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martedì 10 febbraio 2015

È l’ora delle migrazioni, la natura dà spettacolo


In questo periodo dell’anno, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, miliardi di esseri viventi percorrono migliaia di chilometri per la loro sopravvivenza.
 Le migrazioni sono uno dei più grandi spettacoli della Natura, e per quanto siano state indagate e studiate, conservano ancora un alone di insondabile mistero.
 Lonely Planet ha pubblicato in un volumetto, «You Only Live Once» («Si vive solo una volta»), una mappa con le migrazioni più importanti della Terra, uno spettacolo che sfugge a chiunque viva in città, e che viene distrattamente sfiorato solo quando, passando da un canale all’altro della tv, si imbatte in un documentario.

  Tutti concordano nel dire che lo spostamento di animali più straordinario nella sua bellezza e tragicità è quello degli gnu, che dopo avere passato l’inverno a Sud della piana del Serengeti si muovono verso Nord ad aprile, percorrendo un grande cerchio in senso orario e seguendo la pioggia che fa crescere l’erba.
 Centinaia di migliaia di gnu si spostano insieme, seguiti da quasi altrettante zebre, gazzelle e da ogni tipo di predatore, pronto a cibarsi dei capi che restano isolati.
 A giugno arrivano ai guadi del Grumeti e del Mara, dove da giorni li attendono migliaia di coccodrilli e avvoltoi.
 Gli gnu si radunano sulla riva, poi il più coraggioso salta nel fiume, seguito da tutti gli altri in uno dei più crudeli spettacoli che la Natura possa offrire.

 Gli scienziati sono arrivati da tempo alla conclusione che i rischi delle migrazioni sono ampiamente compensati dai vantaggi. 
Nel corso del viaggio molti esemplari muoiono a causa della mancanza di cibo, di difficoltà nell’orientamento e dell’assalto dei predatori, tra i quali l’uomo è uno dei più efficienti. Ma, dopo avere lasciato i rifugi invernali del Sud, vale sempre la pena di percorrere migliaia di chilometri per raggiungere spazi liberi e ricchi di cibo al Nord, dove è possibile nidificare e riprodursi in una relativa sicurezza.






Le rondini partono dall’Africa Sub Sahariana volando per sei settimane e percorrendo circa 320 km al giorno, per allietare in aprile e marzo le serate di chi vive in campagna in Europa.
 In questo periodo, si levano in volo anche le oche «calve» indiane, i migratori che volano più in alto di tutti: superano la catena montuosa dell’Himalaya dirette alle pianure della Mongolia salendo a quasi 7000 metri, resistendo al gelo e alla mancanza di ossigeno grazie a una particolare tecnica di iperventilazione. 
 E chissà chi guida 500 mila caribù per quasi 1000 km verso la tundra artica che a maggio si riempirà di erba, con le femmine che partono per prime, per poter partorire nel luogo di destinazione, più ricco di cibo.


La più grande migrazione di mammiferi è quella dei pipistrelli del Congo: otto milioni di esemplari passano il confine con lo Zambia per distruggere i frutti di bosco e tutto il mango del parco di Kasanka. 

 Nessuno sa con precisione come gli animali riescano ad orientarsi nei lunghi viaggi.
 L’esempio delle tartarughe marine è il più stupefacente, perché percorrono più di 10 mila chilometri nel Pacifico, dirette alle coste della California, riuscendo a compensare la deriva causata dalle correnti meglio di qualunque esperto marinaio.
 Le tartarughe verdi che depongono le uova nell’isola di Ascensione nuotano dalla costa del Brasile «appena» per 2000 chilometri, ma un errore di soli 5 gradi nella rotta le porterebbe a 80 chilometri di distanza dall’obiettivo. 
Alcuni ricercatori hanno provato a immergerne una a decine di miglia a Nord dell’isola, e un’altra a Sud. 
Quella a Nord ha raggiunto Ascensione, quella a Sud ha girovagato per un po’ e poi è tornata in Brasile.
 Un mistero che nessuno è riuscito a districare.


La balena grigia comincia ora il suo viaggio di 18.000 km verso Nord, lasciando le acque calde del Messico per il Mare Artico, dove potrà consumare una tonnellata di plancton e molluschi al giorno; le megattere abbandonano il gelo dell’Antartide e si muovono sicure verso il Nord dell’Australia, cantando felici e stordendo i branchi di pesci con l’emissione di bolle d’aria.


Nello studio di Lonely Planet manca solo una specie migratoria, quella umana, che mai ha smesso di spostarsi in massa nel corso della Storia, correndo gli stessi rischi e subendo analoghe tragedie. Alla ricerca, proprio come tutti gli altri animali, di sicurezza per la prole, di cibo e di un posto migliore dove vivere.

Fonte: LaZampa.it

Gli enigmi della Terza Piramide di Giza, nota come "Piramide di Micerino"


Nei documentari e nei reportage è spesso trascurata, forse a causa delle sue dimensioni minori.
 Il suo nome ufficiale è “Piramide di Menkaure”, più nota in Italia col nome di Micerino (forma italianizzata del greco Mykerinos, forma in cui il nome compare nelle opere dello storico greco Erodoto).
 È la terza piramide del complesso di Giza ed è intrigante almeno quanto le sue sorelle giganti più conosciute.

 L’altezza totale della Piramide di Micerino è di 65,5 metri, i lati della base quadrata misurano 103,4 metri e il volume totale è pari a 250 mila m³, ovvero un decimo di quella di Cheope, e presentando la curiosa particolarità di blocchi molto più grandi di quella di Chefren. 
 In origine la piramide doveva essere tutta ricoperta dello spettacolare granito rosso di Assuan, le cui cave si trovano a circa 900 km di distanza.
 Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro non terminato. 
Ma perché è così piccola? 
 Alcuni, frettolosamente, affermano che forse non c’era abbastanza spazio a sinistra della Piana di Giza, o che, forse, il costo di costruzione era troppo alto.
 In realtà, come oggi si ritiene, le tre piramidi di Giza riproducono la configurazione delle tre stelle della cintura della Costellazione di Orione.
 La Piramide di Micerino corrisponderebbe alla posizione della stella Mintaka, apparentemente la più piccola delle tre. Quindi le ragioni sarebbero di tipo analogico.


Mintaka è la stella più occidentale della Cintura, in quanto Alnilam e Alnitak sono osservabili, rispettivamente, a poco meno di 2° e a poco meno di 4° a sud-est da essa.

Un altro aspetto davvero curioso che Micerino condivide con le altre due piramidi è il fatto che queste strutture, in realtà, sono costituite da otto lati invece di quattro. 
 Questo fenomeno è visibile solo dall’alto, durante l’alba e il tramonto degli equinozi di primavera e autunno, quando il sole proietta ombre sulle piramidi che rivelano la particolare conformazione a otto lati.


Perché i costruttori hanno progettato e realizzato una caratteristica così difficile da vedere? 
È stata semplicemente una sofisticata scelta estetica, oppure dietro c’è una ragione pratica a noi sconosciuta? 
 Infine, le pietre di granito che rivestono l’esterno della piramide di Micerino hanno delle curiose sporgenze, caratteristica riscontrata in alcuni siti archeologici dell’America precolombiana, in particolare a Cuzco, Perù, una delle città Inca più conosciute.


Sebbene non sia mai stato trovato nessuna mummia o cadavere, gli egittologi credono che le piramidi fossero luoghi di sepoltura per i faraoni egizi.
 Ma è davvero così?
 L’interno della piramide è molto complesso. 
Presenta un ingresso a nord a circa 4 metri d’altezza che conduce in un tunnel rivestito di granito rosa di circa 32 metri e con un’inclinazione di 26° ed un successivo grande corridoio di circa 13 metri di lunghezza, 4 metri di larghezza e 4 metri di altezza. Questo corridoio sbocca in una camera posta 6 metri sotto il livello del suolo che presenta una fossa nel pavimento che doveva accogliere un sarcofago e dalla quale parte un corridoio che conduce nel nulla.


Sconcertante la massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. 
 Una caratteristica notata dagli studiosi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.
 Dunque, sebbene piccola e poco valorizzata, la Piramide di Micerino solleva una serie di questioni pari a quelle delle sorelle maggiori, spingendoci a esplorare più profondamente la mentalità di chi ha fatto il lavoro, lo scopo dello sforzo e, soprattutto, il periodo di realizzazione. 

Fonte:http://www.ilnavigatorecurioso.it/

lunedì 9 febbraio 2015

La lumaca di mare Elysia chlorotica : un ibrido animale - vegetale


La lumaca di mare Elysia chlorotica non solo somiglia ad una foglia, ma è anche di un verde brillante ed è in grado di assorbire anidride carbonica e di restare viva per mesi senza cibo, almeno fino a quando il laboratorio che la ospita è ben illuminato.
 Come esattamente questa nudibranco, chiamato comunemente elysia verde smeraldo, riesca ad ottenere l’energia solare di cui ha bisogno è una domanda che gli scienziati stanno facendosi da decenni, ma ora il puzzle delle ricerche sembra quasi completato e quello che ne viene fuori è davvero sorprendente: un ibrido animale-vegetale.
 Secondo lo studio “FISH Labeling Reveals a Horizontally Transferred Algal (Vaucheria litorea) Nuclear Gene on a Sea Slug (Elysia chlorotica) Chromosome”, pubblicato su The Bulletin Biologica da un team dal Marine Biological Laboratory del Woods Hole, «La lumaca ruba i geni dalle alghe che mangia».


Gli scienziati del Woods Hole dicono che «Questi geni contribuiscono a sostenere i processi fotosintetici all’interno della lumaca e gli forniscono tutto il cibo di cui ha bisogno. 
È importante sottolineare che questo è uno dei soli esempi noti solo di trasferimento genico funzionale da una specie multicellulari all’altra, che è l’obiettivo della terapia genica per correggere malattie su base genetica nell’uomo».

 Uno degli autori dello studio, Sidney K. Pierce, professore emerito alle università del South Florida e del Maryland, si chiede «Una lumaca di mare è un buon modello biologico per una terapia umana?» e risponde: «Probabilmente no. Ma capire il meccanismo di questo trasferimento naturale di geni potrebbe essere molto istruttivo per applicazioni mediche future».

 Per confermare che un gene dall’alga V.litorea è presente nel cromosoma del nudibranco E. chlorotica , Il team ha utilizzato una tecnica di imaging avanzata e spiega che «Questo gene produce un enzima che è fondamentale per la funzione delle “macchine” della fotosintesi chiamate cloroplasti, che sono tipicamente presenti nelle piante e nelle alghe».


Già negli anni ’70 si sapeva che l’E. chloritica “ruba” i cloroplasti alla V. litorea – un fenomeno chiamato “Cleptoplastia” – e li incorpora nelle sue cellule digestive. 
Una volta all’interno delle cellule della lumaca i cloroplasti continuano a fare la fotosintesi fino a 9 mesi, molto più a lungo di quanto lo farebbero in un’alga. 
La fotosintesi produce carboidrati e lipidi, che nutrono la lumaca». 

Per anni (e con molte polemiche scientifiche) si è studiato come la lumaca di mare verde riesce a mantenere questi organelli fotosintesi per così tanto tempo.
 A complicare le cose era stato un esperimento condotto da un team tedesco-olandese all’università di Dusseldorf .
 Infatti lo studio “Plastid-bearing sea slugs fix CO2 in the light but do not require photosynthesis to survive”, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B il 20 novembre 2013, sottolinea che «Molti nudibranchi sacoglossan (Plakobranchoidea) si nutrono di plastidi di grandi alghe unicellulari.
 Quattro specie – chiamate specie long-term retention (LtR) – sono note per sequestrare i plastidi ingeriti all’interno delle cellule specializzate della ghiandola digestiva.
 Lì, i plastidi rubati (cleptoplastia) rimangono fotosinteticamente attivi per diversi mesi, durante i quali le specie LtR possono sopravvivere senza ulteriore assorbimento di cibo. 

La longevità dei cleptoplastidi è stato a lungo un rompicapo, perché le lumache non sequestrano nuclei di alghe che potrebbero sostenere la manutenzione del fotosistema. È opinione diffusa che le lumache sopravvivano alla fame mediante la fotosintesi cleptoplastica, ma le prove dirette a sostegno di questo punto di vista sono carenti».


Il team tedesco-olandese però aveva dimostrato che due plakobranchidi LtR, Elysia timida e Plakobranchus ocellatus, «incorporano 14CO2 in prodotti acidi stabile rispettivamente 60 e 64 volte più rapidamente alla luce che al buio» e che «Nonostante questa capacità di fissazione della CO2 dipenda dalla luce, sorprendentemente, la luce non è essenziale per le lumache per sopravvivere alla fame.
 Animali LtR sono sopravvissuti a diversi mesi di digiuno, al buio completo e nella luce in presenza dell’inibitore della fotosintesi monolinuron, tutto senza perdere peso più velocemente rispetto agli animali di controllo.
 Contrariamente alle opinioni correnti, i cleptoplastidi sacoglossan sembrano digerire lentamente le riserve di cibo, non una fonte di energia solare».

 Ma ora Pierce dice che il nuovo studio cambia ulteriormente le cose: «Questo documento conferma che uno dei diversi geni algali necessarie per riparare i danni ai cloroplasti e mantenerli funzionanti è presente sul cromosoma della lumaca.
 Il gene è incorporato nel cromosoma della lumaca e trasmesso alla generazione successiva di lumache. 
Mentre la prossima generazione dovrà nuovamente assumere i cloroplasti delle alghe, i geni per mantenere i cloroplasti sono già presenti nel genoma della lumaca. 
Non c’è nessun modo sulla terra perché i geni di un’alga possano funzionare all’interno di una cellula animale. 
Eppure qui lo fanno. Permettono all’animale a fare affidamento sul sole per la sua alimentazione. 
Quindi, se succede qualcosa alla sua fonte di cibo, ha un modo per non morire di fame fino a quando non trova le alghe da mangiare. Questo adattamento biologico è anche un meccanismo di rapida evoluzione.
 Quando si verifica un trasferimento di successo di geni tra specie, l’evoluzione può avvenire sostanzialmente da una generazione all’altra, piuttosto che su una scala di tempo evolutivo di migliaia di anni».

 Fonte: http://www.greenreport.it

Tibet, la rete di trafficanti che fa affari con tigri e serpenti


Il commercio di animali pregiati è un business che vale 20 miliardi di dollari l’anno. 
In diverse parti dell’Asia conviene di più trafficare in tigri che in droga.

 Uno degli snodi centrali di questo mercato internazionale è la capitale spirituale del buddhismo, Lhasa, in Tibet, come documentato di recente da una studiosa della City University di Hong Kong. 
I clienti convergono a Lhasa da tutto il mondo per comprare pelli, ossa e persino il pene dei felini. 

 Le tigri sono una delle specie a maggior rischio di estinzione, non solo a causa dei cambiamenti del loro habitat naturale, ma anche per effetto del crimine organizzato.
 Cento anni fa vi erano centomila esemplari nel mondo. Oggi ne sono rimasti meno di tremila, la maggior parte in India. 

Nonostante la «Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione» sia stata firmata da 180 Paesi, i trafficanti continuano il loro disdicevole commercio per soddisfare clienti in Asia, Europa e Stati Uniti. Me ne sono accorto io stesso quando, due anni fa, sono atterrato all’aeroporto di Dali, una città nella provincia cinese dello Yunan.
 Lo scopo del mio viaggio era raggiungere il confine con la Birmania, per raccogliere dati sul traffico della droga tra il Triangolo d’Oro (Birmania, Laos e Thailandia) e la Cina. 
La sala dove arrivavano i bagagli era piena di militari e di guardie di frontiera accompagnate da unità cinofile. I cani sembravano impazziti, presumevo io, perché alla ricerca di sostanze stupefacenti. 
Mi sbagliavo. Quei labrador erano stati addestrati per individuare pellicce, corna di rinoceronte, avori, coccodrilli, pangolini, serpenti, civette, tartarughe, lucertole pregiate e altre specie protette.
 Un macabro zoo di animali morti si celava in quelle valigie.


Quando siamo arrivati a Ruili, una città al confine con la Birmania, abbiamo scoperto che nel nostro albergo si erano tenuti di recente banchetti a base di tigre.
 Non solo la carne è considerata un cibo prelibato, ma il sangue dell’animale è usato per fermentare il vino. Chi lo beve diventa più virile, sembrano credere molti cinesi. 
Nel gennaio di quest’anno, la polizia della Repubblica Popolare ha arrestato un organizzatore di questi banchetti, un tal Signor Xu. Un cliente ha filmato la cena sul cellulare e l’ha diffusa su Internet. È stato facile per le autorità risalire alla mente dell’organizzazione, che ora rischia 13 anni di galera.

 Ogni parte del corpo del felino viene sfruttata. 
Con le ossa si fanno dei souvenir, mentre artigli, teschi e canini sono regali molto ambiti, al prezzo di 2.000 euro al chilo. 
Le feci sono usate per curare le emorroidi, mentre il pene diventa un ingrediente di deliziose minestre, le quali ovviamente aumentano la potenza sessuale. 

 A Ruili due anni fa vi era anche la dottoressa Rebecca Wong, che oggi insegna alla City University of Hong Kong, dove si occupa del traffico illegale di specie protette. «Dopo il mio soggiorno a Ruili - mi racconta oggi - ho proseguito per la capitale del Tibet, Lhasa, dove i grandi felini arrivano dall’India, attraverso la città di Ladakh». Una volta entrati in Tibet, i bracconieri vendono la merce ai trafficanti che operano nella città tibetana di Shiquanje, non lontano dal confine, e questi a loro volta la portano a Lhasa. La piazza di Barkhor è il cuore della più famosa città tibetana, meta di ogni turista, con centinaia di bancarelle che offrono tappeti, costumi tradizionali e testi buddhisti.
 La presenza delle forze dell’ordine è ingente, non solo ad altezza d’uomo: sulla terrazza di un palazzo all’ingresso della piazza si può notare una postazione di militari che osserva la folla.
 Questo è anche il luogo dove la compravendita di tigri procede indisturbata.

 Vi sono due tipi di clienti a Lhasa. I tibetani che acquistano le pelli per decorare il loro costume tradizionale (il chupas), e i compratori che vengono dalla Cina, da Hong Kong, da Taiwan e dall’Occidente.
 Dopo il Messico, la Repubblica Popolare è la fonte principale di specie protette per il mercato americano.
 In città vi sono due reti di venditori, una di etnia musulmana (gli Hui) e una di etnia tibetana, ovviamente in feroce competizione tra loro.
 Sembra che i tibetani siano leggermente discriminati: hanno meno merce e i prezzi sono più alti. Inoltre tendono ad avere come clienti membri dello stesso gruppo etnico.
 Sia tibetani che musulmani fanno riferimento a un fornitore unico ciascuno, il quale a sua volta tiene i rapporti con i bracconieri. Il numero di persone coinvolte nei due network non supera la cinquantina, e tutti vendono anche altri prodotti.


Le transazioni avvengono quasi alla luce del sole: per attirare i clienti, i venditori mettono su una rastrelliera pelli di volpi o di pecora fuori da negozi la cui insegna è spesso tradotta in un inglese improbabile (ad esempio, Public Useful Carpet Shop).
 Il compratore straniero entra e fissa un appuntamento per visionare la mercanzia nel magazzino del fornitore, che si trova non lontano dalla piazza.

 «Io stessa sono andata in uno di questi magazzini - racconta Wong -. Alle pareti erano scritti centinaia di numeri telefonici. 
Il fornitore era molto orgoglioso del suo lavoro e si vantava di non aver mai raggirato nessuno.
 “Una buona reputazione è la moneta più importante nel commercio”, ha ripetuto più volte. 
Infatti sono più di vent’anni che fa questo mestiere. 
Attorno a noi erano accatastate pelli di leopardo, di antilope e di tigre. Ognuna del valore di circa 900 euro». 

Il magazzino si trova in un appartamento proprio di fronte a una caserma e molti ufficiali sono clienti fissi. 
Il fornitore non ha alcun timore di essere scoperto. La sua preoccupazione maggiore è che una cicca mandi in fumo le pelli accatastate nelle tre stanze.
 Una volta fatta la propria scelta, il cliente può mettersi la merce in valigia. 
Oppure, per pochi soldi, il negozio si incarica di spedire il pacco per posta. Sembra che il servizio postale cinese sia altamente affidabile. Secondo Wong, il numero di bracconieri e trafficanti arrestati è ancora irrisorio e le pene non sono sufficienti a scoraggiare i colpevoli.
 Inoltre, la frontiera tra India e Tibet è troppo poco sorvegliata. 

Qualche buona notizia arriva dall’India. Il numero di tigri in quel Paese è cresciuto di cinquecento esemplari negli ultimi tre anni. Questo aumento è dovuto alla creazione di riserve dove l’habitat degli animali viene protetto da una nuova forza di polizia specializzata contro i bracconieri.
 La Cina dovrebbe seguire lo stesso esempio. E soprattutto dovrebbe dar inizio a una rivoluzione cultuale pacifica, per convincere i cittadini di quel Paese che il modo migliore per dimostrare di essere uomini è lasciare in pace gli animali. 

 Federico Varese


Il villaggio delle volpi


Un villaggio interamente dedicato alle volpi. 
Si trova in Giappone, terra che come abbiamo già raccontato ospita anche l'isola dei conigli e quella dei gatti. 
Un posto isolato e da sogno, in inverno ricoperto da una soffice neve. L'ideale per una creatura schiva come la volpe.


E' lo Zao Fox Village, situato tra le montagne nei pressi di Shiroishi, nella prefettura di Miyagi.
 Qui vivono 100 volpi, libere di muoversi e giocare.
 Il parco è aperto al pubblico. Per 100 yen (circa 50 centesimi) i visitatori possono godersi lo spettacolo offerto da questi simpatici animali, ammirando nel frattempo il panorama regalato dai monti circostanti.
 Il villaggio richiama molti giapponesi anche perché questi animali sono popolari nei racconti e secondo la tradizione hanno anche poteri mistici o sono messaggeri di divinità o simbolo della fertilità. Dietro la distesa di alberi e cespugli ecco apparire volpi di tante varietà e colori.
 Alcune si avvicinano zampettando, incuriosite dai visitatori e speranzose di ricavare un po' di cibo, altre invece si allontanano guardinghe. 
I guardiani consigliano sempre di non avvicinarsi troppo a loro e di ammirarle da lontano mentre si muovono in libertà.








Sembrerebbe tutto bello anche a giudicare dalle immagini che ritraggono questi splendidi animali, ma c'è un segreto. 
Chi ha visitato il villaggio ha scoperto che non tutte le volpi sono libere. 
Un paio di esemplari occupano una sorta di zoo allestito per i visitatori, insieme a conigli, pony e capre. 

 Davvero un gran peccato. 

Fonte: greenme.it

venerdì 6 febbraio 2015

Polonia: navigare in barca su piani inclinati nel canale di Elblag


Una grande opera ingegneristica risalente a ben due secoli fa, ma ancora funzionante in seguito ad una importante ristrutturazione. 

Il canale di Elblag è una delle meraviglie della Polonia poco conosciute al di fuori di questo Paese. 
 Si tratta di un canale ricco di dislivelli dove la navigazione avviene su piani inclinati, attraverso barche e chiatte. 
Nei punti del canale dove la normale navigazione non è possibile, a causa dei dislivelli, le barche vengono trasferite tramite piani inclinati su delle chiatte dotate di ruote.




Così il viaggio può proseguire attraverso le rotaie fino al momento in cui la barca può ritornare in acqua per proseguire la normale navigazione.

 La completa navigazione del canale richiederebbe una crociera di almeno 11 ore, ma i tratti più consigliati per una traversata turistica riguardano i punti in cui sono presenti le chiatte.

 I lavori di ristrutturazione sul canale di Elblag sono cominciati nel 2011 con l'obiettivo di rafforzare tutte le rampe e i piani inclinati, per consentire una navigazione agevole.
 La crociera turistica completa comprende un percorso di 80 chilometri che parte da Ostroda e arriva a Elblag.
 Con la navigazione si possono ammirare scenari meravigliosi, mentre si attraversano dislivelli che possono arrivare anche fino a 100 metri. 

Si tratta del canale più lungo e navigabile ancora in uso in Polonia e di uno dei canali più interessanti in Europa.
 In un paesaggio del genere le chiuse tradizionali sarebbero state poco pratiche, ecco allora la creazione di un sistema davvero ingegnoso basato su piani inclinati che permette gli spostamenti su ruote delle barche quando ci si trova in punti privi d'acqua. 
L'intero sistema di movimentazione delle barche è attivato dalla forza dell'acqua.

 Il canale di Elblag fa parte delle 7 Meraviglie della Polonia e l'Unesco lo ha inserito tra i luoghi simbolo dell'eredità culturale mondiale.


Fonte: greenme.it

Il fiore di loto nell'antico Egitto


Il Loto, in egizio seshen, era il fiore della Nymphaea considerato sacro per gli Egizi, emblema di rinascita per la sua caratteristica di chiudere la propria corolla sprofondando nell'acqua la sera e di schiuderla riemergendo all'alba orientandola verso la luce del sole. Così similmente Atum si rigenerava dopo il viaggio notturno attraverso il Nun nel suo ciclo cosmico.

 In Egitto il loto cresceva nelle zone paludose del fiume ed era di due tipi: il loto bianco ed il loto blu.
 Il loto rosa comparve durante la Dinastia tolemaica. 

 Il mito del loto era molto diffuso e durò fino alla Dinastia tolemaica dove veniva usato nei riti e nelle offerte cerimoniali come testimoniano i numerosi rilievi nei templi e come rappresentato a Karnak dove il sovrano offriva il loto al dio Amon. In particolare vi era una cerimonia specifica chiamata "Offerta del loto d'oro" dove il sovrano offriva un fiore di loto in oro alle divinità. 
 Veniva anche raffigurato nelle pitture parietali delle tombe mentre il defunto ne odorava ed ne aspirava il profumo che ugualmente aveva il potere di rigenerare e nel Libro dei Morti al capitolo 81 vi è la formula necessaria per trasformarsi nel sacro fiore e consentire quindi il rigenerarsi in un'altra vita. 
 Anche i rizomi ed i semi facevano parte delle offerte nel corredo funerario così come spesso rappresentato sulla Tavola delle offerte.


Il loto era il simbolo araldico dell'Alto Egitto e veniva sempre rappresentato con il bocciolo semiaperto, con i sepali stilizzati ed arrotondati.
 Veniva spesso riprodotto nei capitelli appartenenti all'ordine lotiforme e rappresentanti un fascio di boccioli. 
 Questi venivano rappresentati anche nell'oggettistica e nei fregi ornamentali dove i raggi del sole erano formati da fiori di loto in successione. 
Tipico esempio è il vasetto a fiore di loto rinvenuto a Saqqara nella tomba di Hemaka vissuto nella I dinastia all'epoca del sovrano Den ed ora conservato al Museo del Cairo. 
 Nella statuaria è noto il reperto rappresentante la testa di Tutankhamon che esce dalla corolla del fiore di loto. 
 Troviamo il loto anche sul trono appartenente al corredo funerario della regina Hetepheres II dove i lati del sedile sono formati da tre fiori legati tra loro.




Il loto veniva coltivato a scopo ornamentale nei giardini e per distillarne l'olio profumato. 
La qualità migliore era quella del loto blu che era più profumato rispetto a quello bianco. 
Veniva usato nell'abbigliamento, per adornare parrucche o per farne ghirlande.
 Nella medicina, del loto veniva usato sia il fiore che la radice come sonnifero mentre nell'alimentazione venivano usati sia i rizomi che gli acheni, cioè i semi contenuti, conosciuti come fave d'Egitto.

 Fonte: wikipedia
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