mercoledì 18 marzo 2015
Stonehenge serviva a sostenere un altare per "essere più vicini al cielo"?
Che si trattasse di un tempio druido, di un calendario astronomico o di un centro per le guarigioni, il mistero di Stonehenge ha alimentato un dibattito senza fine nel corso dei secoli.
Alle varie ipotesi avanzate, si aggiunge quella proposta dallo storico Julian Spalding, ex direttore di alcuni dei più importanti musei del Regno Unito.
A suo parere, il cerchio di pietre preistorico era in realtà un antico altare utilizzato per avvicinarsi al cielo.
I megaliti non sarebbero stati utilizzati per celebrare riti a livello del suolo, ma per sostenere una gigantesca piattaforma di legno circolare in grado di sostenere il peso di centinaia di persone e sulla quale venivano effettuare le cerimonie religiose.
«Si tratta di una teoria completamente diversa rispetto a quelle avanzate in precedenza», spiega Spalding al Guardian. «Tutte le interpretazioni finora proposte potevano essere ritenute plausibili. Ma abbiano studiato Stonehenge nel modo sbagliato, da terra, cioè da un punto di vista tipico del 20° secolo.
Non abbiamo considerato cosa pensassero i costruttori quando hanno concepito il monumento».
Secondo lo studioso, bisogna guardare ad altri monumenti simili in altre parti del mondo, come quelli scoperti in Cina, Perù e Turchia, i quali sono stati costruiti per dirigersi “verso l’alto” e con geometria circolare, legati anch’essi ai movimenti celesti.
«Nei tempi antichi, nessuna cerimonia spirituale sarebbe stata celebrata a terra», continua Spalding. «Abbiamo osservato Stonehenge da una prospettiva moderna, legata alla terra. Tutti i grandi altare del passato suggeriscono che mai si sarebbe celebrato un rito celeste a contatto con l’umile terra, cosa che sarebbe stata offensiva per gli essere immortali».
Tuttavia, con il passare dei millenni il legno della piattaforma è marcito, lasciando solo i pilastri di pietra che una volta lo sostenevano.
I blocchi di Stonehenge sono di diabase, una roccia bluastra con delle macchie bianche che somigliano alle stelle:
«Questi megaliti, di peso compreso tra le due e le quattro tonnellate ciascuno, sono stati trasportati per 400 km, un risultato straordinario per quei tempi, il che indica che Stonehenge è stata un enorme impresa comune», dice Spalding.
Lo studioso ritiene che i fedeli accedessero all’altare sopraelevato tramite una rampa o delle scale in legno, muovendosi poi in circolo seguendo il movimento delle stelle per celebrare alcune cerimonie dedicate, come il solstizio o il funerale di un re.
La teoria di Spalding nasce da una visita al sito archeologico di Gobleki Tepe, nella Turchia meridionale, simile a Stonehenge, ma più antico di 6 mila anni.
Lo scopo dei pilatri a forma di “T” di Gobleki Tepe rimane ancora un mistero, ma Spalding ritiene che anche in quel caso servissero come sostegno a una qualche piattaforma rialzata.
Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/
martedì 17 marzo 2015
Il castello Nido di rondine
Nido di rondine è un castello decorativo vicino a Jalta, in Crimea. Fu costruito in stile neogotico fra il 1911 e il 1912 vicino a Gaspra, su una scogliera a strapiombo sul mare (40 metri di altezza) ed è opera dell'architetto russo Leonid Sherwood.
Il castello domina il capo di Ai-Todor sul Mar Nero e sorge a poca distanza dalle rovine dell'accampamento romano di Charax.
Nido di rondine è uno dei monumenti più visitati della Crimea ed è divenuto il simbolo della costa meridionale della penisola.
Il primo edificio sulla scogliera fu costruito per un generale russo nel 1895 circa.
La prima struttura era un cottage in legno chiamato romanticamente il "Castello dell'Amore".
Successivamente la proprietà del cottage passò a A. K. Tobin, un medico della Corte dello zar.
Nel 1911 il barone von Steingel, un nobile tedesco del Baltico che aveva fatto fortuna estraendo petrolio a Baku, acquistò il cottage di legno e nell'arco di un anno lo sostituì con l'edificio attuale.
Il gotico scozzese e lo stile neomoresco erano stati introdotti in Crimea negli anni 1820 da Edward Blore, l'architetto del palazzo di Alupka (1828-1846).
Paragomato ad Alupka e a Koreiz, il Nido di rondine è più simile allo stile di alcuni castelli tedeschi come il Castello di Neuschwanstein, il Babelsberg di Potsdam e il Castello di Stolzenfels, sebbene l'ambientazione a picco sul mare ricordi piuttosto la torre di Belém a Lisbona.
Nel 1914 von Steinheil vendette l'edificio a P. G. Šelaputin per farne un ristorante.
Per breve tempo dopo la Rivoluzione russa, il castello fu usato solo come attrazione turistica. Negli anni trenta, l'edificio fu utilizzato come sala di lettura della vicina colonia marina "Žemčužina"
Nel 1927 il castello Nido di rondine sopravvisse ad un grave terremoto di intensità fra 6 e 7 della scala Richter.
L'edificio non fu danneggiato, ad eccezione di alcuni dettagli decorativi che caddero nel mare insieme con una piccola parte della scogliera.
Tuttavia nella scogliera si aprì una vasta crepa e per i successivi quarant'anni il castello fu chiuso al pubblico.
Il rinnovo e il restauro del castello furono intrapresi nel 1968.
Il progetto prevedeva il restauro di una piccola porzione del castello e l'aggiunta di una soletta di cemento per rinforzare la scogliera.
L'edificio ha dimensioni piuttosto ridotte (lunghezza di 20 m e larghezza di 10 m).
Il progetto originale prevedeva un ingresso, una stanza per gli ospiti, una scala per la torre e due camere su differenti livelli nella torre.
L'interno della stanza per gli ospiti è decorato con pannelli di legno, mentre le pareti delle altre stanze presentano stucchi e dipinti.
Un balcone panoramico circonda l'edificio, con una magnifica vista sul mare e sulla distante costa di Jalta.
Fonte: wikipedia
La piramide nera "fluorescente" con l'occhio che tutto vede
È considerato uno dei più grandi misteri insoluti del terzo millennio.
Si tratta di una Piramide ricavata da una pietra nera, decorata con i simboli attribuiti alla setta degli Illuminati di Baviera (17° secolo d.C.).
La piramide, infatti, presenta incise tredici file di mattoni, su cui si staglia l’enigmatico “occhio che tutto vede”, tutto molto simile alla piramide che compare sulla banconota americana da un dollaro. Nulla di strano, se non fosse per il fatto che la reliquia presenta alcuni caratteri incisi in quelli che sono stati riconosciuti come appartenenti all’alfabeto pre-sanscrito, ovvero la lingua matrice del sanscrito in uso circa 4 mila anni fa.
Dunque, come è possibile coniugare nello stesso oggetto un simbolo del 18° secolo con un’iscrizione del 3°-4° millennio a.C.? Le decorazioni “massoniche” sono state realizzate in un secondo momento?
Oppure, la Piramide Nera indica che la tradizione degli “illuminati” è molto più antica di quanto si pensi?
È possibile che gli aderenti a questa setta siano in possesso di conoscenze occulte risalenti al passato remoto dell’umanità e che facciano riferimento agli “antichi dei” che discesero sulla Terra?
Grandi domande, per poche risposte disponibili.
Il ritrovamento della Piramide Nera si deve all’ingegnere Elias Sotomayos, il quale, tutt’altro che interessato a misteriosi reperti archeologici, era impegnato in una corsa all’oro nella giungla di La Manà, Ecuador.
Nel corso della spedizione, il cercatore d’oro si imbatté in un tunnel che si addentrava per più di 100 metri nelle viscere delle montagne ecuadoregne, fino ad arrivare in una camera con più di 300 reperti di origine sconosciuta, tra cui figurava la Piramide Nera.
Altre ai mattoni incisi e alla scritta in pre-sanscrito, la piramide presenta un ulteriore componente interessante: un occhio intarsiato alla sommità della piramide realizzato con un misterioso materiale che si mostra fluorescente quando illuminato da luce ultravioletta, così da brillare come un occhio vero.
Tuttavia, secondo il ricercatore austriaco Klaus Dona, cercatore di “oggetti fuori posto” (Ooparts), l’occhio sulla piramide non sembra umano; l’intento della fluorescenza era forse quello di renderlo come “occhio divino”, illuminato e illuminante.
La Piramide Nera, sotto la base, presenta un altro affascinante dettaglio: un intarsio piatto realizzato con poco oro che riproporrebbe la disposizione delle tre stelle della Cintura di Orione.
Inoltre, sempre sulla base, sono incisi cinque simboli che secondo il professor Kurt Schildmann (1909-2005), uno dei linguisti più esperti al mondo e presidente dell’Associazione Linguistica Tedesca, sarebbero caratteri dell’alfabeto pre-sanscrito, una lingua molto più antica del sanscrito, di cui sarebbe la matrice.
Il professor Schildmann è riuscito a decifrare la scrittura, ottenendo questa traduzione:
“Il Figlio del Creatore viene da qui…”
Molte antiche pietre e manufatti in terracotta presentano la stessa scrittura, nonostante siano stati scoperti nei più disparati angoli della terra: Ecuador, Colombia, Illinois, Francia, Malta, Australia e Italia.
«Questo significa che un tempo questa scrittura esisteva in tutto il mondo, e che ci deve essere stata una grande civiltà globale più antica del sanscrito, precedente ai 6 mila anni fa», commenta Dona. «Il professor Schildmann mi disse che questa scrittura somiglia alla scrittura dell’Indo e a quella trovata sull’Isola di Pasqua.
Come lui stesso mi spiegò, è una lingua più antica del sanscrito. Fu lui a battezzarla “pre-sanscrito”».
L’artefatto di La Manà davvero potrebbe essere il più grande segreto mai scoperto, il quale suscita una serie di domande inquietanti: chi è il “Figlio del Creatore”? Veniva da Orione? Perché i massoni utilizzano la Piramide Nera come loro icona?
C’è un legame che travalica i millenni tra gli dèi che governavano il mondo, Atlantide e i componenti della setta degli Illuminati?
Gli illuminati, sono i discendenti degli “dèi” che ancora governano il mondo dietro le quinte?
Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/
Rosa di Jericho: cos'è, a cosa serve e come prendersene cura
La Rosa di Jericho è originaria della Terra Santa.
Fu portata in Europa dai crociati e dai pellegrini, accompagnata da numerose leggende. La più diffusa riguarda la capacità della Rosa di Jericho di donare ai pellegrini acqua dissetante per sostenerli lungo il cammino.
In Europa si pensa che possedere la Rosa di Jericho ed ospitarla nella propria casa sia in grado di attirare la felicità tra le mura domestiche.
La Rosa di Jericho appartiene a una categoria di piante di origine desertica. E' un simbolo di lunga vita e bellezza, oltre che di serenità.
Tali varietà vegetali vengono chiamate "piante della resurrezione". Queste piante si chiudono a riccio quando vengono private d'acqua e si aprono e rinverdiscono quando vengono dissetate.
La Rosa di Jericho è utile per assorbire il fumo e i cattivi odori in casa e per profumare le stanze in modo naturale.
La Rosa di Jericho a prima vista è un bulbo apparentemente senza vita. Ma nel corso del tempo si aprirà dischiudendo completamente i suoi rami e assumerà un bel colore verde.
Per permettere alla Rosa di Jericho di fiorire la dovrete posare in una ciotolina o in un sottovaso con mezzo centimetro d'acqua fredda, tiepida o anche calda.

La temperatura dell'acqua determinerà la tonalità di verde che la vostra Rosa di Jericho potrà assumere.
In breve tempo vedrete la vostra Rosa di Jericho rifiorire e mostrare foglie e rametti. Sarà pronta per aiutarvi a contrastare i cattivi odori senza ricorrere ai deodoranti per ambienti comunemente in vendita.
Dovrete imparare a rispettare il ciclo della pianta. Non lasciate la Rosa di Jericho in acqua per più di 2 o 3 giorni consecutivi. Controllate che l'acqua irrori bene tutte le radici.
A questo punto potrete far asciugare di nuovo la Rosa di Jericho. Toglietela dall'acqua e vedrete che si seccherà completamente. Ritornerà in uno stato di riposo e riprenderà una forma molto simile a quella che aveva al momento dell'acquisto.
Potrete decidere di conservarla disidratata a lungo o di rimetterla in acqua dopo 15-20 giorni per rivederla fiorire.
Ciò perché la Rosa di Jericho è originaria di luoghi aridi, dunque è abituata a sopravvivere anche senz'acqua. Può vivere senza acqua e senza terra anche per anni.
Le donne beduine bevono l'acqua della Rosa di Jericho perché pensano abbia proprietà curative, come la capacità di alleviare i dolori.
In Europa in Italia l'utilizzo principale resta comunque quello di prevenire e assorbire i cattivi odori degli ambienti domestici.
Nel suo ambiente naturale, il ciclo vitale della Rosa di Jericho si conclude all'inizio della stagione secca, quando la pianta disidratandosi ripiega i rami in una massa sferoidale compatta. Questo protegge i semi e ne previene una dispersione prematura.
I semi dormienti possono rimanere vitali per anni.
Seguendo il ciclo di apertura e chiusura la Rosa di Jericho durerà molto a lungo.
Alcuni pensano che la Rosa di Jericho possa vivere in eterno.
Marta Albè
Gioielli con artigli d'aquila in un sito Neanderthal della Croazia
Mammut, bisonti, rinoceronti lanosi: tra tutti gli animali abbattuti dai Neanderthal, il più temibile non era probabilmente cacciato per procurarsi del cibo.
O almeno, non solo: otto artigli d'aquila bucati e lavorati a guisa di gioielli sono stati rinvenuti in un sito Neanderthal della Croazia.
I reperti antichi di 130 mila anni, erano stati scoperti più di un secolo fa dal geologo Dragutin Gorjanović-Kramberger, in un riparo roccioso nei pressi di Krapina, nel nord della Croazia, insieme a un tesoro di resti animali, strumenti di pietra, ossa e denti Neanderthal.
Kramberger dovette inviarli a qualcuno per un consulto, e non li vide più tornare.
David Frayer, paleoantropologo dell'Università del Kansas, li ha rivisti un anno fa nel Museo di Storia Naturale di Zagabria, e descritti in un articolo appena pubblicato su PLoS ONE.
Gli artigli appartengono a un'aquila di mare (Haliaeetus albicilla) il più grande predatore dell'aria d'Europa, con un'apertura alare di 2 metri.
«Sono uccelli potenti - dice Frayer - ci vuole una certa dose di coraggio, ma anche di incoscienza, per acciuffarne uno».
Piume e artigli di rapaci sono stati rinvenuti in altri siti Neanderthal prima d'ora: alcuni, meno lavorati, sono stati ritrovati in alcune grotte a Gibilterra.
Ma quelli di Krapina sono il tesoro - o forse è meglio dire, la parure - più completa e antica mai ritrovata, con reperti appartenenti ad almeno tre uccelli diversi.
Presentano tacche volutamente intagliate, sfaccettature create ad hoc, e tagli - presumibilmente quelli effettuati per staccarli dalla zampa - smussati.
Molti sembrano quasi essere stati lucidati.
Insomma una "bigiotteria" raffinata, che confermerebbe l'esistenza di un pensiero simbolico (la capacità di vedere un oggetto come rappresentazione di qualcosa e non solo come un utensile pratico) già da prima dello sviluppo dei Sapiens.
Fonte : focus.it
lunedì 16 marzo 2015
In Israele è stata trovata una grande maschera di bronzo del dio Pan
Una grande maschera di bronzo del dio Pan: una rarità, visto che fino ad ora del figlio di Ermes e della ninfa Driope, mezzo uomo e mezzo caprone, si avevano, di quella foggia, soltanto miniature.
La maschera è stata scoperta da archeologi israeliani dell’Università di Haifa, durante gli scavi a Hippos-Sussita, l’antica città di Antiochia Hippos sulle montagne che scendono verso il Lago di Tiberiade nel nord di Israele e che era viva tra il III secolo prima e il VII dopo Cristo.
. Il motivo dell’eccezionalità della scoperta è stato spiegato dal direttore degli scavi Michael Eisenberg: maschere di bronzo di quel taglio sono estremamente rare e di norma non raffigurano il dio Pan o alcuna altra immagine della mitologia greca e romana.
«Gran parte delle maschere di bronzo del periodo ellenistico o romano - ha spiegato Eisenberg - sono miniature».
Gli scavi effettuati a Hippos-Sussita stanno sempre più rivelando tesori di grande importanza: nel 2011, anche grazie alle piogge torrenziali, è stata trovata una statua di Ercole, mentre nel 2012 ad essere scoperta è stata una stele funeraria di basalto con la scultura della persona deceduta.
Ora arriva l’unica maschera di bronzo di grandezza non usuale del dio fauno.
I primi indizi che hanno portato all’identificazione del personaggio mitologico sono stati due piccoli corni sulla testa, appena nascosti da una coppiglia (una barretta di metallo che impedisce ad un dado di svitarsi). Corni come quelli - ha raccontato Eisenberg - di norma sono associati appunto al dio della musica e dei piaceri.
Inoltre, analisi di laboratorio hanno rivelato trecce di una barba da caprone, lunghe orecchie appuntite e altre caratteristiche tipiche del satiro.
La maschera è stata trovata fuori del limite della città, nei pressi dei resti di una struttura di basalto dai muri spessi e ben costruiti. Queste caratteristiche hanno suggerito agli archeologi l’ipotesi di un ampio edificio risalente al periodo romano: in particolare ad un altare dedicato a Pan situato sulla strada principale della città, ma al di fuori dei suoi confini.
Del resto - hanno spiegato gli studiosi - era uso che il fauno fosse adorato non solo nei templi cittadini, ma anche nelle cave e all’aperto. E non è un caso che, ad esempio, nella vicina città di Paneas, a nord di Hippos-Sussita, uno dei maggiori templi dedicati a Pan fosse proprio dentro una cava.
«Il fatto che il dio fosse celebrato con vino, sacrifici e culto estatico, che a volte includeva nudità e sesso, spiega il motivo per cui - ha detto Eisenberg - venissero preferiti luoghi al di fuori della mura cittadine».
larena.it
Lo straordinario “Paradiso Boemo”, splendore e mistero del pianeta Terra
Già il nome lascia immaginare lo spettacolo unico e irripetibile che si presenterà ai nostri occhi: “Paradiso Boemo” (Ceský ráj), un area protetta nel cuore della Repubblica Ceca, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Non sorprende che l’area in cui si trova il Geoparco Boemo, compresa tra le cittadine di Turnov, Mnichovo Hradište e Jicín, sia stata scelta come soggetto da numerosi artisti praghesi.
Nel corso di milioni di anni, il sole, la pioggia e il vento hanno scolpito le rocce di arenaria, creando delle strutture stupefacenti, guglie slanciate e pilastri che sembrano canne di un colossale organo.
Ma all’occhio umano che si avventura nell’esplorazione di questo luogo incredibile, non manca di riconoscere nelle rocce modellate dal tempo volti umani, animali e, addirittura, una coppia di sposi che, secondo la leggenda, furono trasformati in statue di pietra.
Nel corso della storia geologica della Terra, la zona del Geoparco Boemo è stata più volte sommersa dalle acque del mare.
I sedimenti depositati dal mare mesozoico hanno creato la base delle attuali colonne di arenaria del Paradiso Boemo.
La regione, che copre una superficie di circa 92 chilometri quadrati, è altamente sismica e si trova su una caldera vulcanica molto vivace.
Negli ultimi anni, gli scienziati hanno notato un aumento nel movimento del magma verso la superficie, con un relativo aumento della sismicità sul confine ceco-tedesco.
Dal 1955, la zona è conosciuta come “Paradiso Boemo”, la più antica riserva naturale della Repubblica Ceca.
Si trova a 100 chilometri a Nord-Est di Praga ed è situata ad un’altitudine che varia dagli 800 ai 1600 metri sul livello del mare. Le strutture sono di varia natura e rappresentano stati diversi di sviluppo e tutta una serie di misteri geologici, paleontologici e mineralogici che i ricercatori sperano di risolvere.
Alcune delle formazioni, soprattutto al buio, sembrano sagome umane, tanto che si ipotizza che in un remoto passato, questo luogo fosse ritenuto sacro e utilizzato come tempio a cielo aperto per funzioni religiose.
La montagna simboleggia il luogo di incontro tra il cielo e la terra, tra la divinità e l’uomo, tra l’eternità e il tempo, e qui il paesaggio sembra davvero eterno e senza tempo.
Fonte: ilnavigatorecurioso
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