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mercoledì 25 marzo 2015

Il Ponte di Adamo : la struttura artificiale precedente al diluvio universale? la scienza conferma il mito ?


Storici, archeologi e ricercatori “ortodossi” ritengono che le prime civiltà complesse siano comparse sulla Terra circa 5 mila anni fa. Costoro sottolineano il fatto che mancano prove concrete per sostenere l’esistenza di una cultura precedente, sorta prima dell’ascesa dei Sumeri e degli Egizi. 
 Quando ricercatori come Robert Bauval, Graham Hancock e Zecharia Sitchin propongono che strutture come quelle presenti sulla piana di Giza o in sud America possono essere molto più antiche di quanto si pensi, le loro teorie vengono prontamente etichettate come eretiche.
 Eppure, racconti di una catastrofica inondazione sono comuni in molte culture: sumeri, greci, cinesi, nativi americani.
 Si tratta di storie antiche di millenni: la storia del diluvio appare per davvero ovunque si guardi! Ma non solo! Anche la scienza geologica ormai ritiene plausibile che qualcosa di terribile è avvenuto sul nostro pianeta circa 13 mila anni fa.

 Un recente studio dimostra che intorno a 13 mila anni fa, la Terra fu colpita da un intenso bombardamento di corpi celesti. 
 Sulla superficie della Luna sono molto evidenti, mentre sulla Terra occorrono studi appropriati per portarli alla luce.
 Sono i crateri da impatto, segni evidenti della pioggia di oggetti provenienti dallo spazio. 

 Inoltre, sembra che la data del diluvio sia stata impressa nelle rocce di alcuni importanti monumenti del passato: siti come quello della Piana di Giza e di una città antica come Tiahuanaco, sembrano avere impresse nella loro struttura un riferimento cronologico che rimanda esattamente alla data di 13 mila anni fa. Nel corso degli anni, sono state scoperte una serie di notevoli strutture sommerse, molte delle quali non possono essere spiegate con la cronologia comunemente accettata dai ricercatori. Questi ritrovamenti sono un ulteriore indizio che ci dicono che il diluvio universale non è un semplice mito, ma il racconto “mitizzato” di un evento storico di cui conserviamo un pallido ricordo.


Secondo alcuni ricercatori, uno dei più sorprendenti indizi di una civiltà fiorita in epoca anteriore al cataclisma di 13 mila anni fa è rappresentato da quello che viene definito “Ponte di Adamo”, una stretta striscia di terra lunga 30 km che collega l’India meridionale con lo Sri Lanka.
 Per lungo tempo si è ritenuto che questo lembo di terra fosse una formazione naturale. 
Tuttavia, immagini satellitari scattate dalla NASA all’inizio del 2003, hanno acceso un aspro dibattito tra gli scienziati, dato che, secondo alcuni, la struttura sembra essere di origine artificiale.


Le foto, infatti, mostrano che la curiosa conformazione nello stretto di Palk è molto più simile ad un lungo ponte distrutto, ormai sommerso dall’oceano.
 Alcune parti del “ponte” sono asciutte, altre sono sommerse da poca acqua (da 1 a 10 metri).

 Secondo fonti storiche, intorno al 15° secolo la striscia di terra era ancora praticabile a piedi, almeno fino al 1480 quando fu definitivamente distrutta da un ciclone.

 La tradizione Indù afferma da lungo tempo che il lembo di terra è un ponte costruito da loro amato dio Rama, come raccontato nel poema epico indù Ramayana attribuito a Valmiki. Sin dall’antichità, infatti, è conosciuto come “Ponte di Rama” o “Rama Setu”. 

 Rama è la più famosa e popolare manifestazione del Dio Supremo per una grande maggioranza dei 900 milioni di induisti in tutto il mondo.
 È riconosciuto come l’immagine, lo spirito e la consapevolezza dell’Induismo, la religione organizzata più antica del mondo, e della civilizzazione umana dal punto di vista indiano.
 La vita e le imprese eroiche di Rama sono narrate nel Ramayana, un antico poema epico in sanscrito, che letteralmente significa “Il viaggio di Rama”, nel quale si narra di un tempo in cui gli dei viaggiavano a bordo di navi volanti (vimana) e di giganti che camminavano sulla Terra.
 Dunque, quella redatta da Valmiki è solo un’opera narrativa devozionale, oppure fa riferimento a fonti più antiche che riportano impressionanti eventi storici?
 È possibile che il “Ponte di Adamo” sia la struttura descritta in queste antiche fonti? 

 Secondo quanto raccontato nel poema epico, Sita, la moglie di Rama, venne rapita da Ravana, il re demoniaco a 10 teste di Lanka. Rama, nel tentativo di salvare Sita, radunò un esercito di uomini scimmia, i Vanara.
 I Vanara, per come sono descritti nell’epica, sono divertenti, infantili, leggermente irritanti, importuni, iperattivi, avventurosi, di un’onestà disarmante, leali, coraggiosi, e di buon cuore; sono un po’ più bassi di un essere umano e sono coperti da una leggera pelliccia, generalmente marrone.
 Rama scopre che Sita è tenuta prigioniera sull’isola di Lanka (Sri Lanka). 
Impossibilitato a muovere il suo esercito attraverso l’oceano, Rama chiede aiuto ai Vanara per la costruzione di un ponte tra la terra ferma e l’isola di Lanka.
 I Vanara costruiscono una strada rialzata con rocce e massi, alcuni descritti grandi quanto montagne.
 La costruzione dell’opera richiese cinque giorni e una volta completata, permise a Rama di uccidere Ravana e salvare la sua amata.


Per accennare una valutazione, innanzitutto bisogna dire che ad oggi esiste una notevole diversità di opinioni tra gli scienziati che affermano l’origine naturale della struttura. 
Alcuni affermano che sia il risultato di un processo di innalzamento della crosta terrestre, altri che si sia formata all’indomani della separazione dello Sri Lanka dal continente Indiano.
 Il punto cruciale è rappresentato dai grossi blocchi calcarei rettangolari presenti alla base della struttura, che farebbero pensare ad un’origine artificiale.

 Il dottor T.S.Badrinarayanan, ex direttore Geological Survey of India, ha eseguito delle analisi sulla struttura concludendo che è di origine artificiale.
 Il suo team ha concluso che i materiali provenienti da entrambe le rive sono stati collocati sul fondo sabbioso per formare la strada rialzata.

 Come spiega la dottoressa Rita Louise su Ancient Origins, secondo il poema di Valmiki, Rama visse durante il Treta Yuga, la seconda delle quattro ere di evoluzione della vita (yuga) e precisamente il periodo durante il quale l’essere umano riesce a comprendere il magnetismo divino il quale è all’origine delle varie forze elettriche. Il magnetismo è in stretta correlazione con l’esistenza di tutto il creato. 
 La tradizione indù fa risalire il Treta Yuga ad un periodo compreso tra i 2.165 mila anni e gli 869 mila anni fa.
 A prima vista, questa affermazione risulta assurda. Ma secondo alcuni, ciò che sorprende è una coincidenza curiosa che riguarda i Vanara, ovvero gli “uomini scimmia” che hanno aiutato Rama a costruire il ponte.
 I Vanara, secondo quanto riportato dal Ramayana, erano i figli degli dèi, umanoidi dalle sembianze scimmiesche e dal cuore buono. 
Gli dèi crearono i Vanara poco dopo la nascita di Rama, al fine di aiutarlo nella sua battaglia contro Ravana. 

 Ma chi erano questi uomini scimmia? È possibile che quanto tramandato nel poema descriva i nostri primi antenati? 
Sta parlando di noi, degli albori dell’umanità?
 Secondo qualcuno, è del tutto possibile. 

 Circa 2.5 milioni di anni fa (poco prima dell’inizio del Treta Yuga), l’evoluzione umana ha subito un importante svolta con la comparsa del genere Homo.
 L’Homo habilis è stato il primo primate in grado di utilizzare degli strumenti. 
 Circa 1,8 milioni di anni fa, l’Homo erectus fa il suo debutto, comparendo soprattutto in Eurasia. Questi uomini vivevano in piccole comunità, utilizzavano capanne come rifugi temporanei, usavano utensili e indossavano i primi abiti.
 In poche parole, mostravano i primi segni di civilizzazione, una caratteristica mai osservata in nessun gruppo di primati.

 È possibile che i Vanara del poema corrispondano agli Herectus della storia?
 Certamente, si tratta di un’ipotesi molto suggestiva.
 È interessante notare che il nome “Ponte di Adamo” proviene da una leggenda islamica secondo la quale Adamo, il primo uomo sulla terra, ha attraversato questo ponte dopo essere stato espulso dal paradiso.
 Potrebbe “Adamo”, il “primo uomo” e nostro lontano antenato, essere stato un Homo Erectus? 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

Il fiore di ciliegio nella cultura giapponese


In Giappone, il fiore di ciliegio (sakura) è il fiore nazionale non ufficiale(quello ufficiale è il crisantemo).

 A partire dal periodo Heian (794-1185), ogni anno in primavera, nella ricorrenza chiamata hanami (letteralmente significa “guardare i fiori” ma il termine viene utilizzato escusivamente in riferimento al fiore di ciliegio), i giapponesi festeggiano la bellezza effimera del sakura, uno dei simboli del Giappone, così fortemente presente nella cultura del Paese del Sol Levante.
 Il richiamo del fiore di ciliegio va oltre la sua evidente bellezza, a colpire è la sua caducità, il suo essere in piena fioritura solo per pochi giorni. 
Il vero senso della tradizione hanami non consiste nel guardare lo spettacolo offerto dalla bellezza dei fiori sull’albero ma nell’osservare con una punta di tristezza e commozione come cadono dall’albero, trasportati dalla brezza primaverile nel breve viaggio che li separa dalla terra ancora fredda.
 Un modo dolce e allo stesso tempo malinconico per ricordare che ogni vita è destinata a finire.
 Nonostante questo non si tratta di una ricorrenza triste, anzi! Sotto ogni albero fiorito viene steso un telo di plastica azzurro e al piacere estetico di restare sotto una delicata pioggia di petali, si aggiunge la gioia del cibo e della compagnia.
 Hanami è un’occasione per ritrovarsi con gli amici, organizzare pic-nic e godersi cibo e sake in abbondanza.
 Infatti Hanami si festeggia in aprile e la primavera simboleggia anche un momento di rinascita e di forza generatrice. 

La fioritura dei ciliegi è da sempre vista come segno premonitore della ricchezza della raccolta del riso, come auspicio di prosperità. Come tale deve essere interpretata l’usanza di offrire infusi di fiori di ciliegio ai matrimoni. 
Così gli studenti, che in aprile iniziano un nuovo anno scolastico, e i neo diplomati o laureati che ogni anno, nello stesso mese, entrano nel mondo del lavoro vedono nella fioritura dei ciliegi un segno di buon auspicio per il loro futuro.

 La maggior parte dei ciliegi in Giappone appartengono alle varietà Somei Yoshino e Yamazakura , ma in tutto il Paese se ne contano oltre cento varietà diverse. 
Tra le caratteristiche distintive la principale è rappresentata dal numero di petali dei fiori di ciliegio. La maggior parte dei ciliegi selvatici ma anche di quelli coltivati hanno fiori con cinque petali, alcune specie hanno fiori con dieci, venti o più petali.


Nel simbolismo ritroviamo con maggior frequenza il sakura a cinque petali con evidenti richiami ai cinque orienti del Buddhismo esoterico giapponese (i quattro punti cardinali e il centro), ai cinque elementi sacri giapponesi (terra, acqua, fuoco, aria e vuoto) cui il celebre samurai Miyamoto Musashi intitolò i cinque “libri” che formano la sua opera, il Gorin No Sho (libro dei cinque anelli). 

Ancora in cinque parti, secondo la cosmogonia giapponese, venne tagliato il dio del fuoco da Izanagi, dopo la morte di Izanami e dalle cinque parti venne creato Oyamatsumi, una delle montagne più antiche e venerate…


Ma il fiore di ciliegio è anche strettamente legato al Bushidō, l’ideale cavalleresco del guerriero (Bushi) giapponese. 
Il sakura incarna e simboleggia le qualità del samurai: la purezza, la lealtà, l’onestà, il coraggio.
 Come il fiore di ciliegio, effimero e fragile, nel pieno del suo splendore muore lasciando il ramo, così il samurai, nel nome dei principi in cui crede, è pronto a lasciare la propria vita in battaglia. 
Si tratta dell’immagine di una morte ideale, pura, distaccata della caducità della vita e dai beni terreni. 
 Ritroviamo il simbolismo del sakura nella seconda guerra mondiale, l’immagine della caduta dei fiori dai ciliegi ricorre spesso nelle ultime lettere scritte dai Kamikaze alle famiglie prima della loro missione suicida.

Il fiore di ciliegio venne riprodotto anche sui lati degli ohka, bombe guidate da razzi utilizzate contro le navi americane ad Okinawa. 







marcoforti

A caccia di energia nello spazio: i pannelli fotovoltaici giapponesi in orbita


Produrre energia usando il sole, ma direttamente nello spazio. Anche il Giappone studia nuove forme di produzione di energia in orbita.
 Quella che finora faceva parte solo del mondo della fantascienza potrebbe diventare realtà entro 15 anni, secondo una proposta dei ricercatori della Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA). 

L'agenzia spaziale giapponese ha già una roadmap che porterà allo sviluppo nel 2030 di un sistema commerciale da 1 GW, la stessa quantità di una tipica centrale nucleare. 
Merito di un sistema di specchi presente in orbita, in grado di riflettere la luce del sole su enormi pannelli, inviando poi tutto alla Terra. 
 Gli scienziati giapponesi hanno già trasmesso con successo l'energia in modalità wireless aprendo la strada ai sistemi di energia solare spaziali.
 I ricercatori hanno usato le microonde per fornire 1,8 kilowatt di potenza.
 Come? Attraverso delle isole artificiali collegate alla rete e con 5 miliardi di minuscole antenne, che convertono l'energia a microonde in corrente elettrica. 
Sopra di loro, a 36.000 km una serie di collettori solari giganti in orbita geosincrona.
 Un piano ambizioso ma non impossibile, secondo l'Agenzia spaziale giapponese.
 Sul fronte tecnico, i recenti progressi nella trasmissione di potenza wireless consentono lo spostamento di antenne per l'invio di un fascio preciso a grandi distanze. 

 Oggi si cercano soluzioni pulite per la produzione di energia, anche alla luce delle conseguenze sempre più gravi dei cambiamenti climatici.
 La tendenza all'abbandono delle fonti fossili però deve essere supportata e spinta da forme alternative di produzione di energia. Le tecnologie esistenti, fotovoltaico ed eolico in testa, hanno già un ruolo importante nel mix energetico globale ma con i loro limiti.
 I grandi parchi solari ed eolici occupano enormi distese di terra e sono penalizzati oggi dall'intermittenza.
 Esse sono in grado di produrre energia solo in presenza di luce solare, nel caso del fotovoltaico, e di vento, nel caso dell'eolico.
 E qui si inserisce l'idea giapponese.

 I collettori solari spaziali (Solar Power Satellite, SPS) in orbita geosincrona sarebbero in grado di generare potenza quasi 24 ore al giorno.
 Il Giappone ha un particolare interesse a trovare una fonte di energia pulita: l'incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi ha indotto alla ricerca di alternative ma il paese non ha grandi quantità di combustibili fossili e non ha neanche abbondanza di terreni inutilizzati dove installare impianti rinnovabili. 
 Si guarda allora al cielo. 

Il concept è stato proposto ufficialmente per la prima volta nel 1968 dall'ingegnere aerospaziale americano Peter Glaser. 
Nel 1970, la Nasa e il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti effettuarono alcune ricerche sull'energia solare nello spazio e nel corso dei decenni successivi sono stati proposti vari tipi di satelliti a energia solare (SPSS).


Nessuno però ha mai raggiunto l'orbita a causa dei costi e della fattibilità tecnica. 
Tuttavia, le tecnologie in questione hanno fatto passi da gigante negli ultimi anni.
 Gli SPS sarebbero una struttura di peso superiore a 10mila tonnellate e con un diametro di diversi chilometri.
 Per completare e gestire un sistema elettrico basato su tali satelliti, si dovrebbe dimostrare la padronanza della trasmissione di potenza senza fili, di trasporto spaziale, la costruzione di grandi strutture in orbita, l'assetto del satellite e il controllo in orbita, la generazione di energia e la gestione dell'alimentazione. 

Di queste sfide, è la trasmissione di potenza wireless quella più difficile.
 Ed è in questo settore che la Jaxa ha concentrato la sua ricerca.

 Il modello giapponese sarebbe caratterizzato da due specchi per riflettere la luce solare su altrettanti pannelli fotovoltaici.
 Questo modello sarebbe più difficile da costruire, ma potrebbe generare energia continuamente.
 I pannelli fotovoltaici genererebbero corrente poi convertita in microonde dal satellite. 
Le antenne-microonde riceverebbero un segnale da terra consentendo a ogni pannello la trasmissione separatamente.
 Una volta che il fascio di microonde colpisce la stazione ricevente, le antenne trasformerebbero le microonde in corrente continua. Infine, un convertitore produrrebbe corrente alternata, da immettere in rete.

 Secondo i calcoli della Jaxa, attorno al 2020 potrebbero partire i lavori per un sistema da 100 KW. 
Successivamente si passerebbe alla costruzione di un impianto da 2MW e poi da 200 MW fino a potenziarlo fino a 1 GW nel 2030.

 Francesca Mancuso

martedì 24 marzo 2015

Il pappagallo delle Seychelles


Le isole sono luoghi speciali, dove si incontrano alcuni degli animali più rari al mondo.
 Si tratta di invertebrati, ma spesso anche uccelli, mammiferi, rettili o piante che “derivano” da antenati presenti sui maggiori continenti e che, dopo un lungo isolamento, risultano talmente diversi da essere classificati come specie separate. 
Oggi, grazie agli studi sul DNA, queste differenze diventano sempre più evidenti e la separazione tra le specie è un processo più semplice che in passato.
 E’ proprio quello che è appena avvenuto con il pappagallo delle Seychelles, prima ritenuto una sottospecie del pappagallo Vasa (Coracopsis nigra), presente in Madagascar, e ora classificato come una specie distinta, Coracopsis barklyi, grazie agli studi compiuti dalla SIF (Seychelles Island Foundation). 
Così arriva a 13 il numero totale di specie di uccelli endemiche delle Seychelles, che diventano quindi, una destinazione sempre più interessante per gli amanti della natura.
 Anche perché molti di questi animali sono facilmente osservabili: il nostro pappagallo si incontra solo sull’isola di Praslin, di solito nei dintorni della Valleè de Mai, una delle foreste di palme più preziose e sorprendenti al mondo


Bisogna ammettere che non è difficile classificare specie nuove sulle isole: si può essere abbastanza sicuri che ogni studio approfondito, soprattutto su piccoli animali o piante in località remote, conduca a qualche scoperta.
 Capita anche da noi, nelle più piccole isole del Mediterraneo come Lampedusa, per esempio, che ha una lunga lista di specie endemiche, anche se non si tratta di uccelli, ma di invertebrati e piante.
 Il problema maggiore, con questi organismi così unici e speciali (e in un certo senso anche “facili da scoprire”), è la loro vulnerabilità agli agenti esterni e ai cambiamenti, perché le popolazioni sono spesso molto ridotte.


Secondo la SIF i pappagalli delle Seychelles sono tra i 520 e i 900 individui, tutti su un’isola ben più piccola della nostra Elba e, anche se sono protetti e in buona salute, risultano comunque vulnerabili a qualunque fattore esterno.
 Per esempio, all’invasione dei parrocchetti dal collare (Psittacula krameri), uccelli molto adattabili che si trovano anche in alcune città italiane, e che sono stati introdotti decenni fa dall’uomo alle Seychelles e sono ormai molto comuni sulla grande isola di Mahè. C’è il timore che possano trasferirsi in volo a Praslin, che dista solo 50 km, e trasmettere malattie ai preziosi pappagalli endemici, molto più delicati.
 Per questo è in corso un programma di rimozione dei parrocchetti introdotti, che per la nuova specie sono probabilmente la minaccia più grave.

 Fonte www.rivistanatura.com

lunedì 23 marzo 2015

Pika di Ili: in Cina fa la sua ricomparsa dopo 20 anni il tenero animaletto che vive in alta quota


Sembra un peluche ma è un animaletto delizioso a tutti gli effetti.
 È ricomparso in Asia col suo musetto peloso il Pika di Ili (Ochotona iliensis), un piccolo mammifero dell'ordine dei lagomorfi, cuginetto di lepri e conigli, che fu scoperto tra le montagne della Cina nord-occidentale nel 1983 da Weidong Li, uno scienziato dell'Istituto dello Xinjang per l'Ecologia e la Geografia.
 Non si faceva rivedere da ben 20 anni. 
 Durante le sue ricerche sulle risorse naturali e le malattie infettive, Weidong Li trovò una piccola creatura dalla folta pelliccia e dalla tenera faccia da orsetto, evidentemente mai individuata prima. 
Ne inviò un campione all'Accademia cinese delle Scienze e si rese infatti conto che si trattava di una nuova specie. 
Da allora sono stati segnalati solo 29 avvistamenti diretti del Pika di Ili, poi per anni se ne è avuta più traccia.
 Fino al 2014, quando Li si è rimboccato le maniche e ha chiamato a raduno un gruppo di volontari proprio per cercare il Pika sulle sue montagne.
 Ed ecco qui che quel simpatico musetto è rispuntato fuori.
 I pika, o "ocotoni", sono diffusi, oltre che in Asia, anche in Europa orientale e in America del Nord.
 Come altre specie nordamericane, il Pika di Ili vive tra i 2.800 e i 4.100 metri e si nutre soprattutto di erbe e piante montane.
 È di piccole dimensioni, ha un corpo tozzo con zampe corte e robuste, delle orecchie arrotondate e coda cortissima.


Come tutti gli animali che vivono ad alta quota, è molto sensibile ai cambiamenti del suo habitat: negli anni Novanta la sua popolazione era stimata a 2.000 individui, ma secondo l'Unione internazionale per la Conservazione della Natura da allora è in costante diminuzione. 
Secondo la Lista Rossa della IUCN e il governo cinese la specie è considerata a rischio di estinzione.
 Quali sono i più grandi pericoli? Manco a dirlo lo sfruttamento intensivo dei pascoli da parte degli allevatori di bestiame e l'inquinamento atmosferico, che potrebbero togliergli via via del cibo vitale e metterlo a rischio estinzione.
 È per questo che Weidong Li spera che questo ritorno in scena del pika porti a un'iniziativa per la creazione di aree protette. 

 Germana Carillo

Dal DNA le radici degli schiavi del XVII secolo


Un gruppo internazionale di ricerca ha identificato l'etnia e il luogo di provenienza di tre schiavi neri deportati in America, i cui resti erano stati rinvenuti nella capitale dell'isola caraibica di Saint Martin nel 2010. 
Si tratta della prima volta che si riesce a usare DNA antico e mal conservato per identificare con elevata specificità le origini etniche di soggetti morti alla fine del XVII secolo.

 La nuova tecnica di analisi del genoma – descritta insieme ai risultati ottenuti in un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Science” a prima firma Hannes Schroeder, dell'Università di Copenaghen - apre la strada a una maggiore comprensione del commercio di schiavi, ma potrà anche influenzare in modo determinante la prassi delle ricerche genealogiche e storiche. 

 Malgrado vi sia un'ampia conoscenza storica del commercio degli schiavi africani, l'effettiva composizione demografica dei circa 12 milioni deportati dall'Africa occidentale e centro-occidentale al Nuovo Mondo tra il 1500 e il 1850 è sempre rimasta sfuggente.

 Era noto che i tre individui ritrovati nella zona di Zoutsteeg - due uomini e una donna fra i 25 e i 45 anni – facevano parte della prima ondata di schiavi arrivati a St. Martin dall'Africa fra 1680 e il 1690 per lavorare nelle locali saline, e che quando morirono furono sepolti senza bara, sotto la sabbia ai bordi di uno stagno salmastro. Ora le analisi hanno rivelato che uno scheletro era di un uomo appartenente a un gruppo di lingua bantu del Camerun settentrionale, mentre gli altri due appartenevano a gruppi non bantu della Nigeria e del Ghana.


"Siamo stati in grado di stabilire che, anche se i tre individui sono stati trovati nello stesso sito e forse erano persino arrivati sulla stessa nave, avevano affinità genetiche con popolazioni africane differenti", ha detto Maria C. Avila-Arcos, coautrice dell'articolo.”Molto probabilmente parlavano lingue diverse, con le relative difficoltà di comunicazione.
 Questo ci deve far riflettere su due questioni: la reale dinamica del commercio di schiavi fra le due sponde dell'Atlantico, e in che modo questa drammatica mescolanza etnica può aver influenzato le comunità e identità dei neri delle Americhe."

 Per riuscire a effettuare l'analisi genetica Schroeder e colleghi hanno dovuto adottare una tecnica innovativa: il genoma antico di reperti rinvenuti in regioni dal clima caldo umido è infatti molto degradato, compreso quello – usato anche in questo studio - ricavabile dalle radici dei denti, che è relativamente protetto dalle intemperie e dalle contaminazioni.

 I ricercatori hanno quindi perfezionato la cosiddetta tecnica di acquisizione dell'intero genoma sviluppata nel laboratorio di Cerlos D. Bustamante della Stanford University, coautore dell'articolo e già membro del gruppo di ricerca che nel 2012 determinò il fenotipo e le affinità genetiche di Ötzi, l'uomo del Similaun. 
 In questo approccio si espone il campione di DNA a un vasto repertorio di molecole di RNA umano, a cui si legano i frammenti di DNA degradato. 
In questo modo è possibile isolare tutti i frammenti di DNA ancora abbastanza integri e quindi "rimontarli" per ricostruire al computer una mappa del genoma molto più precisa di quanto sarebbe possibile con le tecniche di analisi genetica classiche.
 L'effetto di questa procedura, spiegano gli autori, è un po' quello che si ottiene rimescolando della terra ricca di ferro per poi esporla a un potente magnete.

 Fonte: lescienze.it

Vichinghi e Arabi: un anello conferma il loro incontro


Spesso si sente parlare del coraggio dei vichinghi e dell’audacia che li avrebbe portati a conquistare molte terre e a esplorarne molte altre, comprese quelle del nord America.
 Ora giunge notizia che il misterioso popolo dell’estremo nord europeo ebbe anche stretti contatti con i paesi arabi. Lo dimostra l’anello di una vichinga del nono secolo, scoperto tempo fa, ma analizzato solo oggi.
 Il reperto ha permesso di identificare un’antica scritta araba, all’interno di un vetro colorato, indicante la parola “per Allah” o “Allah”. 
 Gli archeologi ritengono che l’anello sia stato forgiato da un artigiano arabo e poi immediatamente destinato al popolo scandinavo.
 La ricerca conferma l’attitudine esplorativa dei vichinghi che li avrebbe portati a visitare molti centri del Mediterraneo e del medio oriente.

 Fonte www.rivistanatura.com
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