iguane e serpenti d’acqua dolce. Riguardo i mammiferi è poi vasta la presenza nell’entroterra di animali come il porcospino o i conigli selvatici, mentre nelle acque del parco capita di avvistare esemplari del delfino dal “muso a bottiglia” Tursiops Truncatus.
L’industria del turismo è di fondamentale importanza per l’isola che accoglie ogni anno numerosi visitatori.
I punti di forza del posto sono soprattutto gli scenari naturali di rara bellezza; la Spiaggia del relitto, le grotte di Keri, l’Isola delle tartarughe, Capo Skinari sono solo alcune delle località con maggiore flusso turistico, attirato anche dalla limpidezza delle acque.
Tratto da: meteoweb.eu
Le bambole parlanti di Edison tornano a parlare
Verso la fine del diciannovesimo secolo, il grande inventore e imprenditore statunitense Thomas Edison lanciò sul mercato la prima bambola parlante della storia, integrando in un giocattolo di legno e metallo la tecnologia del fonografo da lui già brevettata.
Fu un fiasco clamoroso, non solo perché si trattava di un oggetto eccessivamente fragile e costoso, ma soprattutto perché terrorizzava i bambini.
Come racconta il New York Times, da alcune settimane il National Park Service (l'agenzia statunitense che gestisce i parchi e i monumenti nazionali e altri luoghi protetti) ha messo online sul proprio portale le registrazioni di otto di queste bambole, di cui tre totalmente inedite. E non c'è che dire, le loro voci sembrano uscite direttamente da un film horror.
Sfruttando il succedo del fonografo, che era stato brevettano nel 1878 e diffuso inizialmente nei luna park, nel 1887 Edison fondò insieme a due soci in affari la Edison Phonograph Toy Manufacturing Company con l'obbiettivo di commercializzare delle bambole che riproducessero filastrocche per bambini, sfruttando un fonografo in miniatura inserito nel petto che si azionava con una piccola manovella.
La produzione iniziò nel 1890, ma, nonostante l'iniziale consenso riscontrato nei negozi a ridosso del Natale, le fortune dell'invenzione durarono solo sei settimane.
Il giocattolo si rivelò dispendioso e troppo delicato da maneggiare. Le ragioni del flop, però, non finivano qui: i bambini erano spaventati dai ritornelli recitati da quelle bambole dagli occhioni vitrei, le cui voci suonavano sinistre e poco rassicuranti.
I "mostriciattoli" di Edison hanno comunque segnato un'epoca: i cilindri fonografici utilizzati rappresentano un proto-esempio di disco di intrattenimento, mentre le ragazze assunte per recitare le filastrocche sono, secondo gli storici, le prime al mondo ad aver prestato la loro voce per una registrazione artistica.
Per oltre un secolo, diverse bambole conservate in musei e teche private sono rimaste letteralmente senza voce.
L'usura del tempo sconsigliava infatti di azionare il meccanismo che le avrebbe forse fatte uscire dal loro mutismo, ma al tempo stesso danneggiate irreparabilmente.
La soluzione al problema è stata fornita da una tecnologia sviluppata nel 2007 presso il Lawrence Berkeley National Laboratory.
Il sistema, denominato IRENE (acronimo di Image, Reconstruct, Erase Noise, Etc.) consente di digitalizzare il suono ricostruendo al pc le immagini dei solchi impressi sul supporto di registrazione. In pratica un microscopio collegato al computer scansiona le incisioni, producendo migliaia di foto ad alta risoluzione, che un apposito software analizza e traduce nell'equivalente traccia audio.
La tecnica ha permesso di recuperare svariate voci conservate nei balocchi di Edison, rimpinguando un archivio sonoro che è ora fruibile anche sul web.
Soprattutto per chi ama le storie dell'orrore.
Fonte: focus.it
lunedì 11 maggio 2015
Perù. Gli acquedotti di Cantayo.
L’acquedotto di Cantalloc (o di Cantayo, nome ispanizzato) è un'opera di ingegneria idraulica eccezionale e molto più complessa delle linee di Nazca.
Esso fa parte di un sistema di acquedotti dello stesso tipo (chiamati "puquios") costruiti dalla civiltà preincaica dei Nazca circa 1500 anni fa.
L'acquedotto assicurava l'approvvigionamento idrico alla città di Nazca e ai campi circostanti, permettendo la coltivazione di cotone, fagioli, patate, ecc. in una regione altrimenti arida.
Il modello di trasporto idrico è basato sul Qanat, originario dell'antica Persia e che fu in seguito utilizzato anche da varie culture sia sulla via della seta fino in Cina che nella penisola Iberica.
Le acque vengono prelevate direttamente dalle falde acquifere presenti nelle zone montagnose circostanti la pianura di Nazca.
Per ovviare al clima desertico, estremamente caldo e secco, l'acqua viene convogliata in una condotta sotterranea che, oltre ad evitare l'evaporazione del prezioso liquido, raccoglie le acque che filtrano dal terreno, aumentandone così l'efficienza.
Dapprima venivano scavati dei pozzi distanti 20-50 m l'uno dall'altro, fino a trovare la falda acquifera. Questi pozzi, detti anche "ojos de agua" (occhi d'acqua), servivano sia come punti di accesso all'acqua, che da ispezione per manutenzione dell'acquedotto.
Essi venivano collegati tramite una serie di condotte.
Nei pressi della città di Nazca la condotta dell'acquedotto di Cantalloc si trova a circa 4-5 metri di profondità; è possibile accedere alla condotta tramite i pozzi che sono costituiti da degli scivoli circolari e spiraleggianti che si inabissano nel terreno fino a raggiungere l'acqua.
L'acquedotto è tuttora funzionante e visitabile a pochi chilometri dalla città di Nazca.
Ci sono versioni contrastanti circa l'esatto periodo di costruzione degli acquedotti.
Molti archeologi dicono che siano stati costruiti da architetti della civiltà Nazca attorno al 540 d.C. in risposta a due periodi di siccità prolungati in quei tempi.
Mancano comunque riferimenti storici dopo e prima della conquista spagnola.
Il primo scritto storico riguardante la loro esistenza fu nel 1605 per opera di Reginaldo de Lizárraga, per cui alcuni contestano che essi possano essere stati costruiti dagli spagnoli, benché non vi siano prove di testi spagnoli che ne testimonino la costruzione
Un'altra diatriba riguardante i Puquios, è l'asserzione fatta da David Johnson il quale sostiene che le linee di Nazca descrivano mappe e puntatori alle falde acquifere sotterranee che alimentano il sistema dei Puquios.
Ci sono circa una trentina di Puquios nella zona di Nazca, molti dei quali ancora oggi funzionanti.
I più importanti sono: Ocaña, Matara, Uchulla, Tejeje, Bisambra, Aja, Curve, Llícuas, Soisonguito, Copara e la Achirana.
I Puquios non sono mai stati completamente mappati
Fonte: wikipedia
Leone operato di tumore con un robot a Lodi, il primo al mondo
Eccezionale intervento lo scorso 20 aprile presso l’Ospedale Veterinario Universitario di Lodi: e’ stato asportato un surrene affetto da tumore a un leone di 8 anni.
Si tratta del primo caso in assoluto al mondo di intervento effettuato su un animale tramite l’ausilio del robot chirurgico “Telelap ALF-X”.
L’operazione e’ andata bene al punto che il paziente, che ha riportato solo 3 ferite di circa 3 centimetri, ha potuto deambulare gia’ 3 ore dopo la fine dell’anestesia generale, mostrando un ripristino delle normali funzioni organiche nelle 24 ore successive. Ora, completamente ristabilito, e’ tornato a casa, al Parco Safari delle Langhe di Murazzano in provincia di Cuneo.
Circa trenta giorni prima, la veterinaria del Parco, Alice Andolfatto, aveva contattato Giuliano Ravasio, ricercatore della Statale, per un consulto su Leonardo, un Leone maschio di 8 anni che da qualche tempo lamentava una sintomatologia riferibile ad una malattia endocrina.
Il “paziente” era stato quindi trasferito presso il Polo Veterinario di Lodi dell’Universita’ degli Studi di Milano per essere sottoposto a una TC toraco-addominale eseguita dal dottor Davide Zani e dal dottor Maurizio Longo, che rivelava la presenza di un tumore di 4 cm di diametro a carico del surrene sinistro.
Nella stessa sede, una biopsia aveva confermato la natura neoplastica della massa.
Nessun tumore surrenalico ne’ tantomeno la sua asportazione erano mai stati descritti in letteratura nella specie leone. A questo punto il dilemma.
L’uso della chirurgia tradizionale a cielo aperto per l’asportazione di una neoplasia in una sede cosi’ delicata avrebbe comportato un importante danno ai tessuti e il decorso post operatorio sarebbe stato lungo e stressante per l’animale, con un rischio decisamente alto di complicanze post operatorie connesse alla ferita chirurgica.
Da qui l’idea di ricorrere alla chirurgia laparoscopica mini-invasiva teleassistita.
Dell’equipe medica coinvolta nella diagnostica e nell’intervento hanno fatto parte Giuliano Ravasio (responsabile del progetto e responsabile dell’Unita’ Operativa di Anestesia dell’Ospedale Veterinario Lodi della Statale di Milano), Davide Zani (vice responsabile dell’Unita’ Operativa di Radiologia dell’Ospedale Veterinario di Lodi) e Maurizio Longo (dottorando di ricerca ), con il contributo di Stefano Nicoli e Luca Formaggini.
Il robot “Telelap ALF-X”, che l’italianissima azienda SOFAR S.p.a. ha concesso in uso all’Azienda Polo Veterinario di Lodi, e’ una macchina avveniristica, già impiegata presso il Policlinico Gemelli di Roma
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Il robot lavora con un meccanismo simile a quello della laparoscopia classica ma i bracci chirurgici vengono comandati a distanza da una consolle.
Questa tecnologia trasmette al medico una visione interna dell’addome tridimensionale e ad alta definizione.
Grazie a particolari software fornisce una sensibilità tattile sulla consistenza dei tessuti e mediante un originale eye-tracker consente all’operatore di spostare la telecamera, e quindi l’inquadratura, con il semplice movimento degli occhi.
Questo intervento pionieristico effettuato su un leone potrebbe aprire le porte a una nuova era di chirurgia robotica, anche per animali che devono essere sottoposti a interventi particolari o a specie che necessitino di un post-operatorio il più possibile privo di stress.
Fonte: meteoweb.eu
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