lunedì 30 settembre 2013
Le lontre marine, custodi delle foreste sottomarine
L'interno di un ecosistema, l'equilibrio delicato e dinamico che si crea è mantenuto da una fitta rete di interazioni, sia dirette che indirette, tra le diverse specie e tra queste e l'ambiente.
Per questo motivo, quando avvengono oscillazioni delle popolazioni di una specie, le conseguenze si rispecchiano su tutta la biocenosi.
Un esempio di questo viene da un bellissimo studio che ha dimostrato come l'abbondanza di lontre di mare (Enhydra lutris) possa influenzare fortemente le dinamiche dell'intero ecosistema nonché la dieta e le abitudini alimentari di un predatore terrestre ai vertici della rete trofica: l'aquila di mare testabianca (Haliaeetus leucocephalus).
Lo studio, pubblicato sull'ultimo numero della rivista Ecology, è stato condotto presso le isole Aleutine, arcipelago che si estende tra l'Alaska e la Siberia e che ospita nelle sue acque l'ecosistema marino del tutto particolare delle foreste di kelp.
Il kelp è un'alga bruna dalle foglie molto larghe che cresce appena al di sotto della superficie e può formare delle vere e proprie foreste sottomarine, che forniscono cibo e protezione a moltissime specie di pesci e invertebrati.
Il principale nemico del kelp, che vive e si nutre dei suoi tessuti vegetali, è un piccolo riccio di mare, le cui popolazioni in caso di crescita esponenziale possono distruggere le intere foreste e compromettere l'esistenza di tutte le forme di vita legate a questo ambiente.
E' stato da tempo osservato come l'equilibrio dell'intero ecosistema venga mantenuto dalla presenza delle lontre marine, che si nutrono in prevalenza di questi invertebrati, e dei loro predatori, le orche (Orcinus orca).
E' stato documentato infatti che all'aumentare del numero di orche si osserva un sostanziale decremento delle lontre e una conseguente riduzione dell'estensione delle foreste di kelp.
Lo slittamento da un ecosistema marino ricco di alghe verso uno che ne è privo, comporta però non solo problemi per le specie che vi abitano, ma anche per quelle che utilizzano le foreste di kelp come luogo di caccia.
Infatti, la riduzione della presenza di pesci e invertebrati legati a questo ecosistema può influenzare i comportamenti e le strategie di caccia di predatori sia acquatici che terrestri, come le aquile di mare testabianca che nidificano sulle coste vicine.
In risposta alla differente disponibilità di prede, infatti, le aquile sembrano aver modificato le proprie abitudini di caccia e la propria dieta.
Un gruppo di ricercatori della Oregon State University ha infatti monitorato la presenza delle diverse tipologie di prede all'interno dei nidi di questa specie dalla metà degli anni '90 a oggi.
Nei periodi in cui le lontre erano abbondanti la dieta predominante di questi rapaci era a base di pesci legati alle foreste di kelp e cuccioli di lontra.
Al contrario, negli ultimi anni, in cui si è verificato un netto calo demografico delle lontre di mare come conseguenza dell'aumento delle popolazioni di orche che vivono in quelle acque, le prede cacciate con maggior frequenza sono gli uccelli marini.
Sembra perfino che nei periodi di dieta a base di uccelli, le aquile abbiano deposto più uova e portato all'involo in media un numero maggiore di pulcini.
Forse questo incremento del successo riproduttivo è legato a condizioni climatiche e meteorologiche favorevoli presentatesi in quegli anni, ma i ricercatori pensano che possa essere il frutto del maggior contenuto calorico ottenuto dal consumo di uccelli marini anziché di pesci e lontre.
Come si è visto, l'abbondanza di una specie all'interno di un ecosistema può condizionare mediante un effetto domino le dinamiche di popolazione di molte altre, anche di quelle con cui apparentemente non entrano in contatto.
http://www.pikaia.eu/
Una cantina in fondo al mare
Capitan Nemo offrì ai suoi ospiti sul Nautilus pesci rari e un «liquore fermentato estratto dall’alga nota col nome di “rodomenia palmata”».
Lo credevano matto, racconta Jules Verne in ”Ventimila leghe sotto i mari”, quando invitò tutti a una battuta di caccia nella sua foresta di Crespo, nel Pacifico, rivelando che si trattava di boschi sottomarini. Ma la foresta esisteva davvero e tutti la videro usando speciali scafandri.
Quei viaggi tra perle giganti, mostri e tunnel segreti che portano al Mediterraneo, vengono in mente ascoltando il racconto di un’impresa meno epica ma carica dello stesso fascino che porta alla scoperta di nuovi mondi nascosti.
L’avventura sottomarina è quella di Pierluigi Lugano, 65 anni, ex professore di storia dell’arte e ora vignaiolo.
Ha aperto la prima cantina d’Italia in fondo al mare. Ha stivato ogni anno 15 mila bottiglie a 60 metri di profondità. E ora ha portato a galla un nuovo vino: un migliaio di bottiglie con un primato di immersione, 30 mesi tra pesci e alghe.
Il nuovo vino si chiamerà Abissi Riserva, uno spumante, o per meglio dire un Metodo classico, ovvero un vino prodotto con la stessa procedura di uno champagne.
Solo che le bottiglie, invece di riposare in cantine buie, spesso storiche, con il giusto grado di temperatura e servizio, vengono adagiate sul fondale davanti alla Cala degli Inglesi, nel Parco marino di Portofino.
Sembrava una idea al limite della follia, una trovata per attirare l’attenzione. Invece ha funzionato. Non solo, ne ha scritto un esperto di vino come Alan Tardi sul New York Times e ne hanno parlato le televisioni di mezzo mondo (l’ultimo servizio è stato mandato in onda in Russia).
Anche dalle degustazioni sono arrivati giudizi positivi:
«Molto coerente, deciso e ficcante» è ad esempio il giudizio di Ernesto Gentili e Fabio Rizzardi sulla guida dei vini d’Italia dell’Espresso.
Lugano ha iniziato la sua seconda vita («dopo aver girovagato come insegnante tra scuole medie e licei dal Veneto alla Sardegna») nel 1978. Fonda l’azienda Bisson. L’idea è semplice: recuperare vitigni locali della Riviera del Levante, acquistando uve da piccoli contadini e vinificando poi con tecniche moderne. Arrivano in cantina, a Chiavari, le uve di Bianchetta genovese e Vermentino ligure. Poi di Ciliegiolo e Cimixià.
«Dopo qualche anno ho iniziato la seconda fase — racconta Lugano — ho impiantato vigneti miei e ho pensato a uno spumante. Ma non avevo una cantina sotterranea, non sapevo dove poter affinare il vino che ha bisogno di penombra e temperatura costante. E ho pensato a tutti quei galeoni naufragati con carichi a volte sopravvissuti dopo centinaia di anni sott’acqua».
Nel maggio del 2009 è partito il primo esperimento, 6.500 bottiglie che sono state messe in vendita due anni dopo, poco prima di Natale. «Non sono operazioni semplici — spiega Lugano — le bottiglie vengono stivate in cassoni d’acciaio e portate sul fondale da sub esperti che si danno il turno, perché più di 15 minuti non possono stare in profondità. Serve un rimorchiatore attrezzato per assisterli».
Quando tornano sulla terra le bottiglie sono piccole opere d’arte, impreziosite dal tempo, come quelle di Kounellis che sono state esposte alla Fondazione Cini di Venezia nella mostra «Fragile come il vetro» nell’aprile scorso.
Crostacei, alghe, stelle marine, conchiglie, residui di vita marina restano saldati alle bottiglie, che vengono avvolte da un pellicola trasparente prima di essere portate nelle enoteche e vendute a circa 40 euro per quanto riguarda la versione «normale» di Abissi, quella con 18 mesi affinamento.
Abissi viene prodotto con i vitigni autoctoni, Bianchetta, Cimixià e Vermentino, con le uve dei 15 ettari di Bisson. C’è anche una versione rosè (con l’aggiunta di Ciliegiolo), che debutterà a novembre assieme alla Riserva.
Ora Lugano potrebbe ripetere quello che pensava Capitan Nemo alla cena prima della battuta di caccia nella foresta sottomarina:
«Mi avete creduto matto. Non bisognerebbe mai giudicare gli uomini alla leggera».
Placebo : una cura fatta di niente
Medicine che funzionano sempre, anche se dentro c'è solo acqua fresca: si chiama "effetto placebo" ed è noto da sempre.
Per secoli la sua efficacia è stata fonte di imbarazzo per medici e ricercatori, in quanto mette in dubbio il valore di rimedi anche molto costosi. Recentemente, però, la scienza lo ha rivalutato e si è chiesta come funziona e perché. Scoprendo che il successo del placebo sembra collegato alla produzione di dopamina, una sostanza prodotta dal nostro organismo che funziona da neurotrasmettitore e che attiva dei recettori, alcuni dei quali agiscono in un'area del cervello correlata alla percezione del piacere e del dolore.
Un risultato che, se confermato, potrebbe avere grande importanza addirittura nell'individuazione di nuove terapie.
Non vale per tutti, ma per tanti sì: ad alcune persone, la sola idea di ingerire una pillola, a prescindere da cosa contenga, fa passare tutti i mali. E quando i mali non sono immaginari, c'è proprio da chiedersi... com'è possibile? La risposta la propone una ricerca recente: l'effetto placebo sarebbe collegato alla produzione di dopamina, un neurotrasmettitore che agisce, tra l'altro, in un'area del cervello nota come "nucleo accumbens", che riveste un ruolo basilare rispetto alla percezione del piacere e del dolore.
Psichiatri dell'Università del Michigan hanno somministrato a un gruppo di volontari un'iniezione dolorosa, rassicurandoli sul fatto che in seguito sarebbe stato dato loro un analgesico.
A tutti è stato invece dato un placebo. Poi, gli stessi volontari sono stati sottoposti a una tomografia a emissione di positroni (PET) per osservare l'effetto del finto antidolorifico, che era una comune soluzione salina. Effetto che si è presentato, ma solo in coloro in cui lo scanner ha evidenziato un'elevata attività cerebrale legata alla dopamina. Mentre alcuni dei volontari, per i quali il placebo non ha funzionato, hanno accusato addirittura più dolore (in questo caso si parla di "effetto nocebo").
Non soddisfatti, gli scienziati qualche giorno dopo hanno sottoposto i volontari a una risonanza magnetica funzionale (fMRI), per vedere quali aree del cervello si attivavano durante un gioco che avrebbe potuto fare loro vincere del denaro (meccanismo di gratificazione).
Ebbene, anche in quel caso è stato il nucleo accumbens a mostrare un'elevata attività, e negli stessi soggetti che già erano risultati "positivi" al test del placebo. «L'attività dopaminica in risposta a un placebo è direttamente proporzionale ai benefici che un paziente si aspetta di ricevere», sono state le conclusioni di Jon Kar Zubieta, professore di Psichiatria all'University of Michigan e leader del team di ricercatori. «Più crediamo che una pillola abbia effetto, più ne avrà. Avere acquisito oggi questa evidenza scientifica potrebbe essere di grande aiuto per individuare nuove terapie per soggetti particolarmente sensibili ai principi attivi dei farmaci che devono prendere»
Fonte : focus.it
domenica 29 settembre 2013
L'Italia come un groviera ......i danni e le beffe
La mappa aggiornata del rischio piattaforme offshore nei mari italiani

Il cambiamento climatico, come ormai acclarato, è da attribuire alle attività umane, e tra queste il peso maggiore lo ha il ricorso ancora imponente ai combustibili fossili che alimentano le emissioni di gas ad effetto serra.
In Italia vanno scomparendo ad un ritmo vertiginoso gli 800 ghiacciai alpini che ricoprono oggi un territorio pari a 500 Km quadrati e che costituiscono una riserva strategica per l’acqua, alimentando sorgenti e falde di acque idropotabili, i torrenti e tutti i fiumi più importanti situati nel Nord del Paese, tra i quali il Po.
La carenza d’acqua provocata dalla progressiva contrazione dei ghiacciai e da fenomeni estremi di siccità, ma anche le piene alluvionali provocate dalle bombe d’acqua, il cui aumento in numero e intensità è attribuibile al al cambiamento climatico, provocano un danno economico di vaste proporzioni, un rischio costante per la sicurezza delle popolazioni e un incalcolabile impatto ambientale.
Ma, nonostante i passi da gigante fatti in questi ultimi 10 anni, nell’ambito delle energie rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, anche con la SEN- Strategia Energetica Nazionale, mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, l’Italia continua ad investire principalmente sulle risorse fossili costituita dagli idrocarburi puntando al raddoppio della quantità di gas e petrolio estratto, seppur in un quadro velleitario e paradossale di sviluppo sostenibile della produzione nazionale degli idrocarburi (come viene detto nella SEN).
Nella passata legislatura, proprio nei mesi precedenti il lancio della Strategia l’allora Ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera aveva presentato una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia Ma a parte queste stime fantasiose, quello che di certo si sa è che secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe , che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane.
Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.
Dopo aver colonizzato tutto l’Adriatico, il rischio perforazioni per l’estrazione degli idrocarburi, e dunque il rischio inquinamento, non cessa per il Golfo di Taranto, il Mar Ionio e il Canale di Sicilia e si estende ad un’area di mare grande quanto la Corsica tra la Sardegna e le Baleari. Sono ben 67 i progetti di coltivazione nei nostri mari (di cui 50 attvi e ben 29 in Emilia Romagna), 60 dei quali vedono l’Eni titolare o contitolare.
Meno della metà di questi pagano royalty. Questo è quanto emerge dall’ operazione verità del WWF sulla mappa delle trivellazioni nei nostri mari dopo, che il 4 settembre scorso il ministro per lo Sviluppo Economico Flavio Zanonato ha annunciato di avere tolto, con il DM del 9/8/2013, 116.000 kmq di aree marine aperte ai petrolieri.
Ma in realtà, accusa Stefano Lenzi, Responsabile Ufficio Legislativo WWF, si tratta dell’ennesima beffa:
”Il Governo in estate ha introdotto delle limitazioni, ma non è intervenuto sugli effetti della sanatoria del Decreto Sviluppo del 2012″. Ed ecco allora che, come denuncia il dossier“Trivelle in vista”, zone di pregio marine e costiere continuano a subire la minaccia del rischio di inquinamento marino derivante dalle attività di routine (come l’uso dell’air gun e di fanghi e fluidi perforanti durante le attività di ricerca e perforazione e rilascio delle acque di produzione) e al rischio di incidente per le piattaforme offhsore (come ha dimostrato il caso della piattaforma Deepwater Horizon del 2010 nel Golfo del Messico).
Pur ricadendo nelle aree interdette dal DM 9/2013 sono del tutto valide l’istanza di coltivazione Ombrina Mare (a 6 km dall’istituendo Parco della Costa Teatina in Abruzzo) della Medoil Gas, e il permesso di ricerca del AUDAX di ben 657 kmq a Pantelleria nel Canale di Sicilia (area di grande pregio naturalistico dove si registra anche un’intensa attività vulcanica sottomarina). Sono fatte salve anche le 8 istanze di permesso di ricerca della già martoriata baia storica di Taranto.
Il WWF chiede al Governo di abbandonare la Strategia Energetica Nazionale – SEN, approvata nel marzo 2013 da un Governo dimissionario, che prevedeva l’irrealistico raddoppio della produzione di nazionale di idrocarburi, e di avviare un percorso verso la decarbonizzazione per il futuro economico ed ecologico del Paese. Il gioco non vale la candela.
Da stime ufficiali, sulla base dei dati forniti dallo stesso Ministero per lo Sviluppo economico, nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Ad oggi, secondo quanto documentato nel dossier “Trivelle in vista” del WWF sono attive nei mari italiani: 3 istanze di permesso di prospezione (in un’area di 30.810 kmq), 31 istanze di permesso di ricerca (in un’area di circa 14.546 kmq), 22 permessi di ricerca (in un’area di circa 7.826 kmq), 10 Istanze di coltivazione (in un’area di circa 1.037 kmq), 67 concessioni di coltivazione (che occupano un area pari a 9.025 kmq) con 396 pozzi produttivi in mare di cui 335 a gas e 61 a petrolio. 104 sono le piattaforme di produzione, 8 quelle di supporto alla produzione, 3 unità galleggianti di stoccaggio temporaneo.
La petizione WWF “No alle trivelle nel Canale di Sicilia, Sì al parco di Pantelleria” ha già raccolto in pochi mesi oltre 35 mila firme. Fonte Ambiente Bio
Senza contare che:

Il cambiamento climatico, come ormai acclarato, è da attribuire alle attività umane, e tra queste il peso maggiore lo ha il ricorso ancora imponente ai combustibili fossili che alimentano le emissioni di gas ad effetto serra.
In Italia vanno scomparendo ad un ritmo vertiginoso gli 800 ghiacciai alpini che ricoprono oggi un territorio pari a 500 Km quadrati e che costituiscono una riserva strategica per l’acqua, alimentando sorgenti e falde di acque idropotabili, i torrenti e tutti i fiumi più importanti situati nel Nord del Paese, tra i quali il Po.
La carenza d’acqua provocata dalla progressiva contrazione dei ghiacciai e da fenomeni estremi di siccità, ma anche le piene alluvionali provocate dalle bombe d’acqua, il cui aumento in numero e intensità è attribuibile al al cambiamento climatico, provocano un danno economico di vaste proporzioni, un rischio costante per la sicurezza delle popolazioni e un incalcolabile impatto ambientale.
Ma, nonostante i passi da gigante fatti in questi ultimi 10 anni, nell’ambito delle energie rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, anche con la SEN- Strategia Energetica Nazionale, mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, l’Italia continua ad investire principalmente sulle risorse fossili costituita dagli idrocarburi puntando al raddoppio della quantità di gas e petrolio estratto, seppur in un quadro velleitario e paradossale di sviluppo sostenibile della produzione nazionale degli idrocarburi (come viene detto nella SEN).
Nella passata legislatura, proprio nei mesi precedenti il lancio della Strategia l’allora Ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera aveva presentato una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia Ma a parte queste stime fantasiose, quello che di certo si sa è che secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe , che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane.
Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.
Dopo aver colonizzato tutto l’Adriatico, il rischio perforazioni per l’estrazione degli idrocarburi, e dunque il rischio inquinamento, non cessa per il Golfo di Taranto, il Mar Ionio e il Canale di Sicilia e si estende ad un’area di mare grande quanto la Corsica tra la Sardegna e le Baleari. Sono ben 67 i progetti di coltivazione nei nostri mari (di cui 50 attvi e ben 29 in Emilia Romagna), 60 dei quali vedono l’Eni titolare o contitolare.
Meno della metà di questi pagano royalty. Questo è quanto emerge dall’ operazione verità del WWF sulla mappa delle trivellazioni nei nostri mari dopo, che il 4 settembre scorso il ministro per lo Sviluppo Economico Flavio Zanonato ha annunciato di avere tolto, con il DM del 9/8/2013, 116.000 kmq di aree marine aperte ai petrolieri.
Ma in realtà, accusa Stefano Lenzi, Responsabile Ufficio Legislativo WWF, si tratta dell’ennesima beffa:
”Il Governo in estate ha introdotto delle limitazioni, ma non è intervenuto sugli effetti della sanatoria del Decreto Sviluppo del 2012″. Ed ecco allora che, come denuncia il dossier“Trivelle in vista”, zone di pregio marine e costiere continuano a subire la minaccia del rischio di inquinamento marino derivante dalle attività di routine (come l’uso dell’air gun e di fanghi e fluidi perforanti durante le attività di ricerca e perforazione e rilascio delle acque di produzione) e al rischio di incidente per le piattaforme offhsore (come ha dimostrato il caso della piattaforma Deepwater Horizon del 2010 nel Golfo del Messico).
Pur ricadendo nelle aree interdette dal DM 9/2013 sono del tutto valide l’istanza di coltivazione Ombrina Mare (a 6 km dall’istituendo Parco della Costa Teatina in Abruzzo) della Medoil Gas, e il permesso di ricerca del AUDAX di ben 657 kmq a Pantelleria nel Canale di Sicilia (area di grande pregio naturalistico dove si registra anche un’intensa attività vulcanica sottomarina). Sono fatte salve anche le 8 istanze di permesso di ricerca della già martoriata baia storica di Taranto.
Il WWF chiede al Governo di abbandonare la Strategia Energetica Nazionale – SEN, approvata nel marzo 2013 da un Governo dimissionario, che prevedeva l’irrealistico raddoppio della produzione di nazionale di idrocarburi, e di avviare un percorso verso la decarbonizzazione per il futuro economico ed ecologico del Paese. Il gioco non vale la candela.
Da stime ufficiali, sulla base dei dati forniti dallo stesso Ministero per lo Sviluppo economico, nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Ad oggi, secondo quanto documentato nel dossier “Trivelle in vista” del WWF sono attive nei mari italiani: 3 istanze di permesso di prospezione (in un’area di 30.810 kmq), 31 istanze di permesso di ricerca (in un’area di circa 14.546 kmq), 22 permessi di ricerca (in un’area di circa 7.826 kmq), 10 Istanze di coltivazione (in un’area di circa 1.037 kmq), 67 concessioni di coltivazione (che occupano un area pari a 9.025 kmq) con 396 pozzi produttivi in mare di cui 335 a gas e 61 a petrolio. 104 sono le piattaforme di produzione, 8 quelle di supporto alla produzione, 3 unità galleggianti di stoccaggio temporaneo.
La petizione WWF “No alle trivelle nel Canale di Sicilia, Sì al parco di Pantelleria” ha già raccolto in pochi mesi oltre 35 mila firme. Fonte Ambiente Bio
Senza contare che:
Trivellazioni, l'allarme degli ambientalisti "in Italia su 59 società solo 5 pagano royalty"
La leggenda della stella alpina
Una volta, tanto tempo fa, una montagna malata di solitudine piangeva in silenzio.
Tutti la guardavano stupiti: i faggi, gli abeti, le querce, i rododendri e le pervinche. Nessuna pianta però non poteva farci niente, poiché era legata alla terra dalle radici. Così neppure un fiore sarebbe potuto sbocciare tra le sue rocce.
Su dal cielo, se ne accorsero anche le stelle, quando una notte le nuvole erano volate via per giocare a rimpiattino tra i rami dei pini più alti, una di loro ebbe pietà di quel pianto e, senza speranza scese guizzando dal cielo.
Scivolò tra le rocce e i crepacci della montagna, finché si posò stanca sull’orlo di un precipizio. Brrr!!! … Faceva freddo … Era stata proprio pazza per aver lasciato la serena tranquillità del cielo! Il gelo l’avrebbe certamente uccisa… Ma, la montagna corse ai ripari, grata per quella prova d’amicizia data col cuore.
Avvolse la stella con le sue mani di roccia in una morbida peluria bianca. Quindi, la strinse legandola a sé con radici tenaci… E quando l’alba spuntò, era nata la prima Stella Alpina…
In cerca del cuore di Solimano il Magnifico
Si cerca, in Ungheria, la sepoltura di Solimano detto il Magnifico dagli occidentali e Kanuni (cioè il Legislatore) dai turchi e, mentre si cerca, si scopre una città di epoca ottomana.
E' quel che è accaduto ad un gruppo di archeologi ungheresi che stavano scavando nel sud dell'Ungheria, dove si crede sia stato seppellito il cuore di Solimano, nel XVI secolo.
Il sultano morì a Szigetvar nel 1566, mentre le sue truppe erano impegnate nell'assedio della rocca della cittadina, difesa dalla gente del posto guidata dal nobile croato-ungherese Miklos Zrinyi. La morte di Solimano venne tenuta nascosta per 48 giorni alle sue truppe.
Gli storici ritengono che il cuore del sultano, unitamente ai suoi organi interni, siano stati sepolti vicino Szigetvar, mentre il suo corpo è stato, invece, sepolto a Costantinopoli (attuale Istanbul), accanto all'amata moglie Roxelana.
Norbert Pap, membro del team di ricerca e di scavo, ha affermato che la scoperta della città ottomana potrebbe offrire ulteriori indizi per restringere la ricerca del luogo di sepoltura del cuore di Solimano.
La città ottomana si chiamava Turbek e fu fondata dopo la morte del sultano. Fu, poi, distrutta nel 1680, quando i turchi vennero cacciati dall'Ungheria.
Fino alla sua morte, all'età di 71 anni, Solimano fu il sovrano che aveva regnato più lungamente. Durante il suo regno la dominazione turca conobbe la sua massima espansione nei Balcani, in Medio Oriente e nel Nord Africa. Il regno di Solimano il Magnifico durò 46 anni.
Gli archeologi hanno finora ritrovato oggetti di lusso quali porcellana cinese, ceramiche persiane, vetro che stanno ad indicare la ricchezza della popolazione della città.
La scoperta riveste, inoltre, una particolare importanza anche perché i turchi usavano raramente costruire le loro città nelle zone d'occupazione, preferendo insediarsi in agglomerati urbani già esistenti.
La città ottomana, costruita in malta e mattoni, aveva sicuramente un intento celebrativo, spirituale e politico, dal momento che doveva sorgere nei pressi della tomba in cui era stato seppellito il cuore di Solimano.
Le fonti storiche affermano che la città era dotata di una moschea, di un chiostro derviscio e di caserme militari. Successivamente fu edificata anche una taverna, una madrasa ed una locanda per i pellegrini che intendevano recarsi in visita alla sepoltura di Solimano.
sabato 28 settembre 2013
Edward Murrow , l'uomo che ha previsto gli effetti negativi della TV
Edward R. "Ed" Murrow (Greensboro, 25 aprile 1908 – Pawling, 27 aprile 1965) è stato un giornalista statunitense. È diventato noto per la sua serie di notiziari durante la Seconda guerra mondiale, che venne seguita da milioni di ascoltatori negli Stati Uniti ed in Canada.
È considerato una della maggiori figure del giornalismo mondiale. Murrow arruolò una serie di corrispondenti di guerra, e fu noto per la sua onestà ed integrità nel diffondere le notizie.
Fu anche un pioniere dei notiziari diffusi attraverso la televisione. La sua serie di servizi televisivi porterà alla censura del senatore Joseph McCarthy.
Da una sua celebre frase (good night and good luck!), pronunciata durante il corso della seconda guerra mondiale, è nato il titolo della canzone London Calling, dei Clash.
Londra sta chiamando le città sperdute
Ora che la guerra è stata dichiarata
E la battaglia è finita
Londra sta chiamando l'oltretomba
Venite fuori dall'armadio,
Tutti voi ragazzi e ragazze
Londra sta chiamando, ora non guardateci
Tutta questa falsa Beatlemania
Ha fatto mangiare tanta polvere
Londra sta chiamando, guardate,
Non abbiamo oscillazione
Eccetto per l'anello di quel manganello
Sta arrivando l'età del ghiaccio, il sole sta salendo
Le macchine si fermano e il frumento cresce fino
Un errore nucleare, ma non ho nessuna paura
Londra sta annegando e io vivo vicino al fiume
Londra sta chiamando la zona di imitazione
Dimenticalo, fratello, e vattene da solo
Londra sta chiamando gli zombie
Molla la presa e tira un altro respiro
Londra sta chiamando, non voglio gridare
Ma mentre noi stavamo parlando,
Ti ho visto fare un cenno
Londra sta chiamando, capisce che
Non abbiamo raggiunto nessuna altezza
Eccetto quella con gli occhi gialli
Sta arrivando l'età del ghiaccio, il sole sta salendo
Le macchine si fermano e il frumento cresce fino Un errore nucleare, ma non ho nessuna paura
Londra sta annegando e io vivo vicino al fiume
Ora senti questo:
Londra sta chiamando, si, c'ero anche io
E sai cosa dissero?
Beh, che in parte era vero!
Chiamare Londra è la cima della questione
Dopo tutto questo, non vuoi farmi un sorriso?
Non mi sono mai sentito così
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