martedì 14 maggio 2013
L’antigravità potrebbe essere la soluzione all’enigma dell’energia oscura
L’astrofisico italiano Massimo Villata sostiene la tesi secondo cui l’interazione tra materia e antimateria produrrebbe una forza opposta a quella gravitazionale, facendo a meno dell’energia e della materia oscura.

Il numero di questa settimana dell’influente rivista americana New Scientist è dedicato all’energia oscura, non esageratamente definito “il più grande mistero cosmico ancora irrisolto”.
Mentre infatti sull’altra componente ignota dell’universo, la materia oscura, le prove indiziarie si stanno accumulando al punto da convincere diversi scienziati dell’imminente risoluzione del mistero, sull’energia oscura si continua a non sapere nulla, da quando, era il 1998, in una storica conferenza, due gruppi di ricerca (premiati nel 2011 con il Nobel per la fisica) svelarono che l’universo stava accelerando la sua espansione sotto l’effetto di una forza sconosciuta che, a conti fatti, costituisce circa il 75% dell’universo. Sappiamo che questa forza, battezzata appunto “energia oscura”, si oppone alla forza gravitazionale che invece dovrebbe gradualmente rallentare l’espansione dell’universo iniziata con il Big Bang.
E sappiamo che Albert Einstein, senza saperlo, l’aveva predetta quasi un secolo fa, introducendo nelle sue equazioni della relatività generale applicata alla cosmologia un fattore, definito “lambda”, che controbilanciava la gravità.
Oggi la chiamiamo costante cosmologica: funziona, nelle equazioni. Ma non sappiamo a cosa corrisponda lì fuori, nell’universo. Repulsione gravitazionale Un’ipotesi eretica, ma supportata dalla matematica e dal metodo scientifico, giunge ora da un astrofisico italiano, Massimo Villata dell’Osservatorio di Torino, che in una pubblicazione sostiene la validità di un modello alternativo all’ipotesi dell’energia oscura.
Secondo questo modello, esisterebbe davvero una forza repulsiva, una forza antigravitazionale, nell’universo. Sarebbe l’effetto dell’interazione tra materia e antimateria e permetterebbe di spiegare l’accelerazione dell’espansione cosmica facendo a meno delle ipotesi dell’energia e della materia oscura.
Considerando che l’antimateria è stata scoperta negli anni ’30 del secolo scorso, verrebbe da chiedersi perché ancora non sappiamo come si comporti l’antimateria all’interno di un campo gravitazionale. Il problema sta nel fatto che la forza gravitazionale è, tra le quattro forze della natura, la più debole. Se quando inciampiamo e cadiamo a terra non la pensiamo allo stesso modo è perché ad attrarci verso terra è la forza gravitazionale esercitata da una massa enorme, quella dell’intero pianeta Terra.
Ma quando dobbiamo analizzare l’interazione gravitazionale tra due particelle, la cosa si fa difficilissima: tant’è che solo oggi, all’interno dell’acceleratore LHC di Ginevra, si è cominciato ad analizzare questa interazione, resa difficile ovviamente anche dal fatto che produrre l’antimateria è molto complicato e quel che si riesce a produrre si limita a poche anti-particelle. L’antigravità è l’energia oscura?
La maggioranza degli scienziati è convinta che anche l’antimateria, sottoposta alla gravità, si comporti come la materia, subendo cioè una forza attrattiva. Anche se un’antiparticella, come per esempio il positrone (l’opposto dell’elettrone), ha una carica e uno spin opposti alla sua particella-gemella, la massa è pur sempre quella. Non può esistere una massa negativa.
Quindi, poiché l’attrazione gravitazionale è diretta conseguenza della presenza di una massa, anche l’antimateria la subirà. Tutto vero, assicura Villata, quando si tratta di descrivere l’interazione gravitazionale tra due particelle di materia ordinaria o tra due particelle di antimateria. la fantascienza diventa realtà
scienze.fanpage.it

Il numero di questa settimana dell’influente rivista americana New Scientist è dedicato all’energia oscura, non esageratamente definito “il più grande mistero cosmico ancora irrisolto”.
Mentre infatti sull’altra componente ignota dell’universo, la materia oscura, le prove indiziarie si stanno accumulando al punto da convincere diversi scienziati dell’imminente risoluzione del mistero, sull’energia oscura si continua a non sapere nulla, da quando, era il 1998, in una storica conferenza, due gruppi di ricerca (premiati nel 2011 con il Nobel per la fisica) svelarono che l’universo stava accelerando la sua espansione sotto l’effetto di una forza sconosciuta che, a conti fatti, costituisce circa il 75% dell’universo. Sappiamo che questa forza, battezzata appunto “energia oscura”, si oppone alla forza gravitazionale che invece dovrebbe gradualmente rallentare l’espansione dell’universo iniziata con il Big Bang.
E sappiamo che Albert Einstein, senza saperlo, l’aveva predetta quasi un secolo fa, introducendo nelle sue equazioni della relatività generale applicata alla cosmologia un fattore, definito “lambda”, che controbilanciava la gravità.
Oggi la chiamiamo costante cosmologica: funziona, nelle equazioni. Ma non sappiamo a cosa corrisponda lì fuori, nell’universo. Repulsione gravitazionale Un’ipotesi eretica, ma supportata dalla matematica e dal metodo scientifico, giunge ora da un astrofisico italiano, Massimo Villata dell’Osservatorio di Torino, che in una pubblicazione sostiene la validità di un modello alternativo all’ipotesi dell’energia oscura.
Secondo questo modello, esisterebbe davvero una forza repulsiva, una forza antigravitazionale, nell’universo. Sarebbe l’effetto dell’interazione tra materia e antimateria e permetterebbe di spiegare l’accelerazione dell’espansione cosmica facendo a meno delle ipotesi dell’energia e della materia oscura.
Considerando che l’antimateria è stata scoperta negli anni ’30 del secolo scorso, verrebbe da chiedersi perché ancora non sappiamo come si comporti l’antimateria all’interno di un campo gravitazionale. Il problema sta nel fatto che la forza gravitazionale è, tra le quattro forze della natura, la più debole. Se quando inciampiamo e cadiamo a terra non la pensiamo allo stesso modo è perché ad attrarci verso terra è la forza gravitazionale esercitata da una massa enorme, quella dell’intero pianeta Terra.
Ma quando dobbiamo analizzare l’interazione gravitazionale tra due particelle, la cosa si fa difficilissima: tant’è che solo oggi, all’interno dell’acceleratore LHC di Ginevra, si è cominciato ad analizzare questa interazione, resa difficile ovviamente anche dal fatto che produrre l’antimateria è molto complicato e quel che si riesce a produrre si limita a poche anti-particelle. L’antigravità è l’energia oscura?
La maggioranza degli scienziati è convinta che anche l’antimateria, sottoposta alla gravità, si comporti come la materia, subendo cioè una forza attrattiva. Anche se un’antiparticella, come per esempio il positrone (l’opposto dell’elettrone), ha una carica e uno spin opposti alla sua particella-gemella, la massa è pur sempre quella. Non può esistere una massa negativa.
Quindi, poiché l’attrazione gravitazionale è diretta conseguenza della presenza di una massa, anche l’antimateria la subirà. Tutto vero, assicura Villata, quando si tratta di descrivere l’interazione gravitazionale tra due particelle di materia ordinaria o tra due particelle di antimateria. la fantascienza diventa realtà
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Le prove del cannibalismo tra i primi coloni americani
Resti umani rinvenuti di recente testimonierebbero del "fiero pasto" consumato nella prima comunità insediatasi a Fort James, in Virginia, confermando alcuni resoconti storici dell'epoca.
Nulla a che vedere con misteriosi ed improbabili riti di fondazione che prevedevano cruenti spargimenti di sangue, animale o umano: i primi coloni americani (poche centinaia di individui giunti a partire dal 1607) che posero le proprie dimore in quel villaggio della Virginia che venne battezzato Jamestown, assai probabilmente ricorsero al cannibalismo come ultimo, disperato tentativo di sopravvivenza, stretti tra un ostile inverno e il terrore delle vicine popolazioni native.
La carestia che si era abbattuta sui territori tra il 1609 e il 1610 mise a dura prova il corpo e lo spirito dei padri fondatori di quello che sarebbe diventato il primo insediamento stabile del continente americano: oggi a raccontarcelo intervengono alcune prove archeologiche che testimonierebbero quanto già narrato dalle fonti scritte dell’epoca o di poco successive.

Gli antropologi e gli archeologi dello Smithsonian Museum of Natural History di Washington hanno infatti presentato i risultati del lavoro di analisi forense condotto su resti umani risalenti al XVII secolo e ritrovati nel 2012 nel corso degli scavi che da diversi anni interessano il nucleo più antico dell’insediamento coloniale, chiamato James Fort.
Frammenti ossei venuti alla luce da un deposito di rifiuti nel sottosuolo di un edificio risalente al 1608 e consistenti in una tibia ed un cranio che mostrerebbe gli evidenti segni di un aggressione: compito dei ricercatori è stato stabilire a chi appartenessero i resti e se eventualmente recassero i segni di un’uccisione o, addirittura, del cannibalismo.
I resoconti storici, in effetti, tornano più di una volta su episodi legati allo stato di estrema povertà e assenza di risorse che avrebbe spinto i primi abitanti di James Fort a ricorrere alla carne umana come “fiero pasto”: nel tentativo di ottenere una concreta prova di tali episodi, William Kelso, direttore archeologico del Jamestown Rediscovery Project ha richiesto la consulenza scientifica di Doug Owsley, a capo della sezione di antropologia del museo di storia naturale di Washington.
È stato così possibile ricostruire non solo l’identità dell’individuo ma anche il suo possibile aspetto constatando, soprattutto, come effettivamente il corpo venne sottoposto ad un vero e proprio “scannamento”: in particolare, i segni di quattro fendenti inferti con mano piuttosto debole all’altezza della fronte starebbero ad indicare un primo tentativo fallito di aprirne il cranio; probabilmente in un momento successivo, la parte posteriore risulta essere stata spaccata con i colpi più fermi e forti provenienti da una mannaia o da una piccola accetta.
Evidentemente, coloro i quali infierirono sul cadavere erano interessati a mangiarne il cervello, ma anche parti più in vista del volto, come le guance; tagli ottenuti grazie ad uno strumento affilato, visibili sui lati e sotto la mandibola, sarebbero da attribuirsi ad un tentativo di eliminare i tessuti dalla faccia e dalla gola per ricavarne altra carne per nutrirsi e placare una fame diventata probabilmente “ferina”. Lo scheletro, del quale si possiede in effetti appena il 10%, era di una fanciulla alla quale i ricercatori hanno attribuito il nome di Jane: grazie alle analisi condotte sui suoi poveri e scarsi resti, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire diversi aspetti della sua breve vita che vide i propri esordi nell’Inghilterra e finì all’incirca 14 anni dopo per cause che è stato impossibile stabilire.
È verosimile ipotizzare, tuttavia, che l’assalto al cadavere avvenne quasi immediatamente dopo la morte, secondo il Professor Owsley: «Il tentativo di rimuovere il cervello è qualcosa che va fatto molto rapidamente poiché il materiale cerebrale non si preserva bene e a lungo», ha spiegato.
Gli esami isotopici condotti sui denti e sulle ossa hanno consentito di ricostruire una possibile dieta della ragazza che fu ricca di proteine, denunciando un’estrazione sociale elevata, in accordo con i tempi in cui l’accesso alla carne era un privilegio riservato a pochissimi individui (o, in alternativa, è probabile che fosse stata domestica a servizio di qualche personaggio benestante).
La ragazza, inoltre, avrebbe vissuto molto poco tempo a Fort James, prima di morire per cause naturali o per mano di ignoti.
Grazie alle cronache dell’epoca, infatti, è noto da tempo come il cannibalismo abbia costituito la risorsa estrema dei primi abitanti delle coste della Virginia, in particolare durante il periodo chiamato starving time, quando una violenta carestia si abbatté sulla colonia di Jamestown nell’inverno a cavallo tra il 1609 e il 1610.
Dei 500 abitanti che formavano la piccola e giovane comunità ne sopravvissero appena una sessantina, al costo altissimo di doversi nutrire prima dei propri cavalli, dei propri cani e dei propri gatti; poi vennero mangiati i topi, i serpenti e il cuoio delle scarpe.
Nel corso dell’inverno, James Fort rimase assediato dai nativi Powhatan (la grande e potente tribù celebre soprattutto grazie al personaggio di Pocahontas): le riserve di cibo che erano giunte con una flotta nell’agosto del 1609 (forse su una nave dove la stessa Jane viaggiava) si erano rivelate in buona parte deteriorate e non consentirono ai coloni di affrontare i mesi successivi; la precedente siccità aveva reso la terra profondamente arida. Alla fine, si arrivò a mangiare gli stessi esseri umani: il caso di Jane non fu probabilmente un episodio del tutto straordinario, in quel momento. Il presidente della colonia, John Smith, era partito nel settembre del 1609: il resoconto di quanto accadde a Jamestown fu dunque opera del reggente George Percy che registrò atti e stati d’animo della indicibile disperazione dell’epoca, durante quel rigido inverno che decimò la popolazione del piccolo villaggio: suo è l’accenno alle pratiche di cannibalismo, extrema ratio di un manipolo di miserabili perduti al di là dell’Oceano, fuggiti al vecchio mondo ed approdati in una realtà ostile e terribile, dalla quale solo in pochissimi uscirono vivi e, alcuni di essi, con il ricordo dell’orrore consumato durante i mesi più oscuri.
Nulla a che vedere con misteriosi ed improbabili riti di fondazione che prevedevano cruenti spargimenti di sangue, animale o umano: i primi coloni americani (poche centinaia di individui giunti a partire dal 1607) che posero le proprie dimore in quel villaggio della Virginia che venne battezzato Jamestown, assai probabilmente ricorsero al cannibalismo come ultimo, disperato tentativo di sopravvivenza, stretti tra un ostile inverno e il terrore delle vicine popolazioni native.
La carestia che si era abbattuta sui territori tra il 1609 e il 1610 mise a dura prova il corpo e lo spirito dei padri fondatori di quello che sarebbe diventato il primo insediamento stabile del continente americano: oggi a raccontarcelo intervengono alcune prove archeologiche che testimonierebbero quanto già narrato dalle fonti scritte dell’epoca o di poco successive.

Gli antropologi e gli archeologi dello Smithsonian Museum of Natural History di Washington hanno infatti presentato i risultati del lavoro di analisi forense condotto su resti umani risalenti al XVII secolo e ritrovati nel 2012 nel corso degli scavi che da diversi anni interessano il nucleo più antico dell’insediamento coloniale, chiamato James Fort.
Frammenti ossei venuti alla luce da un deposito di rifiuti nel sottosuolo di un edificio risalente al 1608 e consistenti in una tibia ed un cranio che mostrerebbe gli evidenti segni di un aggressione: compito dei ricercatori è stato stabilire a chi appartenessero i resti e se eventualmente recassero i segni di un’uccisione o, addirittura, del cannibalismo.
I resoconti storici, in effetti, tornano più di una volta su episodi legati allo stato di estrema povertà e assenza di risorse che avrebbe spinto i primi abitanti di James Fort a ricorrere alla carne umana come “fiero pasto”: nel tentativo di ottenere una concreta prova di tali episodi, William Kelso, direttore archeologico del Jamestown Rediscovery Project ha richiesto la consulenza scientifica di Doug Owsley, a capo della sezione di antropologia del museo di storia naturale di Washington.
È stato così possibile ricostruire non solo l’identità dell’individuo ma anche il suo possibile aspetto constatando, soprattutto, come effettivamente il corpo venne sottoposto ad un vero e proprio “scannamento”: in particolare, i segni di quattro fendenti inferti con mano piuttosto debole all’altezza della fronte starebbero ad indicare un primo tentativo fallito di aprirne il cranio; probabilmente in un momento successivo, la parte posteriore risulta essere stata spaccata con i colpi più fermi e forti provenienti da una mannaia o da una piccola accetta.
Evidentemente, coloro i quali infierirono sul cadavere erano interessati a mangiarne il cervello, ma anche parti più in vista del volto, come le guance; tagli ottenuti grazie ad uno strumento affilato, visibili sui lati e sotto la mandibola, sarebbero da attribuirsi ad un tentativo di eliminare i tessuti dalla faccia e dalla gola per ricavarne altra carne per nutrirsi e placare una fame diventata probabilmente “ferina”. Lo scheletro, del quale si possiede in effetti appena il 10%, era di una fanciulla alla quale i ricercatori hanno attribuito il nome di Jane: grazie alle analisi condotte sui suoi poveri e scarsi resti, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire diversi aspetti della sua breve vita che vide i propri esordi nell’Inghilterra e finì all’incirca 14 anni dopo per cause che è stato impossibile stabilire.
È verosimile ipotizzare, tuttavia, che l’assalto al cadavere avvenne quasi immediatamente dopo la morte, secondo il Professor Owsley: «Il tentativo di rimuovere il cervello è qualcosa che va fatto molto rapidamente poiché il materiale cerebrale non si preserva bene e a lungo», ha spiegato.
Gli esami isotopici condotti sui denti e sulle ossa hanno consentito di ricostruire una possibile dieta della ragazza che fu ricca di proteine, denunciando un’estrazione sociale elevata, in accordo con i tempi in cui l’accesso alla carne era un privilegio riservato a pochissimi individui (o, in alternativa, è probabile che fosse stata domestica a servizio di qualche personaggio benestante).
La ragazza, inoltre, avrebbe vissuto molto poco tempo a Fort James, prima di morire per cause naturali o per mano di ignoti.
Grazie alle cronache dell’epoca, infatti, è noto da tempo come il cannibalismo abbia costituito la risorsa estrema dei primi abitanti delle coste della Virginia, in particolare durante il periodo chiamato starving time, quando una violenta carestia si abbatté sulla colonia di Jamestown nell’inverno a cavallo tra il 1609 e il 1610.
Dei 500 abitanti che formavano la piccola e giovane comunità ne sopravvissero appena una sessantina, al costo altissimo di doversi nutrire prima dei propri cavalli, dei propri cani e dei propri gatti; poi vennero mangiati i topi, i serpenti e il cuoio delle scarpe.
Earth Houses: le "case degli Hobbits" costruite in perfetta armonia con la natura
Che cosa sono le Earth Houses? Si tratta di costruzioni parzialmente sotterranee comunemente chiamate "case di terra", ma più tecnicamente denominate come "case ipogee contemporanee". La loro struttura in calcestruzzo viene inserita all'interno del terreno, in modo che esso stesso possa contribuire al mantenimento della temperatura ideale negli ambienti domestici.
I costi per la realizzazione di una Earth House molto simile alla casa di un Hobbit potrebbero essere davvero contenuti ed aggirarsi attorno ai 4000 euro. Proprio per questo è diventata famossissima la coppia gallese, con un reddito annuo stimabile attorno agli 8000 euro, che è riuscita nell'impresa di costruire la propria Earth House ecosostenibile con materiali di recupero a fronte di una spesa irrisoria rispetto ai costi ben noti delle comuni abitazioni. La loro storia ha fatto il giro del web e la loro casa diventata la casa degli Hobbits per antonomasia.
Essendo ben cosciente di non potersi permettere di sostenere il pagamento di un mutuo, la coppia ha deciso di avvalersi dell'aiuto della propria famiglia e di alcuni amici per la costruzione della propria casa immersa nel verde. Il risultato è stata la realizzazione di una casa ecologica e ad impatto minimo, parzialmente sotterranea e ricoperta da porzioni di prato e corteccia, che è stata battezzata con il nome di Low Impact Woodland Home.
LA BCE USA DATI FALSI E ORDINA: “SUBITO GIÙ SALARI E STIPENDI”
La Banca Centrale Europea continua ad impartire ordini sull’Austerity nonostante negli ultimi mesi sia il Fmi che il duo Reinhart e Rogoff siano stati smascherati ed abbiano ammesso i propri errori.
Lo stesso nuovo presidente, Saccomanni e Giovannini grandi estimatori delle misure che hanno causato l’attuale crisi.
Se è (fosse?) un vero politico denuncerebbe immediatamente l’inganno alla luce del sole
Il periodo storico 1990-2008 è alle nostre spalle, ineluttabilmente, ma mentre altri eserciti hanno difeso le proprie roccaforti qui, in Europa, epicentro – come sempre, da un secolo – Berlino, le battaglie sono state tutte perse.
Ora, si sta perdendo la guerra, perché sono giunte due disfatte irrimediabili.
PRIMA DISFATTA L’Imperatore del Mondo Finanziario, il Fondo Monetario Internazionale, si ritira dalla lotta dell’Austerità, ad inizio anno, nonostante sia la sua lotta. Olivier Blanchard e Daniel Leigh, i colonnelli sul fronte, affermano che “hanno sbagliato i conti“. Proprio così: hanno consigliato una strategia ma poi, come scolaretti con le tabelline, si accorgono che i consigli che hanno dato per anni, e che hanno condotto alle manovre lacrime e sangue nel Sud Europa, erano basati su errori da loro stessi commessi.
Da Keynes Blog: “Secondo Blanchard e Leigh i moltiplicatori fiscali non sono stati modesti come previsto (0,5) ma significativamente più elevati (1,5).
Questo significa che una contrazione fiscale di 1 euro (ovvero un taglio della spesa pubblica, ndr) ha creato una depressione di 1,5 euro invece che solo 0,5.
Già nel 2009, tuttavia, il fondo aveva sottoposto al G20 una nota in cui si affermava che i moltiplicatori potevano essere compresi tra 0,3 e 1,8 per i tagli alla spesa e tra 0,3 e 0,5 per gli aumenti delle imposte (si noti che coerentemente con la teoria keynesiana, i moltiplicatori delle tasse misurati sono minori di quelli della spesa pubblica)”.
In pratica ogni volta che vi hanno martellato i santissimi dicendo: “Occorre ridurre la spesa pubblica per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione”, hanno mentito, si sono sbagliati. Eppure sono ancora lì: la non santa trinità della Troika li vede sempre al vertice del triangolo d’occupazione.
SECONDA DISFATTA ED ESERCITO NEOLIBERISTA IN ROTTA Ma da sola quella sconfitta non basta, dopo El Alamein arriva la batosta: ormai siamo alla ritirata di Russia, dopo la mattanza di Stalingrado. La notizia ha fatto il giro del mondo, ma qui nella periferia dell’Impero si preferisce parlare di francescoboccia e nunziadegirolamo.
Altri due generali dell’Austerità mondiale hanno perso la loro battaglia, perché hanno sbagliato – scientemente – tutti i calcoli. Non sapevano usare Excel, come un soldato che non sappia usare una bussola.
Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff rappresentano il più inquietante caso di indirizzo di politiche anti-popolari su scala mondiale basato su assunzioni del tutto inventate (oltre che con pesanti coinvolgimenti personali).
Nel loro studio “This Time is Different” i due studiosi di Harvard affermavano, in pratica, che attraverso la loro ricerca potevano assicurare che gli Stati con un rapporto debito/Pil superiore al 90% erano destinati al declino, al contrario di quelle nazioni nelle quali, sempre per l’assunzione farlocca del punto 1 (meno spesa pubblica=più sviluppo) quel dato era basso.
Delirio matematico-economico travasato in bigonci che i camerieri eletti o tecnocratici hanno trasformato in politica lacrime e sangue: tasse, tagli, povertà, lacrime di coccodrillo.
Purtroppo non abbiamo anime che reagiscano con la passione e la competenza di Mike Norman, almeno nel ponte di comando.
1 CLAMOROSO ALLA BANCA CENTRALE EUROPEA Nel Rapporto Annuale 2012 della Bce, di cui la stampa italiana ha sbrigativamente trattato nei giorni scorsi, si leggono le solite trite litanie. Gli enricoletta manco li pensano. Il cuore del dispaccio di guerra è a pagina 73.
Titolo: “Ulteriore risanamento dei conti pubblici è atteso nel 2013“. Ma come? E le fregnacce di Blanchard e di R&R? Possibile che Draghi non le abbia lette? Va bè. Andiamo avanti. “In rapporto al PIL, le entrate dovrebbero aumentare di 0,5 punti percentuali, mentre la spesa diminuirebbe di 0,3 punti. Si prevede che il debito pubblico dell’area dell’euro in rapporto al PIL continui ad aumentare, di 2,0 punti percentuali al 95,1 per cento, con valori superiori al 100 per cento in cinque paesi (Belgio, Irlanda, Grecia, Italia e Portogallo)”.
Tra minore spesa e maggiori tasse c’è un trasferimento di risorse da famiglie e imprese agli Stati dello 0,8% del Pil. E così “Il risanamento dei conti pubblici deve proseguire“. Ma come? Vediamo ancora: “Nonostante i progressi realizzati finora, occorre proseguire sulla via del risanamento per ripristinare la sostenibilità a lungo termine del debito nell’area dell’euro. Per quanto il risanamento possa dare luogo a un deterioramento temporaneo della crescita economica, se ben disegnato esso conduce a un miglioramento permanente dei saldi strutturali, con un impatto favorevole sulle traiettorie del rapporto debito/PIL“. Si faccia attenzione a questa affermazione: deterioramento “temporaneo” (viene da ridere), ovvero meno lavoro, meno consumi, meno “vita”, con impatto favorevole sulle traiettorie del debito/Pil.
Ma chi se ne frega di un dato astratto? Qualcuno mangia il rapporto debito/Pil? Alt. Qui arriva la menzogna scritta nero su bianco. Andiamo a capo. “Le evidenze empiriche mostrano che livelli persistentemente elevati del rapporto debito pubblico/PIL (intorno o superiori al 90 per cento) incidono negativamente sulla crescita economica”. Una menzogna ribadita dopo che è stata dimostrata falsa dagli stessi autori che l’hanno divulgata. Ma come è possibile? Continua: “Oltre ad avere un effetto diretto di spiazzamento dell’investimento privato, essi si associano a premi per il rischio sul debito pubblico più elevati, i quali comportano a loro volta tassi di interesse maggiori, con ripercussioni avverse per gli investimenti e altri ambiti dell’attività economica sensibili all’andamento dei tassi di interesse (tutto ciò non avviene ad esempio nel vicino Regno Unito, o non ha relazione ad esempio a quanto avviene fra Spagna e Italia, ma evidentemente c’è il dovere di sbagliare, a Strasburgo, ndr)”. “Il risanamento delle finanze pubbliche può favorire la crescita economica nel breve periodo” (poco fa si è scritto che aveva un impatto deleterio nel breve periodo, ndr) (…) “Accrescere la flessibilità dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei servizi migliorerebbe in misura decisiva la capacità di tenuta delle economie dell’area dell’euro”. Ecco cosa si intende. Pagina 66, titolo: “Sono necessari ulteriori sforzi per continuare il processo di riequilibrio”. Il tutto per creare il “mercato comune” liberal-comunista: “Una sensibile, effettiva riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto (…) è particolarmente urgente nei paesi dove l’elevata disoccupazione rischia di divenire strutturale e la concorrenza è debole“.
Ok. Claro. Sì, parlano di noi. Ancora, alla faccia di Blanchard e R&R: “(per aumentare la competitività) richiederà il contenimento della spesa e una maggiore efficienza di quest’ultima, in particolare nelle aree dell’istruzione, della sanità, della pubblica amministrazione e delle infrastrutture (…)”.
E inoltre, incredibilmente: “Le strategie di risanamento dei conti pubblici dovrebbero essere incentrate sul rigoroso rispetto degli impegni già assunti nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e del fiscal compact (per l’Italia circa 50 mld di euro l’anno per 20 anni, ndr). Tutti i paesi sottoposti a procedure per i disavanzi eccessivi devono assicurare il pieno conseguimento degli obiettivi di bilancio (…) Laddove ciò non avvenga, occorrerebbe adottare misure procedurali tempestive nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi al fine di evitare che il consolidamento sia indebitamente ritardato e che venga compromessa fin dall’inizio la credibilità della nuova governance rafforzata per le finanze pubbliche“.
Ditelo a enricoletta.
2 CLAMOROSO SILENZIO DELLA STAMPA ITALIANA Insomma, Mario Draghi ripete a pappardella le raccomandazioni dimostrate errate (quando non peggio) del Fmi, continua a farne strumento di ricatto politico per centinaia di milioni di cittadini. Non c’è un giornalista che lo faccia notare. Prendo Barbara Corrao del Messaggero, la quale scrive “che la Bce ricorda che un rapporto debito/Pil oltre il 90% danneggia lo sviluppo”. Ma è tutto così, copia e incolla, anche a La Stampa, Repubblica, Rai.it, e via discorrendo.
3 PEGGIO, SEMPRE PEGGIO, A BERLINO NON HANNO PIETA’ Quanto letto sopra è lo zucchero. In Germania, infatti, vogliono che il caffè sia amarissimo, indigesto, e non vogliono neppure che si dia il minimo sollievo al malato: altro che Stati Uniti d’Europa, siamo agli Stati Leghisti d’Europa.
4 LETTA SE CI SEI BATTI UN COLPO Dunque la Banca Centrale Europea, sottratta al controllo democratico, dà indicazioni a stati ex sovrani di diminuire il costo di salari e stipendi basandosi su affermazioni dimostrate come false. Si auspica che il nostro nuovo Presidente del Consiglio, consapevole di errori tanto evidenti, chieda la verifica delle competenze degli estensori del rapporto, la rimozione del Presidente Mario Draghi per responsabilità oggettiva e apra immediatamente un tavolo europeo di verifica della congruità di tutti i documenti economici approvati su queste basi e il loro annullamento. Impossibile, forse. Lui non è un cuor di leone ma con Enrico Giovannini che in tv dice il contrario di quel che è scritto nei documenti ufficiali da lui firmati e con Fabrizio Saccomanni che affermava che “le misure di austerity porteranno ad una crescita attraverso la riduzione dei tassi di interesse”, c’è poco da sperare. Anzi, niente.
FONTE: http://www.rivieraoggi.it/
Una grande maestra di vita
Purtroppo la sofferenza è sempre stata presente nelle nostre vite, ma se gli attribuiamo un significato vediamo che possiamo considerarla una grande maestra di vita che può insegnarci grandi cose su di noi e, sulle altre persone e sul mondo intero. E queste cose contribuiranno a rendere più realistica e meno illusoria la nostra interpretazione e visione del mondo: non possiamo restiamo infantilmente aggrappati alle nostre illusioni e ai nostri sogni egoistiche di quando eravamo bambini! Non lasciamoci sopraffare dal dolore, proviamo ad accantonarlo apriamo il cuore alle piccole emozioni quotidiane, facciamo piccole cose che ci fanno stare bene con noi stessi, anche le più stupide, e prendiamo un contatto con noi stessi.
Il forte di Qaitbey – Alessandria
La fortezza medievale Fort Qaitbey è stata costruita nel secolo XV sull’isoletta di Pharos, sulle rovine dell’antico Faro di Alessandria. Nel 1480 il sultano mamelucco Qaitbey decise di riutilizzare le sue fondamenta ancora solide per costruire una fortezza costiera contro i turchi, che minacciavano l’Egitto. Essa gode di un’ottima posizione, all’estremità di una stretta lingua di terra protesa nel Porto Orientale.
Quello che resta oggi del forte non è del tutto fedele alla sua struttura originale, in quanto subì un pesante bombardamento navale da parte degli inglesi, in seguito al quale fu in gran parte ricostruito. Esso si raggiunge percorrendo una strada rialzata, luogo molto amato dai pescatori alessandrini. Attraverso un posto di controllo si entra nel cortile circostante, che oltre ad un piccolo bar-ristorante, presenta alcune gallerie e sale da esplorare. Punto di maggior interesse resta però il suo torrione centrale nel quale si entra passando attraverso una porta costruita da grosse lastre di granito, probabilmente recuperate dall’antico Faro. E’ da tempo che la fortezza non ha più funzioni militari, oggi ospita un piccolo museo navale. All’interno, su tre piani, si apprezzano diversi manufatti e reperti marittimi, tra cui alcuni oggetti appartenuti alla flotta di Napoleone, affondata a largo di Alessandria dall’ammiraglio Nelson nel 1798.
Una parte della fortezza era adibita a moschea e per ben quattro secoli i bastioni furono sovrastati dal minareto, fino a quando non venne abbattuto dalla marina inglese. Si tratta della più antica moschea di Alessandria, ma non è più dedicata al culto.
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